Il libero arbitrio non sempre è sinonimo di libertà e ce lo spiegano Dante e il film “One Day”

Fino  a che punto siamo liberi di scegliere nella nostra vita? E soprattutto, qual è il rapporto che lega la ‘predisposizione’ alla facoltà umana del libero arbitrio?

 

Statua di Dante a Firenze, Pixabay

Spesso e volentieri tendiamo ad attribuire ad influenze esterne alcuni dei nostri comportamenti e delle scelte che ne derivano. La mia domanda al riguardo è: fino a che punto un’inclinazione può esser considerata la sola e unica responsabile del nostro agire? Tenterò di rispondere appellandomi al Canto XVI del Purgatorio di Dante e collegandomi al film ‘One day’ di Lone Scherfig. 

 

IL LIBERO ARBITRIO

Si sa, la Divina Commedia è un’opera magistrale che non conosce limiti di tempo per quanto riguarda le tematiche che Dante ha deciso di affrontare al suo interno, poiché, seppur  a distanza di secoli, continua a fornirci degli spunti di riflessione estremamente attuali, propedeutici ad iniziare dibattiti per niente antiquati, ma al contrario, che il più delle volte riguardano proprio la società contemporanea.

È questo il caso dell’argomento principale del Canto XVI del Purgatorio, quello in cui Dante, insieme alla sua guida Virgilio, si imbatterà nella figura di Marco Lombardo, cortigiano che visse nel periodo in cui erano ancora vivi i ‘valori cortesi’. All’udire questa affermazione, Dante, che già in precedenza aveva la sensazione che queste virtù stessero progressivamente scomparendo all’interno della società, porrà una domanda al suo interlocutore, la cui risposta aprirà la strada sostanzialmente ad un’infinità di pareri e visioni discordanti. Il suo dubbio riguarda l’origine che sta alla base di questa decadenza morale, infatti il poeta si domanda se derivi da un influsso ‘del cielo’ oppure se sia da ricondursi ad una decisione dell’uomo.

Spieghiamo meglio: quando Dante parla di ‘valori cortesi’ sta facendo riferimento ad un insieme di virtù (quali ad es. l’onore, la fedeltà, la prodezza) che, secondo lui, guidano l’uomo verso una ‘rettitudine morale’ che potremmo definire come il ‘Bene’ con la B maiuscola, e quindi inevitabilmente verso la volontà di Dio, elemento imprescindibile per l’autore, data l’epoca in cui viveva (Il Medio Evo).

Dopo questa piccola digressione, quindi, ritorniamo al dilemma di Dante, che quindi potremmo riassumere così: l’agire umano, è mosso da un’influenza superiore oppure è tutto ascrivibile alla pura volontà umana? Domanda da un milione di dollari, starete pensando voi, e ovviamente non potrei che esser d’accordo con voi. La risposta, di Lombardo, però, non si fa attendere, ed egli asserisce che alcune cose che succedono sulla Terra possano subire l’influsso iniziale ‘del cielo e delle stelle’, ma non necessariamente tutte. Inoltre poi aggiunge che in ogni caso, sia che un’influenza esterna possa esservi o no, alla fine è sempre l’uomo a decidere cosa e come fare, in quanto dotato del libero arbitrio. Altrimenti, conclude questo, quale senso avrebbe punire chi sbaglia e premiare, al contrario, chi fa bene?

L’argomento è estremamente complesso ed articolato, e probabilmente non esisterà mai un’unica risposta alla questione, però la riflessione di Lombardo è molto interessante, poiché determina un punto di partenza che apre la strada ad ulteriori considerazioni ed approfondimenti. Una su tutte, ad esempio, è quella riguardante la responsabilità dell’uomo nel poter scegliere di determinare il suo grado di libertà. Mi spiego meglio: Dante e Lombardo, nella loro discussione, ne converranno che esistano delle influenze che gravano sul processo decisionale dell’uomo, che essi riconducono ad una dimensione ‘celeste’, ascrivibile all’universo dei pianeti e del ‘cielo’ più in generale, quindi anche a Dio ed alla sua volontà. Sono altrettanto convinti del fatto, però, che l’ultima parola spetti sempre e comunque al libero arbitrio dell’uomo, che può comunque decidere di ignorare questi influssi ed inclinazioni, scegliendo di intraprendere una strada che può essere completamente diversa. È assolutamente possibile e lecito farlo, ma il punto è: a quale prezzo?

