Al patibolo Alizereza Tajiki, le autorità iraniane hanno ottenuto sotto tortura la confessione  dell’omicidio di un suo amico nel 2013. Il ragazzo ha atteso in carcere la maggiore età e quest’anno è stato ucciso. Le condanne a morte di imputati che avevano meno di 18 anni al momento del delitto continuano.

Alireza Tajiki

Iran-‘‘Le autorità iraniane hanno ancora una volta crudelmente mostrato di ignorare del tutto i diritti dei minori” ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice di ‘Amnesty International’. Alireza Tajiki è stato impiccato dalla giustizia iraniana la mattina dell’8 Agosto. Aveva 21 anni quando la fune che stringeva il suo collo ha fatto sì che in pochi secondi perdesse conoscenza per il mancato afflusso di sangue al cervello e morisse probabilmente dopo una decina di minuti dall’inizio dell’esecuzione. Era stato arrestato nel maggio del 2012 quando aveva 15 anni con l’accusa di aver violentato e poi ucciso un suo amico, e condannato a morte nel 2013, all’età di soli 16 anni. La mattina dell’esecuzione Taijiki è stato trasferito in isolamento, la sua famiglia è stata chiamata per un ultimo saluto. Le autorità iraniane non hanno però provveduto ad inviare una comunicazione ufficiale all’avvocato, che, per legge, deve essere avvisato con 48 ore di anticipo. Anche il processo nei suoi confronti ha fatto molto discutere e si è rivelato pieno di irregolarità: il giovane dichiarò che le ‘confessioni’ sulle quali si fondava l’accusa erano state ottenute mediante tortura, e le stesse vennero infatti ritirate.

Il tribunale iraniano ha così infranto le norme del diritto internazionale, secondo il quale la pena di morte non è applicabile a chi aveva meno di 18 anni all’epoca del reato. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato: solo nei primi sei mesi del 2017 sono state eseguite 239 condanne a morte, quattro di queste nei confronti di soggetti che erano minorenni al momento della condanna. Non è accettabile il fatto che uno stato non rispetti le norme del diritto internazionale e non venga punito: si rischia che esse perdano di validità. Il futuro che si prospetta in paesi come l’Iran per i rei minorenni è disumano: aspetteranno in carcere la maggior età e una volta raggiuntala saranno uccisi, condannati all’attesa della propria morte.

La tortura in alcuni stati è ancora un metodo usato per estorcere confessioni (di più che dubbia validità): non solo in Iran, ma anche in Russia, Turchia, Egitto, USA, Israele, Palestina sono praticate abitualmente. Violazioni dei diritti umani, sono all’ordine del giorno. Servono regolamentazioni del reato di tortura e sanzioni per i paesi che non le rispettano per mettere fine alle pene disumane dei detenuti.

In molti paesi la pena capitale è ancora legale, come strumento di sanzione per i reati più gravi. La logica stessa dimostra quanto sia contraddittoria la pena di morte; uno stato che ‘persegue la giustizia’ compie azioni pari a quelle che condanna, creando così un cerchio infinito di sangue. E’ troppo comodo per uno stato che si ritiene ‘civile’ eliminare semplicemente gli elementi che reputa scomodi, senza concedere loro nessuna possibilità di rieducazione.

Le parole scritte da Beccaria in ‘Dei delitti e delle pene’ dovrebbero essere affisse nell’aula di ogni tribunale e riecheggiare in ogni processo. ”Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio

-pincorno