Guida al “Mestiere di storico”: i falsi che per secoli hanno ingannato gli studiosi

Ecco quali sono alcuni tra i falsi storici più noti.

Essere uno storico non è semplice. Per condurre un’indagine storica ben fatta ci si deve basare, salvo per eventi degli ultimi due/tre secoli di cui abbiamo foto o video, su fonti di cui non possiamo mai fidarci completamente, in quanto la fonte potrebbe essere stata manomessa, o peggio, falsa fin dal principio. Capita infatti di imbattersi in documenti che si rivelano essere delle bufale clamorose, che spesso vengono spacciati per oggetti molto più antichi di quello che sono realmente. Andiamo dunque ad analizzare tre dei più famosi falsi storici.

I Teschi di cristallo

I primi teschi di cristallo compaiono sulla scena nell’Ottocento e, anche se i loro “scopritori” li classificano come manufatti precolombiani, nessuno di questi proviene da scavi documentati. Il British Museum ne possiede uno dal 1897, mentre tra i teschi posseduti da privati, è particolarmente famoso il teschio “Mitchell-Hedges“. Secondo il racconto di Frederick Albert Mitchell-Hedges e della figlia adottiva Anna sarebbe stato trovato negli anni venti del XX secolo in una spedizione a Lubaantún, nell’Honduras Britannico (attuale Belize). Non vi è però traccia della scoperta del teschio nei resoconti della spedizione ed è dubbio anche che Anna vi abbia preso parte. Tra i più noti teschi di cristallo ci sono quelli chiamati “Max” e “Sha Na Ra“. “Max”, di proprietà dei coniugi Parks, sarebbe stato trovato in Guatemala negli anni Venti, ma anche in questo caso non c’è alcuna documentazione a sostegno di tale affermazione. “Sha Na Ra” sarebbe stato trovato in Messico da Nick Nocerino, personaggio televisivo autodefinitosi “esperto di teschi di cristallo”. Nocerino non rivelò mai l’origine del ritrovamento; né i teschi, né gli altri oggetti che Nocerino avrebbe rinvenuto, sono mai stati sottoposti ad analisi indipendenti.

Nel 1970 il teschio Mitchell-Hedges venne affidato al laboratorio della Hewlett-Packard, in quanto centro di eccellenza per la ricerca sui cristalli. I risultati vennero pubblicati in un articolo dove risulta soltanto che sia stato scolpito in un blocco unico di materiale e ne venne stabilita esclusivamente la tecnica di lavorazione, ritenuta compatibile con un’origine precolombiana del manufatto. L’articolo conclude che si tratti di un bellissimo pezzo artistico, ma che non ci sia modo di datarlo.

Nel 1996 il teschio del British Museum viene analizzato, rivelando segni di lavorazione con strumenti disponibili nell’Europa della seconda metà dell’Ottocento. Anche questo elemento suggerisce che si tratti di falsi fabbricati in tale periodo. In quell’occasione erano stati portati anche i teschi “Max” e “Sha Na Ra” (mentre Anna Mitchell Hedges aveva rifiutato di portare il suo), ma il British Museum, in applicazione della propria norma di non fornire valutazioni su oggetti provenienti da collezioni private, non ha espresso alcun giudizio su di essi.

In passato, intorno al teschio inglese si erano catalizzati racconti folcloristici quanto infondati, che suggerivano che il teschio si muovesse all’interno della teca. Anche il fatto che il teschio fosse stato rimosso dall’esposizione aperta al pubblico è una leggenda urbana: il teschio è oggi esposto all’interno della prima sala dell’ala sinistra, sul lato sinistro della parete dove si apre la porta d’ingresso.

La Donazione di Costantino

La Donazione di Costantino è un falso editto, teoricamente risalente al IV secolo, dell’imperatore Costantino I contenente concessioni alla Chiesa cattolica e utilizzato per giustificare la nascita del potere temporale dei pontefici. Dopo una nutrita sezione agiografica, il documento afferma di riprodurre un editto emesso dall’imperatore, il quale avrebbe attribuito al papa Silvestro I e ai suoi successori le seguenti concessioni:

  • il primato (principatum) del vescovo di Roma sulle chiese patriarcali orientali: Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme;
  • la sovranità del pontefice su tutti i sacerdoti del mondo;
  • la sovranità della Basilica del Laterano, in quanto “caput et vertex“, su tutte le chiese;
  • la superiorità del potere papale su quello imperiale.

