Volevo scrivere di una donna: Erica Jong e la sua Isadora

La visione di Erica Jong sul mondo femminile

Nel 1973 viene pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti il libro Paura di volare di Erica Jong che scandalizza il mondo e parla di una donna indipendente, libera e al tempo stesso innamorata degli uomini. Una femminista, una donna che intimorisce per la sua grandezza e semplicità.

Volevo scrivere di una donna

io volevo scrivere di una donna che amava gli uomini pur bramando l’indipendenza, una donna che era sia corpo che una mente, che non rinunciava alle sue aspirazioni per il matrimonio e che poi covava un amaro risentimento nei confronti del marito. Ero convinta che eravamo in grado di fare entrambe le cose: amare ed essere intellettualmente libere. In fondo, tante grandi scrittrici avevano amato appassionatamente degli uomini.

Erica Jong scrive quello che allora sembrava impossibile. Inizia a dare voce ai pensieri più profondi delle donne, alle loro fantasie, ai loro incubi e alle loro paure.

Presenta la sua opera come una satira, una barzelletta sconcia, un atto di ribellione e una ricerca di se stessi, sicura che nessuno lo avrebbe mai pubblicato, in quanto esplicito ed anticonvenzionale. Lo scrive negli anni sessanta quando si manifestano nuovi movimenti, tra cui una nuova ondata del femminismo. L’euforia che spingeva le donne ad informarsi, ad accorgersi della realtà in cui vivevano, a voler cambiare le cose, ha ispirato le pagine di Paura di volare. Ma non solo quello.

Di donne non si era mai parlato così. Presenta una ragazza con desideri contraddittori, che si pone delle domande e si interroga costantemente, per capire se effettivamente è lei la folle di turno o è la società a renderla tale.

Per una donna non esiste un modo di vivere dignitosamente sola

Isadora Wing, la protagonista del romanzo, dice che nessuno le ha mai spiegato realmente cos’è il matrimonio. Ci si aspetta di amare solo un uomo tutta la vita e che lui si mostri sempre fedele nei confronti della sua dolce metà. Ma la trentenne si accorge a una conferenza che non è così. La sua infelicità è palpabile e attraverso l’incontro con Adrian capisce che ci sono sfumature non dette, tabù che bisogna abbattere, sensazioni mai esplorate…

E tutti gli altri desideri che il matrimonio ha soffocato? Il desiderio di prendere la tua strada e andare, di scoprire se eri ancora capace di vivere sola con te stessa, di scoprire se eri in grado di sopravvivere da sola in una capanna in mezzo ai boschi senza diventare matta; di scoprire in breve se eri ancora tutta intera dopo anni e anni durante i quali eri stata soltanto la metà di qualcosa. […] Ma si suppone sempre che una donna sola sia stata abbandonata, mai che abbia scelto di vivere così. E viene trattata di conseguenza, come un paria. Per una donna, in definitiva, non esiste un modo di vivere dignitosamente sola.

Isadora parla anche di figli, di temi comuni nella vita di una donna che solo ora, quando le scrittrici iniziano a pubblicare, si capisce finalmente la loro visione. Senza di loro ci sarebbe stata solo una posizione maschile a prevalere e il mondo avrebbe dato per buona la loro, senza mai controbattere. La Jong inizia a dire che decidere di avere un figlio è una scelta terrificante, ti porta a rinunciare al controllo del tuo destino e ti lascia nel limbo, in balia del caso. Non puoi sapere come andrà, se ne sarai all’altezza. Soprattutto se finalmente sei riuscita a guadagnarti una posizione lavorativa di prestigio e non sei pronta a rinunciarci.

Avrei voluto un figlio quando mi fossi sentita pronta. Oppure, se non mi fossi mai sentita pronta, non l’avrei avuto mai. […] Se avrò mai un bambino, voglio che sia soltanto mio. Una bambina come me, ma migliore. […] Non è il fatto di aver figli in sè che mi sembra ingiusto, è di averli per gli uomini. Figli che prendono il loro nome.

Io parlo con loro. E loro mi parlano di sé…

Isadora è come la maggior parte delle donne: ostacolo a se stessa. E i sensi di colpa sono il suo principale strumento di tortura che si autoinfligge. Lei si impone dei limiti, si sente inadeguata, mette a confronto se stessa con le altre. E si rende conto che non vuole essere come sua madre, non vuole essere quel tipo di donna. Erica Jong, a distanza di quarant’anni, spiega che effettivamente la sua eroina manda un messaggio forte e fondamentale ancora oggi. Questo libro è un must per tutte le ragazze e non solo per loro. Tutti dovrebbero leggere Paura di volare. È micidiale, sorprendente, vero. E poi è divertente, esilarante e scorrevole.

Perchè deve essere lei a dirmi che cosa significa essere donna? È forse una donna lei? Perchè non dovrei dar retta a me stessa, tanto per cambiare? E alle altre donne. Io parlo con loro. E loro mi parlano di sé… e, dannazione, provano esattamente le stesse cose che provo io…

È rivoluzionario. E lo è stato davvero. Molte adolescenti ed adulte sono andate dalla scrittrice a dirle che quelle parole le hanno ispirate.

Ci aiutano a toglierci le nostre maschere, confrontandoci col nostro io più profondo. Ci fanno capire che siamo di più del nostro viso, del nostro utero, che abbiamo talenti che non devono essere soffocati o repressi per non sminuire l’uomo al nostro fianco. Ci mostrano che l’unica meta che dobbiamo avere davanti è quella di scoprire quanto siamo forti.

Ci insegnano a prendere la vita con umorismo, a ridere dei sistemi, della gente, di se stessi. La vita è contraddittoria, sfaccettata, varia, divertente, tragica, con dei momenti di una bellezza struggente, insopportabile. Ecco cosa ci urla Erica. Vivila. E sii sincera con te stessa.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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