Il Superuovo

Terremoti: dai Romani alla scossa di ieri di 4,2 in Calabria.

Terremoti: dai Romani alla scossa di ieri di 4,2 in Calabria.

Una scossa di terremoto di magnitudo 4.2, con una profondità di 11 chilometri, è stata avvertita intorno alle 7,24 di ieri, 28 settembre, in Calabria e in particolare, come segnala l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, nella costa calabra sud occidentale, compresa tra Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Il sisma è stato percepito anche a Messina. Non si segnalano danni al momento. Dopo il terremoto delle 7.24 la terra ha continuato a tremare a Reggio Calabria. Nella zona sono state distintamente avvertite tre scosse di assestamento, tutte fra l’1.7 e 1.9 di magnitudo, due con epicentro Stretto di Messina, una con epicentro al largo della costa Viola. Poi la più forte alle 14.03, di magnitudo 3.1. Grande allarme tra la popolazione. Ma come oggi anche nel mondo antico purtroppo si aveva a che fare con i terremoti. E gli esiti in certi casi non potevano che essere peggiori.Terremoti I terremoti nella Roma Antica: cosa ne pensavano i Romani?                         Tenendo conto che in tempi molto antichi si dava più importanza al culto di Giove con tempeste e fulmini che non agli Dei sotterranei, ne derivava che spesso per tempeste si intendessero i terremoti.
Qualsiasi evento fuori dell’ordinario, per i Romani aveva un significato, positivo o negativo. Però esso non era così semplice da decifrare, tanto che spesso gli auguri non si pronunciavano, se non quando si erano connessi agli eventi prodigiosi accadimenti salienti, in genere risultati di guerra, con vittorie o sconfitte. Questi fatti prodigiosi consistevano in: tempeste, terremoti, fulmini, eruzioni vulcaniche, inondazioni, nascita di creature strane (sia umane che animali, con varie deformità o anomalie), comportamento anomalo di animali, piogge strane (con pietre, rane, pesci, sangue, fango e latte), presenza di animali insoliti, pericolosi o che portavano sfortuna in città o nei templi, luci anomale nel cielo o luci notturne ingiustificate.

Terremoti
Cicerone, De divinatione

Mentre si sa che durante la repubblica si tendeva immediatamente ad interpretare le catastrofi geologiche, come terremoti e inondazioni, per affrettarsi a calmare gli Dei, durante l’impero ci si preoccupò meno delle divinazioni e molto di più nel soccorso delle popolazioni colpite. Gli Imperatori comparivano spesso e volentieri nelle zone interessate dalle catastrofi per tranquillizzare il popolo, ma con appresso già i primi soccorsi. Nessun imperatore si sarebbe azzardato a presentarsi senza i soccorsi, sia di necessità sia di opera pubblica di risanamento. Al contrario dei politici di oggi, un Imperatore doveva dar prova della sua sollecitudine verso il popolo. I romani non si contentavano di belle parole.

Terremoti Pertanto spesso gli Imperatori arrivavano con cibo, pelli, operai e materiali da costruzione per riparare ciò che era andato distrutto o danneggiato. Di frequente facevano anche consegnare denaro sonante ai cittadini danneggiati, per provvedere alle prime necessità, anche perchè era più facile e veloce consegnare denaro che non merci.                              In quanto alle credenze del popolo erano di sicuro le più svariate, anche nel senso che ogni paese e circondario credeva nei suoi Dei e nei suoi miti, e lo stato non si intrometteva. Vale a dire che ognuno interpretava gli eventi a suo modo, anche se in senso religioso.

Terremoti
Attila

SUI GRADI DI MAGNITUDO     Da considerare che in un territorio la scala varia molto: un V grado dovrebbe essere piuttosto forte, avvertita anche da persone addormentate e con caduta di oggetti, un VI grado dovrebbe essere decisamente forte ma senza gravi danni, nè agli edifici nè alle persone (solo qualche leggera lesione negli edifici e finestre in frantumi). Questo, secondo la scala Richter, elaborata nel 1935 da Charles Richter secondo obiettive formule matematiche ma che poco tengono conto degli abitanti. Invece nella scala Mercalli, più soggetta alle interpretazioni degli eventi, i terremoti di V e VI grado diventano del VII e dell’VIII grado, ovvero dal “forte” al “rovinoso”, fino al IX e X grado, che spianano i centri abitati. Di solito i Media adoperano i gradi Richter per spaventare meno la popolazione, ammesso che ci riescano.

