“Via del campo”, la poesia di De André mai scritta da Pasolini

L’arte imita la vita e la vita imita l’arte diceva Pirandello, mai frase fu più vera. D’altronde l’arte si nutre di tutto ciò che avviene nel mondo ed ha la capacità di rendere immortale anche ciò che, ad occhi inesperti, appare impoetico. Di questo hanno scritto De André e Pasolini, autori di elegie dallo sfondo decadente.

Attraverso l’opera di Pasolini e Faber, indaghiamo la meraviglia dell’impoetico.

PASOLINI

L’eredità di Pier Paolo Pasolini è un vero e proprio tesoro. Con la sua opera ha insegnato ad intere generazioni la meraviglia nascosta nei luoghi più inaspettati, la gioia scaturita da una  diversità fino ad allora poco indagata. È in tutto ciò il genio. L’umanità che tanto lo attraeva, gli ha regalato un bagaglio conoscitivo ed emozionale dal valore inestimabile, trasformandolo in vero e proprio custode di una dimensione condivisa con i suoi “Ragazzi di vita”, primari soggetti di una realtà gelosamente custodita tra una casa in periferia e le rive dell’Aniene. In quello che è forse uno dei lavori simbolo del poliedrico artista friulano di nascita e romano d’adozione, viene offerta la possibilità ai più attenti di osservare quel mondo attraverso gli occhi di chi lo ha ricercato, di chi ha sentito il richiamo di un’autenticità fuori moda in un mondo che, già nel 1955, andava troppo veloce e trascinava via con sé ciò che invece avrebbe dovuto essere conservato. Pasolini è stato uno dei primi ad aver avvertito l’urgenza di tornare ad una fase pre globalizzata, una fase innocente non ancora traviata dalla degradante modernità che,  come fosse un buco nero, assorbe tutto ciò che di bello esiste nel mondo senza lasciare nulla a chi rimane. È quindi con il caos che si può sfuggire all’ordinario, è nel degrado che si può conoscere la vera bellezza, è nella povertà che si può riscoprire l’ancestrale autenticità cantata da Lucrezio e resa grande da Pasolini.

FABER

Una penna, un foglio, una chitarra ed una sigaretta erano la lente sul mondo di Fabrizio De André; la sua musica e la sua voce il prodotto di una sensibilità alla spasmodica ricerca della verità. Il suo lavoro è figlio di questa indagine condotta alla ricerca della bellezza nascosta sotto qualche trucco ormai sfatto o tra i balconi di via del campo, abitata da un’umanità dimenticata dalla storia che non ha ancora trovato il modo di fiorire, forse perché incapace, forse perché non disposta a scendere a compromessi con il mondo. È proprio nello scarto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere che si colloca De André, un’anima fluttuante trasportata dal rapido vortice della decadenza osservata dalla posizione privilegiata di chi ha la curiosità di stracciare quel velo di Maya dietro il quale abita l’umanità. “Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior” scriveva il “Via del campo”. Romanticizzare lo scintillio di una vita condotta nell’agio in un contesto al limite della finzione è lavoro per tutti, rintracciare la meraviglia in una prostituta o in un luogo impoetico è un procedimento riservato solo a pochi eletti. Faber era di certo uno di questi, un uomo che con il suo dolce canto ha restituito la vita a chi credeva di averla perduta tra le lenzuola di un letto sfatto e nel retaggio dei “Peccati di gioventù”.

LE GEMME DELLA DECADENZA

Tutto ciò che avviene nel mondo dell’arte, non è altro che specchio della realtà. Quell’immobilità assicurata da una produzione artistica, ha la capacità di riprodurre il mondo esterno in modo così personale da essere perfettamente aderente alla dimensione tangibile. La vera capacità però, sta nel rendere meraviglioso e poetico ciò che normalmente reputeremmo insignificante o non degno di entrare in quel magico paesaggio fatto di parole, forme o colori. Sí perché la vita reale non è fatta di perfezione o luccichii, non contempla l’incondizionata bellezza di uno sfondo agghindato o scintillante. La vita reale è fatta di contrasti, brutture e contraddizioni, è un luogo impoetico, sporco e buio in cui risulta difficile ritrovare tracce di umanità. Esattamente come l’arte quindi, la realtà illude l’osservatore e nasconde la sua vera natura. Proprio per questo risulta spesso necessario ritrovare la verità che abita dietro quell’illusione, perché solo quando l’arte si fonde con il mondo avviene la magia. È per questo che Pasolini e De André hanno cercato di squarciare il sottile velo che separa le due dimensioni, per fare in modo che la loro arte potesse aderire a ciò che di più vero esiste nel mondo, cantando e scrivendo la meraviglia di quei luoghi che, se non si abitano, si nascondono sotto il tappeto. In questo modo hanno dato nuova vita a chi una vita non aveva più, ricordando quelle gemme di umanità che nutrono costantemente l’arte e, di conseguenza, la stessa vita.

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