Black Dahlia: un brutale caso di omicidio può restare irrisolto per l’intromissione mediatica?

Hollywood, Los Angeles, 15 Gennaio, 1947. Il corpo di una giovane donna, squarciato in due all’altezza dello stomaco e sfigurato sul volto, viene ritrovato da una madre in un parco pubblico. Il corpo in questione era di Elizabeth Short, la vittima dell’omicidio Black Dahlia. Il caso, dopo oltre settant’anni, resta irrisolto. Colpa dei giornalisti?

                   L’OMICIDIO

Una donna, tenendo per mano il figlioletto, passeggia in un parco pubblico, in una zona meridionale di Los Angeles. È il 15 gennaio del 1947. Camminando vicino all’erba, la madre scorge una strana figura bianca distesa sul prato. “È un manichino”, pensa la donna. Tuttavia, avvicinandosi alla misteriosa figura, coprendo gli occhi del bambino in un moto di orrore, ella non può che constatare la realtà: si tratta di un cadavere. Come è possibile vedere dall’immagine sovrastante, il corpo della giovane, morta a 23 anni, presenta diversi segni di violenza, oltre all’ovvia mutilazione delle gambe e di parte dell’addome: vi sono diverse ferite sul cranio, sulla gola e sui seni. Inoltre, le è stato inciso sul volto il celebre Glasgow Smile, cioè un taglio profondo che parte dalle labbra fino a squarciare le guance. L’autopsia rivelerà poi che la causa della morte risiede proprio in quest’ultima, crudele mutilazione, che avrebbe portato al dissanguamento della giovane Elizabeth. In seguito, l’assassino avrebbe tagliato in due la ragazza, all’altezza dello stomaco, estraendo poi parte delle viscere. Dunque, i capelli, per motivi tutt’ora ignoti, sarebbero stati tinti di rosso, il corpo lavato con cura ed infine disposto sull’erba di un parco pubblico, con le gambe divaricate e le budella nascoste sotto le natiche. Queste erano le condizioni in cui si trovava il cadavere al momento del ritrovamento. O almeno, così si crede. Purtroppo, nonostante la tempestiva telefonata di colei che ha trovato il corpo alle forze dell’ordine, la scena viene rapidamente contaminata da una folla di curiosi e giornalisti, che fotografano e toccano il corpo nudo della ragazza. Un omicidio così efferato non avrebbe mai potuto non destare l’attenzione della popolazione e dei media, che conferirono ad Elizabeth l’iconico soprannome, “The Black Dahlia”.

IL CASO (MEDIATICO) DELLA DALIA NERA

I reporter affibbiarono ad Elizabeth questo nome in seguito ad alcune notizie sulla sua vita privata. Pare che la giovane, originaria del Massachusetts, vestisse spesso di nero e che le piacessero molto i film, sopratutto “La dalia azzurra”. Niente di che, quindi, si nasconde dietro l’enigmatico ed affascinante nome Black Dahlia. Si trattò semplicemente di un azzeccatissimo modo di incuriosire i lettori, conferendo un nome eclatante al caso. Ma i giornalisti furono responsabili semplicemente dell’eco mediatica dell’omicidio o ebbero un ruolo ben più determinante? A sentire le dichiarazioni fatte dai detective, all’epoca, pare proprio di sì. Fin dall’inizio il lavoro degli investigatori fu reso difficilissimo: la miriade di impronte rimaste impresse a seguito del radunarsi della folla di curiosi e giornalisti attorno al cadavere, compromise irrimediabilmente la scena del delitto, rendendo impossibile il rilevamento di impronte valide di scarpe o tracce di pneumatici. I detective dovettero dunque affidarsi più che altro ai testimoni, a chiunque avesse conosciuto Elizabeth e l’avesse vista nei giorni precedenti al ritrovamento del corpo. Ciò che emerse dalle testimonianze fu la classica immagine della ragazzina che sogna di diventare una star, tipica della Hollywood di quegli anni. Elizabeth voleva diventare un’attrice e sfondare nel mondo del cinema. Si era trasferita a Los Angeles proprio a tale scopo. Tuttavia, secondo gli inquirenti, sarebbe stata proprio la sua ambizione a porre fine, in maniera così brutale, alla sua vita. L’ipotesi più accreditata consiste infatti nella probabilità che la giovane abbia infastidito e messo in posizioni scomode le persone sbagliate. Infatti, la Short puntava proprio sulla sua bellezza e sul forte carattere, a detta delle testimonianze, per “far colpo” su diverse personalità che avrebbero poi potuto garantirle un’opportunità. I giornali arrivarono però a parlare di vera e propria prostituzione, infangando il nome della giovane senza vi fosse alcuna prova della sua effettiva condotta. Inoltre, i reporter non si limitarono alla diffamazione di una ventitreenne defunta ma compirono veri e propri crimini pur di mettere ancor più carne al fuoco per i lettori, arrivando a rubare verbali e documenti sul caso dalle scrivanie dei detective in diverse stazioni di polizia. Il materiale da ricercare era, infatti, parecchio, dato che ci furono ben sessanta sospettati, di cui ventidue indiziati principali. Nessuna prova però fu mai ritrovata, niente che potesse inchiodare un ipotetico assassino.

LE LETTERE DEL VENDICATORE

Una delle numerose lettere attribuite all’assassino di Elizabeth Short. La scritta dice “Per l’amor del cielo, prendetemi prima che io uccida ancora, non riesco a controllarmi”

A fare luce sul perché delle azioni dei giornalisti potrebbe essere stato lo stesso assassino. Numerose lettere furono, infatti, inviate dal presunto killer e alcune di queste furono ritenute originali, poiché accompagnate da dettagli molto precisi e da oggetti personali della vittima, tra cui le sue scarpe. Il killer scrisse, però, la sua prima lettera ad una testata giornalistica, l’Examiner di Los Angeles, invitando i riceventi a non perdere interesse per il caso, promettendo la restituzione, come già detto, di alcuni effetti personali di Elizabeth. È curioso vedere come l’assassino non si sia rivolto alla polizia, magari fornendo indizi circa la sua identità o locazione, come vediamo nei film in cui il serial killer di turno coinvolge la polizia in una perversa partita a “guardie e ladri”. Tutto ciò che voleva era l’attenzione, la copertura mediatica, qualcosa che soltanto i giornali potevano dargli. Quindi, firmandosi come il “vendicatore della Dalia Nera”, l’assassino scrisse numerose lettere, cambiando spesso idea circa l’intenzione di farsi catturare o meno. Così facendo egli mostrò, qualora non fosse già stato abbastanza palese, che lo scopo di QUEL giornalismo non era la ricerca della verità, ma lo scoop. L’intenzione dei media era quella di tenere inchiodata l’attenzione del pubblico su un caso che assumeva contorni e sfumature sempre più romanzate e lontane dalla ricerca della verità, tant’è vero che molti, fra uomini e donne, si dichiararono colpevoli dell’omicidio, rivelandosi poi tutti megalomani in cerca di attenzioni. E, forse, la stessa Elizabeth, sognando Hollyood, era in cerca di quelle stesse attenzioni. Una fama che, in fin dei conti, ha certamente ottenuto, non soltanto all’epoca dei fatti ma comparendo molti anni dopo in numerose opere: film come “The Black Dahlia” di Brian De Palma, serie televisive come “American Horror Story” e in videogiochi come “L.A. Noire”. Un vero peccato che quella fama le sia stata conferita dalla stessa mano che, senza pietà per una giovane donna dagli occhi azzurri abbagliati dalle luci di Hollywood, le ha strappato la vita.

Tiziano Attivissimo

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