Artonauti e la desacralizzazione artistica della riproducibilità tecnica

Artonauti e la desacralizzazione artistica della riproducibilità tecnica

28 Febbraio 2019 0 Di Francesco Rossi

L’idea di Artonauti

L’album di figurine Artonauti, che sarà disponibile in edicola dal 15 marzo non è soltanto una raccolta: è la storia di due bambini e un cane che compiono un viaggio nel tempo alla scoperta dei grandi capolavori dell’arte. Le figurine andranno a comporre dipinti, sculture, affreschi, svelandone i particolari. Inoltre con il meccanismo dello scambio delle figurine a cui tutti abbiamo giocato, i bambini riusciranno a familiarizzare con le opere e con gli artisti. Oltre alle figurine, ci saranno anche piccoli aneddoti, giochi, indovinelli, e curiosità, in un viaggio che parte dalle grotte di Lascaux e attraverso gli egizi, i greci e i romani, arriverà fino al Novecento passando attraverso l’arte di Giotto, del Rinascimento (Botticelli, Michelangelo, Leonardo, Raffaello), degli impressionisti, di van Gogh. Grazie a questo album, i bambini avranno dunque l’opportunità di cominciare a imparare la storia dell’arte divertendosi.

Il titolo dell’album, Artonauti, vuole essere una sintesi tra le parole “arte”, “astronauti” (per identificare un viaggio avventuroso) e “Argonauti” (per evocare personaggi epici e i loro fantastici viaggi): una sintesi tra l’aspetto ludico e quello educativo. A tal proposito si esprime la co-ideatrice dell’album Daniela Re:

Credo che la forza di Artonauti risieda proprio nella storia personale di un’insegnante che ha imparato il mestiere sul campo. Artonauti vuole scardinare il pregiudizio che l’arte sia un argomento troppo difficile per i bambini, proponendo un gioco educativo, intelligente e divertente: è un progetto ambizioso, che punta in alto. Ma l’ambizione di Artonauti ha solide radici perché è un progetto nato sul campo, dal basso, a partire dall’esperienza di chi ha conosciuto e conosce in prima persona il mondo della scuola”.

La ricerca Benjaminiana di un’estetica pura

Il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica viene scritto da Walter Benjamin nel 1935 subito dopo aver partecipato come uditore al I Congresso internazionale antifascista. Pertanto è evidente nello scritto l’adesione filosofica al materialismo storico, dottrina associata principalmente alle figure di Karl Marx e Friedrich Engels, secondo cui le produzioni cosiddette spirituali degli uomini – arte, religione, filosofia – sarebbero determinate, in quanto sovrastruttura, dalle strutture economiche soggiacenti nelle relazioni sociali e nei diversi modi di produzione: compito del materialismo storico dunque sarà il superamento dell’atteggiamento contemplativo verso l’opera d’arte.

In apertura del saggio Benjamin cita un passo di un breve testo di Paul Valèry dalla raccolta Pièces sur l’artIn questo testo lo scrittore si interroga sui mutamenti in atto nella nozione stessa di arte. Quella che allora sarebbe stata la futura diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione analoghi alla radio e al telefono avrebbe presto consentito, secondo Valèry, di trasportare e ricostruire in ogni luogo il sistema di sensazioni/eccitazioni provocato in un luogo qualsiasi da un oggetto qualsiasi. In arte questo avrebbe significato la possibilità per le opere di diventare una sorta di ubiquità, ossia di divenire delle fonti di sensazioni, andando a creare così una sorta di distribuzione di Realtà Sensibile a domicilio.

Per Valèry, sganciando in questo modo la fruizione dell’opera dal suo hic et nunc, dal suo esserci qui ed ora, dalla sua materialità e presenza spaziale, non fa altro che rendere essenziale la più elevata esperienza estetica. Nel pensiero di Benjamin un tale discorso non poteva che avere una valenza  esplicitamente politica: egli vede nelle nuove forme di produzione (fotografia e cinema) la possibilità di liberare l’esperienza estetica di tutto quel sostrato religioso-sacrale che ne accompagnava la fruizione da parte della borghesia.

La dissoluzione dell’aura

La riproduzione intesa come imitazione manuale di disegni, quadri o sculture è sempre stata parte integrante della pratica artistica. Ciò che interessa a Benjamin è la riproduzione tecnica. Con l’invenzione della fotografia e del cinema, la riproducibilità del visibile attinge una dimensione nuova, sganciandosi ulteriormente dal condizionamento della manualità. La tesi centrale del saggio di Benjamin risiede nell’affermazione che nella riproduzione fotografica di un’opera viene a mancare meno un elemento fondamentale: l’hic et nunc dell’opera d’arte, la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova. Nell’unicità della collocazione spazio-temporale dell’opera risiede il fondamento della sua autenticità e autorità come originale, e la capacità di assumere il ruolo di testimonianza storica. Questi tre attributi di unicità, autenticità e autorità vengono ricondotti dal filosofo sotto il concetto di aura.

La portata rivoluzionaria che Benjamin attribuisce alla fotografia come tecnica della riproduzione e, in maggior misura, al cinema, si esplica dunque su diversi piani. In primo luogo la dissoluzione dell’aura attraverso riproduzioni che sottraggono all’opera d’arte il suo hic et nunc della sua esistenza materiale. In secondo luogo rivelazione di una visibilità che rimane inaccessibile all’occhio empirico e diventa invece accessibile tramite la mediazione del dispositivo. Infine la contestazione di ogni atteggiamento cultuale e feticistico di stampo borghese, nei confronti dell’autenticità e dell’autorità dell’opera.