L’uomo e la grande macchina dello stato: l’ultraviolenza di Arancia meccanica e la denuncia di Sciascia

 

Arancia Meccanica è un film di Stanley Kubrick uscito nel 1971. Uno dei temi di spicco è sicuramente la violenza, cosa ne pensa Sciascia in merito?

Faust Violento Fermata - Foto gratis su Pixabay

 

Due mondi distanti ma per certi aspetti molto vicini: l’ambientazione indimenticabile di Arancia Meccanica e il siciliano Sciascia, cos’hanno in comune?

 

Arancia Meccanica

Tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess, come il libro, mette in luce un mondo dispotico, in cui i problemi sociali e la violenza sono i tratti costituenti. I giovani sono come investiti da una forte rabbia che li porta ad agire di conseguenza. Il protagonista è Alex, un ragazzo con inclinazioni antisociali e capo di una banda chiamata Drughi. Questi passavano le loro giornate al Korova Milk Bar che può essere considerato come un loro covo o rifugio, dove brindavano alle atroci azioni giornaliere con il cosiddetto lattepiù un latte ”corretto” con sostanze stupefacenti. Il gruppo compie ogni tipo di scorreria: dalle aggressioni alle imboscate, fino arrivare a violenze carnali, sia con percosse che con stupri. Alex finirà per subire in un certo qual modo tutto quello che ha inferito. Si ritroverà incapace di ribellarsi perché assalito da una strana nausea. Finirà addirittura in coma, perché narcotizzato e percosso dal marito della donna che avevano violentato, la quale si era uccisa dopo l’accaduto. Svegliatosi dal coma la sua vita prenderà un’altra piega: dopo una serie di avvenimenti il protagonista turbato che trascorreva la sua vita fra musica classica, sesso e droga e che si sentiva oppresso dallo Stato e dalle sue leggi si sentirà liberò, perché ora lavora per esso.

 

Il concetto ”meccanico” di violenza

Si definisce violenza un’azione volontaria che mira a ledere e a oltraggiare non solo il soggetto in questione ma anche la sua stessa volontà. E’ spesso un modo per esercitare potere, per far prevalere le proprie opinioni o per distruggere quelle altrui. Le sfumature che le si possono attribuire sono davvero tante: si può parlare di violenza fisica, di violenza psicologica ed anche economica. La risposta in taluni casi è assente, ma d’altro canto può essere anche ideologica. Perché Alex è così violento? E cosa sta combattendo?

La sua è sicuramente una ribellione di un certo peso. Per il suo pensiero e le sue idee non sta pagando il diretto interessato – che dovrebbe essere lo Stato- ma una serie di attori diversi fra loro. La sua rabbia sembra più rivolta verso la forma coercitiva dello stesso, di cui si fa portavoce, ma come detto prima, solo idealmente. L’idea è quella di uno Stato che forma l’uomo giusto, un uomo che incarna certi valori e ideali, e che deve incanalare la sua ferocia verso qualcosa di produttivo, quale potrebbe essere per esempio, il lavoro. Ribellarsi nei confronti di questa ”macchina” che è lo Stato significa ribellarsi verso una forma di essere che chiaramente Alex né condivide, né tanto meno incarna. Secondo la logica nascosta fra le righe del romanzo e le scene del film, anche l’uomo potrebbe essere considerato una macchina, una macchina che ha il sottile vizio di violare. Questo significa che se non divorerà sé stesso, divorerà gli altri, in cerca forse di risposte.

Sciascia e la violenza

Leonardo Sciascia è uno dei poeti di spicco della letteratura contemporanea. Riconosciuto soprattutto per le sue opere sulla sua terra, la Sicilia, gode di un fascino quasi intramontabile, visto anche il tono di denuncia che avuto verso un male che ha stretto la morsa in quel territorio: la mafia. Sciascia sembra avere sin da principio le idee molto chiare su cosa è e cosa significa ”mafia”. La descrive quasi parafrasandola e la accetta e la comprende ancora prima che lo Stato avesse accettato la sua presenza. Per capire meglio il concetto di violenza e di criminalità organizzata che ben si sposano con il romanzo e il film Arancia Meccanica, prenderemo le mosse proprio da questo, da ciò che Sciascia racconta dei suoi personaggi mafiosi. Egli è sicuramente uno degli scrittori che più ha puntato su questo tema, cercando notizie sui giornali, approfondendo quanto più possibile ogni avvenimento, dando però a differenza di Pirandello, uno statuto preciso al suo personaggio, caratterizzandolo per ciò che era e per ciò che faceva.

Effettivamente l’idea di violenza sciasciana risulta molto più chiara se si analizzano alcune sue osservazioni: Sciascia a differenza di Alex non sta oltraggiando l’altro, ma ha capito che il problema sta dall’altra parte e lo sta denunciando. Paragonare i due è forse sbagliato, ma ciò evidenzia la loro diversa presa di posizione. Lo scrittore non sta denunciando solo la posizione dello Stato, ma critica oggettivamente tutto, partendo dal popolo che in “Il giorno della civetta definisce così:

Il popolo… Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l’appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna.”

e ancora:

 

“Il popolo, la democrazia […] sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità.”

 

Non troveremo una definizione vera e propria di violenza in Sciascia, bisogna più che altro leggere dentro ai fatti e alle parole per comprendere: in Sciascia la violenza potrebbe essere l’abuso di potere, la mafia stessa è una forma di violenza, la giustizia stessa con i suoi deficit sfiora il concetto di violenza, non professandola ma causandola. Pochi anni prima scrive infatti in  “Nero su Nero” 

“Dice un vecchio avvocato: “Una volta, su cento casi che mi capitavano, novantotto erano di colpevoli e due di innocenti. Ora è il contrario: novantotto di innocenti e due di colpevoli”. Spero che la sua sia una esperienza eccezionale, ma spesso mi assale il sospetto che la macchina della giustizia si muova a vuoto o, peggio, arrotando chi, per distrazione propria o per spinta altrui, si trova a sfiorarla.”

Violenza qui non è solo il male perpetrato dall’associazione mafiosa in sé, ma è anche parte di colpa di quella ”macchina” statale che non è riuscita a comprendere ciò che stava accadendo fra i suoi ingranaggi. Lo Stato avrebbe dovuto non solo capire ma anche accettare la realtà dei fatti, e doveva farlo molto tempo prima, così da poter tamponare alcune ferite. Ancora una volta la linea fra giustizia e violenza si assottiglia, ricordandoci come un’idea o un male radicato possa coinvolgere la grande macchina dello Stato.

 

 

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