Tolkien era di destra? Lo strano caso del Movimento Sociale Italiano nella Terra di Mezzo

Il 29 luglio di 65 anni fa veniva data alle stampe la poderosa trilogia del Signore degli Anelli, firmata da J. R. R. Tolkien, cattedratico all’università di Oxford, nell’apparente disinteresse di tutti, usciva un’opera firmata da un professore di filologia alla prese con un universo immaginifico impaginato da zero, con robuste iniezioni di mitologia tradizionale e secolare letteratura fantastica europea. La sussunzione della produzione di Tolkien cambiava di Paese in Paese, ma solo in Italia assunse una coloritura politica.

La manipolazione della destra italiana da parte di Tolkien è argomento noto

 

Alla ricerca di una fantomatica personalità, nella ricostruzione di un pantheon culturale senza alcun filo conduttore, già a partire dagli anni ’70, rappresentando un unicum in tutto il panorama europeo, la destra italiana ha saccheggiato le parole di Tolkien per cucirsi addosso un’armatura culturale identitaria e ben riconoscibile. I valori dell’Heroic Fantasy legati agli ideali medioevaleggianti dell’onore, della lealtà, dell’obbedienza e del coraggio avrebbero potuto cementare il milieu umano di giovani di belle speranze, dall’animo potenzialmente nero. Da qui, la nascita dei campi Hobbit, l’estate ragazzi in salsa Fronte della Gioventù (lo scalpitante laboratorio politico giovanile del Movimento Sociale), che, a cavallo tra la fine degli anni di Piombo e gli inizi degli anni ’80 hanno offerto uno svago extrapolitico e culturale ai giovani, e non, vicino all’ala di Pino Rauti.

Il manifesto dal campo Hobbit

Radici profonde non gelano

Tolkien e la fantasy novecentesca che da lui ha preso coerenza e competenza offrivano a quel popolo alla ricerca di coordinate culturali in pieno Compromesso Storico una sponda e un salvagente. Purtroppo, il processo di appropriazione è avvenuto in maniera unilaterale e superficiale. Due esempi su tutti: la croce di San Patrizio, la semplice croce latina circondata da un cerchio, la cui datazione è medioevale pur nella coabitazione con altre simbologie neolitiche molto simili, è diventato un riconoscibile e sinistro logo nero del nazi-fascismo. È diventata infatti la sinistra e sulfurea croce celtica. Il secondo esempio è una band italiana, attiva dal lontano 1974, la Fellowship of the ring (la Compagnia dell’Anello, titolo del primo volume dell’opera tolkieniana) con sonorità folk e testi-manifesto per generazioni alla ricerca di parole da cantare per sentirsi popolo. Da “Il Domani appartiene a noi” a “Storia di un SS”, passando attraverso la “Ballata del Nero”. La corsa alla riappropriazione culturale di quel mondo era iniziata e decisa: si moltiplicano in quegli anni i saggi in cui, spesso con esegesi forzate e miopi, si portavano (forzandoli) i valori della Terra di Mezzo a suonare le stesse note del mondo della destra italiana. Chi conosce i livelli di lettura del corpus tolkieniano ha grande familiarità con la foresta simbolica che riempie la fabula raccontata nelle pagine. Il simbolo ha una potenza evocativa che esplode al meglio se contestualizzata alla sua massima funzionalità. Ovvero, il simbolo sta bene solo lì dove viene evocato perché logico e funzionale. Estrapolarlo equivale a mortificarne il rimando al contenuto fino a spegnerne la forza. Eppure, il mondo della destra italiana non ha esitato a estrapolare stringhe di contenuto, immagini e comportamenti per suffragare le proprie basi assiologiche. Furio Jesi arriva a rimarcare questa dipendenza del simbolo nel contesto, negando l’esistenza di simboli assoluti, che potremmo definire trascendentali della selva di rimandi, che tornano intatti in ogni epoca, cultura e latitudine umana, esprimendo una matrice comune dell’uomo, una forma platonica pura.

Il pubblico del primo campo Hobbit

Compito dello storico (del buon storico, ovviamente) sarebbe quello di grattare via la patina mondana di successive interpretazioni contingenti per arrivare all’essere in sé. Questo è un cammino esoterico, riservato a pochi eletti che hanno poi il compito di elevare quanta più umanità possibile. I simboli profondi hanno un tessuto eterno che esula dal contesto, o così pare. Allora, vale tutto. Non c’è in effetti una ratio (almeno la storia, il folklore, la religione) per avallare una lettura piuttosto che un’altra. Intendere in questo modo il simbolismo è faticoso e inutile, lascia uno sgradevole retrogusto di relativismo che impoverisce secoli di studi dignitosi sulla materie. Se poi sommiamo a questo recupero anche la rivalutazione di Evola e l’estrazione politica di De Turris, la palingenesi assiologica della nuova destra è compiuta.

Bella e fredda, come una mattina di pallida primavera

Eowyn incarna l’ideale di donna guerriera

Altro simbolo: Eowyn. E’ una ragazza che gli eventi costringono a essere donna; è una cortigiana dimessa che diventa spietato boia del più potente degli spettri dell’Anello. Ha i tratti di una pre-raffaelita guerriera. Può essere a buon diritto la madre di tutte le Sansa Stark o di tutte le Clorinda della Gerusalemme Liberata in salsa sassone. “Si ergeva sola in cima alle scale, avanti alle porte della casa; teneva la spada dritta innanzi a sé, e le mani poggiate sull’elsa. Portava addosso la cotta di maglia e scintillava come argento al sole”. Come si poteva chiamare la rivista del Movimento Sociale che cercava di rilanciare un femminismo in linea con donna Rachele cambiando lo stereotipo della concezione dell’Impero della donna, superando gli stilemi mussoliniani (madre intatta e perfetta massaia che educa i suoi balilla, o, come contraltare, la prostituta da bordello, una di quelle che aspettava in fila il proprio turno dal Duce)? Eowyn ovviamente: la nipote del vecchio Theoden, dal cuore rapito da Granpasso ma poi sposa di un custode dell’Albero bianco doc, incarna un modello di donna ideale, lontano dalla passionaria femminista.

Il mistero che si cela dietro al simbolo

“(…) l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità”.

La centralità del potere al centro dell’epica della Contea

Scrivendo questi versi, Eugenio Montale non poteva sapere ancora nulla di contee, mezzi uomini, re caduti, draghi minacciosi ed elfi doppiogiochisti. Ed era plausibilmente all’oscuro della mitopoiesi che il cattedratico inglese andava elaborando, sublimando curiosità inesauribile, rigore accademico e grandiosa erudizione. Difficile però non lasciare la stretta attorno al rimando dell’anello, simbolo tra i tanti toccati dalla poesia di quella oscura impenetrabilità con cui il nostro si mostra senza lasciarsi minimamente leggere. Ci sono momenti in cui lo sguardo interrogativo che è il nostro modo di stare al mondo pare aprirsi alla radice noumenica delle cose. Ma, appunto, è un’illusione, una ferita di superficie nelle possenti mura dialettiche del quotidiano, che rimane tetragono a ogni tentativo di addomesticamento.

Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza,
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quel ch’è senza corona

casualwanderer

 

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