Terremoti I terremoti d’Italia più forti nell’Antichità                          217 a.C. giugno – Etruria – grado 10 Mercalli, grado 5,6 Richter. Epicentro il lago Trasimeno.                           182 a.C.: una furiosa tempesta, a Roma, dopo aver fatto una strage in città, abbatté le statue di bronzo sul Campidoglio, capovolse statue e colonne nel Circo Massimo, disperse i tetti di alcuni templi strappandoli dalla cima. Sicuramente ci fu un terremoto e pure forte, per provocare la caduta di statue e colonne.                               179 a.C.: furono abbattute dalle continue tempeste alcune statue sul Campidoglio. Molte cose vennero colpite a Roma e nei dintorni dai fulmini. Al banchetto di Giove le teste degli dei si mossero a
causa di un terremoto: un piatto cadde con quello che era stato preparato in onore di Giove.

174 a.C.: in Sabina forte terremoto grado 6,6.              166 a.C.: a Cassino molte costruzioni furono distrutte da un fulmine e nella notte fu visto il sole per alcune ore. Anche qui trattavasi di terremoto, un fulmine non distrugge diverse case.                                     156 a.C.: a Roma, a causa di una violenta tempesta nel Campidoglio il tempio di Giove e le costruzioni nelle vicinanze furono danneggiati. Il tetto della casa del Pontefice Massimo fu scaraventato sul Tevere con le sue colonne. Nel Circo Flaminio un colonnato tra il tempio della Regina Giunone e quello della Fortuna fu colpito e molti edifici circostanti furono danneggiati. 152 a.C.: nel Campo Marzio, a Roma, una colonna con una statua dorata davanti al tempio di Giove venne abbattuta dalla forza di una tempesta; e, poiché gli aruspici avevano annunciato la morte dei magistrati e dei sacerdoti, tutti i magistrati abdicarono immediatamente.   133 a.C.: a Luni, per un terremoto, la terra in un’area di quattro iugeri sprofondò e la cavità fu subito occupata da un lago.                                     126 a.C.: il monte Etna diffuse largamente fiamme dalla sommità. Ci fu un terremoto e il mare ribollì vicino alle isole Lipari: furono bruciate alcune navi, vennero uccisi parecchi marinai col fumo, fu dispersa una grande quantità di pesci morti. Gli abitanti di Lipari, desiderandoli alquanto avidamente per i banchetti, furono uccisi da una malattia dello stomaco, così che le isole furono svuotate dalla nuova pestilenza.

118 a.C.: mentre il console Catone compiva un sacrificio, le viscere si consumarono e non fu trovata l’estremità del fegato. Piovve latte. La terra tremò con un boato.                              117 a.C.: nella Reggia si mossero le lance di Marte. A Priverno la terra sprofondò in una caverna in un’area di sette iugeri.                                  113 a.C.: la terra si aprì ampiamente in Lucania e nel territorio di Priverno.             100 a.C.: nel Piceno le abitazioni furono ridotte in rovine da un terremoto, mentre alcune rimasero inclinate nella loro sede sconvolta. Grado 5.84. 99 a.C.: a Norcia un luogo sacro fu distrutto dal terremoto. Grado 5.57. Fu percepito fortemente anche a Roma.       97 a.C.: a Pesaro fu udito un fremito della terra.                 92 a.C.: A Fiesole fu udito un fremito della terra.                  91 a.C. – Modena (Reggio Emilia) – grado 5.66. Nello stesso anno a Reggio Calabria ci fu un altro terremoto di grado 6.30.                                     76 a.C. -Rieti grado 6.60.         63 a.C.: Per un terremoto tutta Spoleto fu scossa e alcuni edifici crollarono.                              60 a.C.: mentre tutto il giorno era stato sereno, diventò notte all’ora undicesima, quindi tornò giorno. I tetti furono scoperti dalla forza di un turbine. Crollato un ponte, alcuni uomini precipitarono nel Tevere.         56 a.C. aprile: Potentia (Potenza Picena – Portorecanati) grado 5.84.