 

SCEGLIAMO NOI QUANTO ESSERE LIBERI

Dante e Lombardo identificavano le influenze che condizionano la libertà dell’uomo nell’apparato celeste, come abbiamo detto, che è ascrivibile quindi agli astri e alla volontà di Dio. Ma io qui, in questo capitolo, voglio proporvi un’altra interpretazione, che guarda a questo tema secondo una visione più psico-filosofica.

È Dante stesso che, nel canto XXV del Purgatorio, approfondendo ulteriormente il tema,  intuisce che il vero senso della parola ‘libertà’ debba essere ricondotto ad una dimensione individuale e spirituale che vive all’interno di noi, e che sempre e solo noi stessi come individui singoli potremmo contribuire a mantenere in vita. Non ha niente a che vedere, a livello profondo, con dei fattori esterni, ma dipende quasi esclusivamente dalla nostra capacità di superare quelli che sono i nostri ‘scogli interiori’, unici veri impedimenti alla piena realizzazione di noi stessi.

Per spiegare meglio questo concetto, citerò un estratto del video presente sul canale youtube di Gianmario Pagano, scrittore e professore italiano: «La libertà secondo Dante non è libertà da condizionamenti o impedimenti, non è la libertà di scelta. Libertà per Dante è finalmente essere padroni di se stessi. La libertà è essenziale perché la libertà è vita, non si può vivere senza. Era proprio la sua mancanza che, nella foresta oscura, stava uccidendo Dante. L’essere umano, secondo l’autore, è in costante movimento verso il bene, il suo bene. Ed è qui, proprio in questo cammino che è facile incontrare degli ostacoli. Quelli più gravi però, che possono seriamente impedire di raggiungere la libertà non sono quelli esterni che ci si presentano sulla strada, bensì quelli interni, costituiti dai nostri vizi e dalle nostre dipendenze. Vizio inteso come dipendenza da qualcosa, da un comportamento, da un affetto, da un attaccamento, insomma da una coazione a ripetere che ci impedisce di essere davvero noi stessi, e cioè che impedisce la piena realizzazione del nostro bene e delle nostre potenzialità. Se noi non siamo liberati da questi condizionamenti interni, non siamo pienamente padroni di noi stessi, e quindi non siamo liberi. È proprio qui che risiede il vero problema dell’umanità, nel non sapere compiere il bene anche quando lo conosciamo. La libertà, quindi, è essere davvero in grado di avere la patente con cui guidare la nostra vita, essere in grado di poter obbedire alla parte migliore di sé. Quindi, la libertà si acquista anche tramite la disciplina, attraverso la capacità di saper sacrificare, di saper rimandare la gratificazione immediata del vizio, essendo in grado di concentrarsi e di saper rinunciare. La libertà che acquisiremo in questo modo non è una condizione esteriore, non ci è concessa da un’autorità esterna, non è semplicemente aver spezzato una catena, ma diventa una condizione interiore, dello spirito. 

