Il Superuovo

Averroè: la spersonalizzazione del pensiero.

Averroè: la spersonalizzazione del pensiero.

Global Digital 2018 è un’indagine condotta da We Are Social in collaborazione con Hootsuite, la piattaforma di social media management più utilizzata a livello mondiale: più di 250 milioni di persone si sono connesse al Web per la prima volta durante il 2017. Gli utenti attivi sono ad oggi più di 3 miliardi nel mondo. 20 miliardi di pagine esaminate ogni giorno, 3 miliardi di domande fatte ogni giorno a Google.

Aristotele, nella sua Metafisica, scrisse così: “Ogni uomo per natura desidera conoscere”. Gli uomini, da sempre, hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare, poiché da principio essi si stupivano dei fenomeni che erano a portata di mano e di cui essi non sapevano rendersi conto, e in un secondo momento, a poco a poco, procedendo in questo stesso modo, si trovarono di fronte a quesiti e dubbi sempre maggiori. Il desiderio di capire è la qualità che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi. Conoscere ci permette di gettare luce dove prima c’era il buio, dove indovini potevano vaticinare disgrazie irragionevoli, facendo leva sulle nostre paure. Certo non tutti avremo il privilegio di fare grandi scoperte, ma almeno tutti abbiamo la possibilità oggi, anzi l’obbligo in quanto animali razionali, curiosi, di porci delle domande. Ai giorni nostri il mondo è una fitta rete interconnessa da diversi punti di vista: comunicazione, trasporti, commercio, energia, finanza. Viviamo immersi in un progresso tecnologico, che cambia continuamente le regole del nostro mondo, ma non ce ne rendiamo bene conto, perché ci siamo disabituati a vedere le cose in modo critico. Viviamo il progresso in modo superficiale, come utenti o consumatori. Immagino che Aristotele rimarrebbe a bocca aperta davanti al semplice mistero dell’accensione della luce di una lampada. Un’assoluta banalità per noi, perché è un’esperienza che ripetiamo molte volte al giorno, sebbene per i più rimanga ancora un mistero.

Scientia potentia est”, «sapere è potere»: la fondata conoscenza di una disciplina è il presupposto per utilizzarla al meglio. Ma di che sapere parliamo quando ci si riferisce a quello derivante da una ricerca su Internet?  Una ricerca su Google sforna pagine e pagine di riferimenti. Studenti che si buttano a capofitto sulla prima pagina che prometta una mediocre presentazione dell’autore da studiare per la verifica. Wikipedia è l’oracolo di Delfi dei giorni nostri. Per questo insegnare un “senso critico digitale” tocca, in primo luogo, alla scuola.  Nelle nostre scuole i computer e internet ci sono: siamo appena sotto la media dei paesi avanzati. Non c’è adolescente che oggi non sappia usare il computer o la playstation. Ma anche l’80% dei docenti utilizza ormai internet abitualmente. Il problema degli insegnanti è semmai culturale e professionale: la tendenza delle attuali politiche scolastiche resta quella di vedere internet come un’attività scolastica ancillare, che non deve far perdere tempo nello svolgimento dei programmi ministeriali. Le nuove tecnologie e internet sono solo strumenti, ma strumenti oggi indispensabili per la vita e il lavoro. Sono gli insegnanti che devono guidare i ragazzi a un loro uso vantaggioso, evitando che si perdano nella melassa indistinta della Rete. Il problema non sta nello strumento che si usa ma nel cervello di chi lo usa e negli strumenti che questo ha acquisito per fare di conto. In tale contesto la figura di Averroè (pensatore arabo vissuto tra 1126 e 1198) suscita oggi un rinnovato interesse nella misura in cui vari aspetti del suo pensiero risultano suscettibili di un’interpretazione che è traducibile nei termini di problematiche contemporanee. Molte delle sue tesi si rivelano estremamente feconde se vengono rese attuali proiettandole sullo sfondo di una condizione contemporanea che ha profondamente trasformato le strutture e le modalità del conoscere e del comunicare. La cosa può risultare tanto più sorprendente se si considera, da questo punto di vista, che questo processo di re-interpretazione concerne una delle questioni apparentemente più lontane dalla contemporaneità: quella del rapporto tra intelletto attivo e passivo lasciato in sospeso da Aristotele alla fine del trattato “Sull’anima”. Averroè commentando lo scritto aristotelico sostiene con forza la natura unica e separata dell’intelletto attivo: non può essere altrimenti visto che è lui che, producendo le forme intelligibili e attualizzandole all’interno del processo psico-gnoseologico, opera sull’intelletto passivo consentendogli di riceverle. In altri termini, esso illumina gli intelligibili e li predispone affinché l’intelletto materiale possa riceverli: operazioni queste che non potrebbe compiere se fosse mescolato con la materia e fosse in possesso di qualche specie di potenzialità.