Terremoti
Roma

44 a.C.. Lo stesso Cesare (Ottaviano) ebbe una grande fermezza nel sopportare le numerose offese provocate dalla grande malizia del console Antonio. Ci furono frequenti terremoti. I cantieri navali e altri luoghi furono colpiti dai fulmini. Per la violenza di un turbine una statua, che Marco Tullio Cicerone aveva posto davanti alla cella di Minerva il giorno prima che il plebiscito lo mandasse in esilio, giacque a terra con gli arti sparsi, con le spalle, le braccia e le gambe rotte: mostrò allo stesso Cicerone un presagio funesto.   17 a.C. Nei pressi degli Appennini, nella villa di Livia, moglie di Cesare, ci fu un grande terremoto.                   18 d.C.: nella notte del 24-25 marzo ci fu un fortissimo terremoto presso Reggio Calabria e in Sicilia. Mallet lo pone nel 17, ma dietro Tacito, Solino e Plinio, sembra più probabile sia avvenuto nel 18. La data del giorno è tratta dal Giornale della Storia del Mondo di L. Dolce. Accaddero in tale occasione grandi sconvolgimenti nel suolo. Grado 5.14 R e 8-9 M. 20 d.C.: secondo alcuni cronisti avvenne veramente terremoto a Roma, che, il Morigia, dice essere stato accompagnato da grandi portenti, fra cui l’incendio del Teatro di Pompeo.              62 (5 febbraio) d.C.: terremoto a Pompei (Campania). Danneggiate le città romane di Pompei ed Ercolano, nonché diversi monumenti di Neapolis (Napoli), fra cui il teatro romano, con epicentro a Stabiae, grado 8 – 9 M, 5.87 R, descritto anche da Lucio Anneo Seneca.                                 68 d.C. Teate (Chieti). E’ il primo sisma in Abruzzo di cui si abbia menzione.                     69 d.C. Grande terremoto nell’Abruzzo citerior., allora contado Marrucìno. Avvennero grandi sconvolgimenti nel suolo per i quali i prati e gli alberi furono trasportati da un luogo all’altro della pubblica strada : fu scossa anche Roma ove, al dir del Sabellico, il movimento sismico fu accompagnato da grandi fragori. Questo terremoto per le solite discrepanze cronologiche, da alcuni è posto nel 70 e da altri nel 69. Non è certo sia un terremoto o un grande franamento di terreno.    79 (24/25 agosto) d.C.: l’ormai ben noto terremoto con epicentro nell’area vesuviana, che causò successivamente l’eruzione catastrofica dello stesso vulcano, della quale fu succube Plinio il Vecchio. Sepolte le città di Pompei, Ercolano e Stabiae (Stabia). Migliaia le vittime. Grado 5.77. Plinio il Giovane In una lettera a Tacito descrisse ciò che accadde a Miseno. Egli racconta delle scosse di terremoto avvenute giorni prima, e la notte dell’eruzione le scosse crebbero talmente da far sembrare che ogni cosa si rovesciasse. Inoltre, pareva che il mare si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra, così che  la spiaggia s’era allargata e molti animali marini giacevano sulle sabbie rimaste in secco. Grado 5.77 R.

Terremoti 85 d.C. Bardie e Benito sostengono che vi fu a Roma un terremoto rovinoso.                99 d.C.: forte terremoto a Circello (Benevento). Magnitudo 9.10 M – 6.30 R.                    101 d.C. San Valentino in Abruzzo Citeriore, gradi 9-10 M e 6.30 R.                               305 d.C.: epicentro probabilmente a Reggio Calabria. Dopo questo terremoto vennero ricostruite le terme pubbliche e restaurato il vicino palazzo del tribunale.                              324 d.C. Massafra in Puglia, Crollo di varie cripte e massi.    346 d.C. Sannio gradi 9 M. e 6 R. Distruzione di diverse città, come dimostra l’intensa attività edilizia svolta nelle città del Samnium da Fabio Massimo e Autonio Iustiniano. Fabio Massimo, il primo o uno dei primi governatori del Samnium, interviene in almeno sette città della nuova provincia operando interventi sul patrimonio edilizio pubblico e, in almeno due di esse (Allifae e Telesia) promuove esplicitamente la ricostruzione di edifici compromessi da un sisma. Autonio Iustiniano, da parte sua, restaura il macellum di Aesernia ugualmente danneggiato terrae motibus. La severità del sisma del 346 d.c. è stata recentemente ribadita utilizzando non solo le fonti letterarie ed epigrafiche ma anche la documentazione archeologica.                        362 d.C. Rinvenimenti archeologici testimoniano che un disastroso terremoto seguito da un maremoto devasta le città di Messina e Reggio Calabria, causando la scomparsa di numerosi centri abitati minori e una drastica diminuzione della popolazione della Sicilia nord-orientale e della Calabria meridionale. Colpita anche la città di Tindari. A Reggio dopo questo terremoto vengono ricostruite le terme pubbliche e restaurato il vicino palazzo del tribunale. Gradi 9-10 M e 6.30 T. 369 (21 luglio) d.C.: sisma a Benevento, dove andò distrutta la maggior parte degli edifici importanti dell’epoca. Morì la metà degli abitanti della città (circa 200.000). Andarono distrutte le sue 15 torri e gli importanti edifici e templi che ospitava. Secondo altre fonti avvenne nel 365. Gradi 9 M. e 6 R.

