Dante Alighieri e Lev Trotsky sono due personaggi che raramente vengono pensati nello stesso contesto, ma in realtà la loro vita è simile sotto molteplici aspetti. Entrambi sono due degli esiliati politici più famosi della storia, e durante questo difficile periodo della loro vita, hanno continuato a battersi per i loro ideali, disinteressandosi delle possibili conseguenze.

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LA CORNICE STORICA

L’Italia del 200’, è una realtà spaccata, frazionata, divisa e in continua lotta. Da una parte c’è il partito dell’imperatore, i ghibellini, che ne riconoscono la superiorità, dall’altra ci sono i guelfi, che invece appoggiano il Papa. Non è però così semplice, anche all’interno delle stesse fazioni nascono dissidi e conflitti, che molto spesso sono combattuti all’interno della medesima città. È il caso di Dante, che in quanto guelfo, prenderà parte attivamente alla vita politico-militare della sua patria, combattendo in prima persona a Campaldino nel 1289, contro la ghibellina Arezzo. Il 24 ottobre 1917 del calendario giuliano (6 novembre), con il successo della rivoluzione bolscevica, coincide anche l’inizio della guerra civile tra i rossi e i bianchi. Un periodo lungo quasi sette anni, in cui la Russia ha visto un susseguirsi di massacri indiscriminati, da ambo le parti, con danni, devastazioni e divisioni, che hanno profondamente segnato il popolo. In questo contesto si fa strada Trotsky, uno dei più fidati uomini di Lenin, il condottiero ideologico dei bolscevichi. Uomo risoluto e tutto d’un pezzo a cui viene dato il compito di organizzare e condurre alla vittoria la neonata armata rossa. Due uomini distanti, ma entrambi calati pienamente nella realtà politica del proprio tempo.

GLI ESILI 

La mappa politica dell’Italia duecentesca, come abbiamo detto, è però molto più fluida, e va oltre la semplice dicotomia guelfi vs ghibellini, all’interno della stessa Firenze, il fronte antimperiale è spaccato tra bianchi e neri. Dante, bianco, viene esiliato nel 1301, dopo che con l’aiuto di Carlo di Valois, i neri hanno preso il potere. Il tutto con la regia di Bonifacio VIII. Quest’ultimo è per lui l’acerrimo nemico, l’incarnazione del male, che con la sua simonia ha condotto la chiesa alla rovina, quindi anche tutte le anime che si era proposta di salvare. Rappresenta tutto ciò che il Sommo considera sbagliato e deviante, ed è il responsabile della travagliata vita da esule che è costretto a subire. Questo però gli darà spunto per comporre una delle opere più famose e importanti della storia, ovvero la Commedia, e sono molti i passi in cui inveisce contro il suo persecutore, tanto da arrivare a porlo assieme ad altri Papi all’inferno, come simoniaco.

“Se’ tu già costì ritto, 
se’ tu già costì ritto, Bonifazio? 
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.                               

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio 
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno 
la bella donna, e poi di farne strazio?”. 

Dopo la morte di Lenin, il governo della neonata Unione Sovietica, è spaccato in due, da una parte vi sono i sostenitori di Trotsky, e della sua idea di “rivoluzione permanente”, a cui si oppone l’ala più attendista degli stalinisti, convinti fautori del “socialismo in un solo paese”. Il conflitto si concluderà dopo alterne vicende con la presa di potere di Stalin, che una volta consolidata la sua posizione procederà all’eliminazione di tutti i suoi possibili oppositori, tra cui c’è ovviamente Trostky, che viene dapprima esiliato in Kazakistan, per poi essere definitivamente espulso. Inizia così la sua peregrinazione che lo porterà dall’Europa, fino in Messico. La sua situazione di esule, continuamente attaccato in patria dal suo persecutore, non gli impedisce di scagliarsi violentemente contro lo “stato operaio degenerato”, creato da Stalin con la sua politica. Il suo soprannome giovanile di “penna”, lo porta a comporre opere come “la rivoluzione tradita”, che contengono tutto il suo malcontento e la sua frustrazione per l’impotenza a cui è stato condannato.

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Dante non rivedrà mai la sua Firenze, così come Trotsky non rivedrà mai la Russia che ha contribuito a plasmare con la rivoluzione. Ma la loro fine è dissimile, e forse questo è dovuto anche alla differenza di tempi in cui i due sono vissuti. Il poeta fiorentino, vivrà la fine dei suoi giorni in relativa tranquillità, da pericoloso esule, ma mai seriamente minacciato, e spirerà a Ravenna, sotto la protezione del suo mecenate Guido da Polenta. Il rivoluzionario bolscevico invece vivrà il resto dei suoi giorni da braccato, e neppure il suo soggiorno dall’altra parte del mondo gli salverà la vita. Verrà infatti ucciso nel 1940 da alcuni sicari stalinisti, che già più volte avevano attentato alla sua vita, a causa della sua ancora grande reputazione in Urss. Cosa che ovviamente Stalin non era disposto ad accettare.

Questi due uomini che ai più sembrano così diversi, sono invece spaventosamente simili nei loro destini, seppur vissuti a centinaia di anni di distanza. E questo dovrebbe portare a riflettere sul fatto che forse davvero in maniera gattopardesca tutto cambia per poi alla fine non cambiare mai.

Luca Simone

 

 

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