           Ibn Rušd, latinizzato in Averroè

Il problema nasce quando Averroè finisce con l’attribuire le caratteristiche di unicità e separatezza anche all’intelletto potenziale o materiale: esso è come una sostanza singola ed eterna, comune a tutti gli uomini. Ciò stabilito la conoscenza individuale si realizza grazie alle mediazioni delle immagini sensibili individuali (fantasmi), rese intelligibili dall’intelletto agente e prodotte nell’intelletto potenziale. Ma malgrado il ruolo svolto dai fantasmi, il singolo uomo non pare essere il soggetto del pensiero. Questo non è posseduto dal singolo uomo: così la sua razionalità è garantita dalla sola possibilità di connettersi con un intelletto sovra-individuale che si serve dei singoli individui per pensare eternamente e attualmente tutto il pensabile. Non sono gli uomini che pensano ma l’Intelletto unico attraverso gli uomini. Il soggetto viene “decentrato”. Ora, al di là della terminologia e della cornice teoretica in cui questa riflessione storicamente si svolge, proprio questa spersonalizzazione del pensiero si presta ad essere re-interpretata alla luce della moderna rivoluzione informatica. Le memorie informatiche, l’estensione delle reti di trasmissione digitale ampliano progressivamente un cyberspazio mondiale, nel quale ciascun elemento d’informazione si trova virtualmente in contatto con qualunque altro e con tutto l’insieme: si va costituendo uno spazio invisibile delle conoscenze, dei saperi, delle potenzialità di pensiero nelle quali mutano le qualità e i modi d’essere uomo. Un sistema tecnologico per comunicare e pensare insieme, un’intelligenza collettiva, distribuita ovunque: grazie ad essa il mondo reale cresce, muta e si apre nuove vie di diversificazione. Da questo punto di vista dovremmo immaginarci l’intelletto separato come una “Supermente” di cui il singolo soggetto è un’appendice, un terminale. Di conseguenza è essa a trascinare nella “navigazione” l’individuo, praticando su quest’ultimo un’azione propulsiva che lo induce a connettersi, con i suoi “fantasmi”, alla rete. Come dunque in Averroè la scienza e il sapere umano si costituiscono in una loro continuità universale ed eterna, cui gli individui possono partecipare solo nella caduca esistenza, ma che resta immutabile al di là di ogni esperienza e capacità personale, così per noi l’intelligenza collettiva e il suo mondo virtuale pensano ovunque e sempre stimolando continuamente il pensiero dei propri membri di cui riunisce i percorsi e i contatti.

“Io non lo vedrò, ma i miei nipoti vivranno in un mondo in cui non si sarà discriminati per i soldi o il colore della pelle, ma per l’accesso al sapere” sottolinea Carlo De Benedetti. Così in questo nostro tempo di leggerezze, Averroè continua a suscitare ammirazione.  Internet, nell’epoca attuale, realizza proprio questa sua intuizione. Gli individui che interagiscono intellettualmente, danno luogo a una intelligenza collettiva che, auspicabilmente, dovrebbe essere un processo di crescita degli individui stessi. Cavalcando i secoli, un concetto analogo a quello di Intelletto collettivo proposto da Averroè, lo si ritrova nel grande pensatore e scienziato francese Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). Egli elaborò il concetto di ”Noosfera”, ovvero sfera del pensiero: una coscienza collettiva che scaturisce dalla interazione fra le menti umane. E’ la terza fase di sviluppo della Terra, dopo la Geosfera (materia) e la Biosfera (vita biologica). Più l’umanità si organizza in forma di reti sociali complesse, più la Noosfera acquisisce consapevolezza. In questo senso la grande sfida del nostro secolo è acquisire una conoscenza critica e individuale nell’utilizzo di risorse quali Internet. Perché non possiamo arrenderci al fatto che i nostri pensamenti siano solamente “fantasmi”, gustosi spuntini della grande Intelligenza sovra-personale che è il web. Perché se il sapere è potere, l’istanza che deve produrre emancipazione, cioè il sapere, è al tempo stesso l’istanza che potrebbe produrre subordinazione e dominio.

“Da giovane non riuscivo a condividere l’opinione che, se la conoscenza è pericolosa, la soluzione ideale risiede nell’ignoranza. Mi è sempre parso, invece, che la risposta autentica a questo problema stia nella saggezza. Non è saggio rifiutarsi di affrontare il pericolo, anche se bisogna farlo con la dovuta cautela. Dopotutto, è questo il senso della sfida posta all’uomo fin da quando un gruppo di primati si evolse nella nostra specie. Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola.” (Isaac Asimov)

Tommaso Ropelato

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