 

Inoltre la Chiesa di Roma ottenne secondo il documento gli onori, le insegne e il diadema imperiale ai pontefici, ma soprattutto la giurisdizione civile sulla città di Roma, sull’Italia e sull’Impero romano d’Occidente. L’editto confermerebbe inoltre la donazione alla Chiesa di Roma di proprietà immobiliari estese fino in Oriente. Ci sarebbe stata anche una donazione a papa Silvestro in persona del Palazzo del Laterano.

Molto probabilmente il falso editto venne composto a Roma nell’VIII secolo, in età carolingia, quando i pontefici stavano iniziando ad espandere il loro potere temporale e la loro autorità sulla chiesa cristiana. Grazie all’umanista Lorenzo Valla, che analizzò la Donazione con metodo filologico e storico, sappiamo che questa è un falso fabbricato per legittimare le azioni dei papi; il Valla trasse queste conclusioni in quanto alcuni passi del documento riportavano fatti ancora non accaduti nel IV secolo, come ad esempio l’elevazione di Costantinopoli a patriarcato, e perché il latino utilizzato non era quello con cui si scriveva all’epoca.

Il De situ Britanniae

De situ Britanniae (La descrizione della Britannia) è una falsa opera geografica e storiografica romana, contenente una descrizione dei popoli e dei luoghi della Britannia romana. L’opera pretendeva di essere un resoconto realizzato da un generale dell’impero romano tramandato da un manoscritto di Riccardo di Cirencester (monaco inglese del Trecento, figura di cronista medievale realmente esistita), reso disponibile per la prima volta nel 1749. Per oltre un secolo, fu considerata una fondamentale fonte di informazione sulla Britannia romana, con effetti distorsivi che si sono protratti nel tempo. L’opera si presentava come un concentrato delle conoscenze contenute nelle fonti antiche conosciute, con notevoli aggiunte.

La falsificazione fu ideata da Charles Bertram, un inglese del XVIII secolo, allora residente a Copenaghen. Dapprima, nel 1746, rivelò l’esistenza del De Situ Britanniae in una lettera al celebre antiquario William Stukeley: Bertram sosteneva di aver accesso a un antico manoscritto di un monaco medievale, un certo Riccardo di Westminster, contenente molte informazioni sulla Britannia romana. Bertram inviò quindi a Stukeley un frammento della pergamena, di cui il bibliotecario della Cotton Library certificò la vetustà di 400 anni. Dalle referenze presentate, e dall’antichità del frammento di pergamena, Stukeley dedusse la genuinità del manoscritto e l’attendibilità di Bertram. Stukeley identificò l’autore del manoscritto con Riccardo di Cirencester e, nel 1756, tenne un’analisi del manoscritto dinanzi alla Society of Antiquaries, che fu poi pubblicata con una copia della mappa allegata.

L’accettazione acritica dell’opera ebbe grande diffusione in Gran Bretagna. Sebbene si sollevassero occasionali dubbi sulla collocazione del manoscritto originale e della mappa, per molto tempo non vi fu un impegno serio a valutare la validità della copia. La fine della storia arrivò verso la metà dell’Ottocento, quando, cominciando ad affollarsi i sospetti sull’autenticità del documento, si fecero diversi studi critici che ne dimostrarono la falsità. Ma ormai era tardi.

All’epoca dello smascheramento della frode storica, le false informazioni contenute nell’opera erano già state incorporate praticamente in ogni pubblicazione sulla storia della Britannia. Anche dopo lo svelamento della falsificazione, l’opera ha continuato a esercitare effetti negativi: ad esempio, dal falso di Bertram proviene l’esistenza di una base navale della marina romana in Inghilterra, che avrebbe portato il nome greco di Theodosia, ma la sua esistenza è oggi rigettata dagli storici. Nonostante questo, questa informazione può essere trovata in lavori di riferimento anche anni dopo che la falsità era stata svelata (ad esempio, nella voce «Dumbarton» della Enciclopedia britannica, del 1911).

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