371 d.C. Stretto di Messina. un violentissimo terremoto, seguito da uno sciame di grandi scosse piuttosto lungo, devastò le coste dello stretto, da Reggio a Messina, causando degli improvvisi spopolamenti in entrambi le rive, spesso indotti dai gravi danni di un fenomeno catastrofico che ha ridotto, in modo anche drastico, la popolazione. Inoltre recenti ricerche archeologiche avrebbero portato alla luce numerose lapidi ed epitaffi risalenti proprio a quel periodo. Gradi 9-10 6.30.                   374 d.C.: rinvenimenti archeologici testimoniano che un violento terremoto seguito da un maremoto devastò le città di Messina e Reggio Calabria.
Colpita anche la città di Tindari. 25 Ottobre 989 (o 990): epicentro tra Benevento e l’Irpinia, il terremoto distrusse interi villaggi e provocò numerosi morti.
1137: sisma a Catania, non se ne conosce l’entità, ma i morti furono oltre 15mila.
4 Febbraio 1169: terremoto (6.6 Richter) e maremoto devastano la Sicilia orientale, danneggiando in modo grave principalmente le città di Catania, Modica, Lentini e Piazza Armerina. Siracusa venne interessata soprattutto dagli effetti del maremoto. L’evento provocò danni anche a Messina.
Circa 20mila i morti in totale.   (I gradi indicati nei vari terremoti sono stati ricalcolati attraverso moderni sistemi di rilevazione sismica nelle varie aree geologiche.)

Terremoti Ecco i cinque terremoti che cambiarono Roma                 E se il Colosseo fosse stato modificato? Se il Tempio di Marte Ultore o quello di Venere Genitrice fossero stati cambiati? Quanti segreti cela un rudere?Quali risvolti storici possono emergere da colonne spezzate, volte crollate, pavimenti di mosaici ribaltati, cortine di mattoni lesionate? C’è tutto un retroscena scientifico oltre l’apparente degrado. Ad un occhio esperto, certo, possono rivelare dati fondamentali per ricostruire una inedita storia sismica di Roma nell’antichità. Cioè, rintracciare le testimonianze ‘dirette’ di terremoti che le fonti letterarie non avevano mai raccontato prima.

LE PROVE                                 A svelarlo è lo studio condotto da Fabrizio Galadini, ricercatore dell’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia. In stretta collaborazione con la Soprintendenza ai beni archeologici di Roma guidata da Mariarosaria Barbera, ha rimappato le tracce archeologiche di terremoti a Roma tra il VI e il IX secolo d.C.. Si conclude che quanto noi oggi vediamo è in parte il risultato di danni sismici, dal Colosseo al Tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto. Le scosse sismiche hanno contribuito in misura massiccia a modificare il paesaggio urbano della Roma antica, alimentando la formazione di contesti di ruderi o comunque degradati. In sostanza, proprio per l’elevata vulnerabilità dei fabbricati di età plurisecolare, spesso privi di manutenzione per secoli o addirittura spoliati, è possibile che gli effetti dei terremoti del passato siano stati superiori a quelli meglio noti dalle fonti storiche relative ai sismi più recenti avvenuti nel 1703 e nel 1915. I risultati sono stati presentati per la prima volta al Museo di Palazzo Massimo, nel ciclo di conferenze del Fai.