Dante aveva già intuito quello che la psicologia odierna identifica con il concetto della ‘gabbia dorata’, e che in letteratura Pirandello identificherà nel ‘900 con il concetto della famosissima ‘maschera’: l’uomo, per sua natura, tende appunto a voler cristallizzare la propria personalità, statica e mutevole per definizione, in forme marmoree, rigide ed immutabili. Ovviamente, non è totalmente sbagliato disegnare una sagoma della nostra identità, anzi, al contrario, è funzionale a darci delle linee guida generali, che ci permettano di riconoscerci ed essere riconosciuti dagli altri. Il problema nasce appunto quando ci dimentichiamo che queste forme identitarie che abbiamo creato non sono eterne ed immutabili, ma possono, per i più svariati motivi, modificarsi e riorganizzarsi nel corso della vita, essendo appunto influenzati dai bisogni profondi della nostra personalità e della nostra anima, forze dinamiche in costante movimento. Quando però decidiamo di non accettare questo assunto di base e cominciamo ad opporre resistenza, aggrappandoci ad un idea di noi stessi che non esiste più,che magari è mutata, in nome del concetto estremo di ‘coerenza’, è proprio qui che inizierà la nostra sofferenza e parallelamente si manifesterà la mancanza di libertà, poiché stiamo cercando di controllare la nostra parte più profonda ingabbiandola, appunto, all’interna di una cella dalle sbarre dorate che corrisponde ad un idea che ci siamo fatti di noi stessi, e che vorremmo tanto soddisfare, ma che purtroppo non corrisponde ai desideri più profondi di quel momento della nostra parte inconscia, profonda. È qui che, come dice Dante, si verifica la vera mancanza di libertà, in cui noi abbiamo ugualmente la facoltà di scegliere di negare i bisogni profondi dell’anima e di non ascoltare la nostra parte più profonda, è proprio il libero arbitrio a consentirci di farlo, ma lo scotto da pagare sarà davvero molto alto, poiché l’anima e i suoi desideri profondi non sono un bene negoziabile che può essere ignorato a lungo,  e prima o poi,  troveranno qualsiasi modo per  bussare alla porta della nostra parte cosciente

 

 

ONE DAY

One day è il film diretto da Lone Scherfig i cui protagonisti sono Anne Hathaway e Jim Sturgess, in cui il tema della libertà di scelta, libertà profonda intesa come scelta dell’anima viene affrontato declinato nell’accezione di coppia.

Emma e Dexter sono i personaggi interpretati dai due attori, che si conoscono il 15 luglio del 1988, alla fine della sessione di laurea. I due trascorreranno la notte successiva insieme, dalla quale scaturirà un’amicizia che perdurerà per gli anni successivi.

La struttura narrativa del film ci mostra ogni anno a venire, dal 1988 in poi, tutti i 15 luglio successivi, giorno simbolo per i due. Emma è da sempre innamorata di Dex, mentre quest’ultimo pensa che il loro rapporto debba rimanere un’amicizia con qualche occasionale benefit. Sin dall’inizio, il sentimento provato da entrambi è quasi palpabile, ma i desideri di grandezza e di realizzazione nel mondo televisivo da parte di Dexter saranno l’elemento che ostacolerà, per moltissimi anni, la chiara visione di questo sentimento.

Seppur entrambi siano consapevoli dell’amore che scorre innegabilmente tra loro, come abbiamo detto prima, gli ostacoli peggiori si riveleranno sempre i vizi e le dipendenze interiori di cui Dexter dovrà sbarazzarsi e superare per essere finalmente davvero libero di poter decidere di provare a vivere questo sentimento che la sua anima, fin dagli albori, sapeva dovesse appartenergli.

Seppur questo film tocchi questo tema in maniera se vogliamo meno profonda e più marginale rispetto ai temi trattati nei primi due capitoli, è un elemento altrettanto importante nel far comprendere quanto alcuni schemi mentali e idee radicate possano contribuire ad ostacolare la piena realizzazione della nostra felicità, a volte arrivando addirittura a farci rinunciare ad occasioni irripetibili, che raramente rincontreremo sulla nostra strada, solamente perché siamo incatenati all’interno di un’idea limitante che ci stiamo autoimponendo di noi stessi.

 

Quindi, in conclusione, come sostengono Dante e Lombardo, il libero arbitrio è sempre un’opzione che ci permette di scegliere, anche a costo di negarci desideri profondi dell’anima verso cui siamo spinti istintivamente. Ma il prezzo da pagare, quando si sceglie di contrapporre la razionalità estrema avvalendosi del libero arbitrio contro i desideri dell’anima, sarà davvero molto alto e, prima o poi, il conto ci verrà presentato ugualmente, in un modo o nell’altro.

 

 

 

 

 

 

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