Terremoti
“Il Bello trionferà” Pippo Baudo

Le fonti scritte citano cinque terremoti per il periodo compreso tra il VI e il IX secolo (443, 484, 508, 801, 847), ma non sono riportati i danni specifici in riferimento a ciascun sisma. Le prove archeologiche completano ora l’informazione storica. Le tracce più emblematiche riaffiorano da scavi archeologici recenti da cui sono emerse ingenti unità di crollo, veri e propri cumuli di macerie che testimoniano in modo inequivocabile del collasso improvviso degli edifici. Come dimostrano i sotterranei di Palazzo Spada, dove emergono porzioni di straordinari pavimenti decorati a mosaico di due ambienti disposti in giacitura in seguito al crollo repentino di un edificio sotto le scosse dei terremoti tra il 484 e il 508. Così come le macerie rinvenute nello scavo dell’Auditorium di Adriano a piazza Madonna di Loreto, nei sotterranei di Palazzo Valentini nell’area della piccole terme, e di Villa Medici. Ma tracce ‘vistose’ provengono dal Tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare, e di Marte Ultore al Foro di Augusto, dove un frammento di colonna ha svelato in una incisione il nome di “Decius Venantius”, lo stesso patrizio che sanò, a spese sue, gli ingenti danni del terremoto generati al Colosseo nel 484. L’Anfiteatro Flavio ha sofferto i terremoti del 443, 484-508, ma anche del 1349 col collasso delle arcate esterne nel settore meridionale. L’EPICENTRO                            I terremoti del 484 e 508 hanno generato danni a Roma, ma le indagini geologiche consentono oggi di ipotizzare che il terremoto si sia originato nel settore appenninico. Le indagini hanno consentito di riconoscere l’epicentro nella faglia del Fucino, nella zona di Avezzano, e gli scavi archeologici ad Alba Fucens hanno evidenziato la distruzione di questa antica città proprio tra V-VI secolo d.C..

Il terremoto nella storia della letteratura                   In che modo gli eventi catastrofici, e in particolare quelli sismici, hanno influenzato la letteratura, da sempre espressione incontrollabile, eppure calata in mille forme, dell’inquietudine esistenziale dell’uomo? In che modo il tremore e il rumore dei terremoti è stato tramandato attraverso le generazioni?

Terremoti
Pompei, calchi umani

Plinio il Vecchio (Como, 23 d.C. – Stabia, 25 agosto 79 d.C.), naturalista, scienziato e tanto altro, morì nel corso dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., durante l’impero di Tito, mentre cercava di portare soccorso alle città devastate. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiositas e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. È l’autore della grande Naturalis Historia. Vi ha registrato tutto il sapere della sua epoca su argomenti tra loro assai diversi: cosmologia, geografia, antropologia, zoologia, sostanze medicinali, metallurgia e mineralogia. L’opera è stato il testo di riferimento in materia di conoscenze scientifiche e tecniche per tutto il Rinascimento e anche oltre.

L’oratore e letterato Plinio il Giovane (61-113 d.C.), nipote di Gaio Plinio il Vecchio (che era comandante della base navale di Miseno nella baia di Napoli), in una lettera ci dà testimonianza di questo famoso terremoto che nel 79 d.C., avvenne in concomitanza con l’eruzione del Vesuvio, seppellì Ercolano e Pompei sotto una spessa coltre di cenere e lapilli:
Molti giorni prima si era sentita una scossa di terremoto; senza però che vi si desse molta importanza, perché in Campania è normale; ma in quella notte fu così forte che sembrò che non si scuotesse, ma che crollasse ogni cosa. Mia madre corse nella mia stanza, ed io pure mi alzavo per risvegliarla se mai dormisse. Ci sedemmo nel cortile della casa che la separava dal mare, per un breve tratto. Io non so se chiamarlo coraggio o imprudenza perché avevo appena i 18 anni. Chiedo un volume di Tito Livio e così, per ozio, mi metto a leggere e continuo anche a farne appunti. Quand’ecco un amico ed ospite dello zio, appena venuto dalla Spagna, alla vista mia e di mia madre seduti, ed io che per giunta leggevo, rimprovera lei per la propria indolenza e me di poco giudizio. Già faceva giorno da un’ora e pur tuttavia la sua luce era incerta e quasi languente, già erano crollate le case intorno e benché fossimo in un luogo aperto ma angusto grande e certo era il timore di un crollo. Allora, finalmente ci parve bene di uscire dalla città. Ci segue una folla sbigottita in gran massa incalza e preme chi fugge. Usciti dall’abitato ci fermammo. Quivi assistiamo a molti fenomeni e molti pericoli. Infatti i carri che ci facemmo venire dietro sebbene il terreno fosse pianeggiante andavano indietro e neppure con il sostegno di pietre restavano nello stesso punto. Inoltre si vedeva il mare riassorbito in sé stesso e quasi respinto dal terremoto. Certamente il litorale si era allargato e molti pesci restavano a secco […]. Allora mia madre cominciò a pregarmi, a scongiurarmi, a ordinarmi, che, in qualunque modo io fuggissi; lo facessi io perché giovane; ella, appesantita dall’età e dalle stanche membra sarebbe morta felice di non essere stata la mia causa di morte. Ma io risposi di non volermi salvare che con lei; poi pigliandola per mano la costringo ad affrettare il passo; ella mi segue a stento e si lamenta perché mi rallenta il cammino […].Si fa notte, non di quelle nuvolose e senza luna, ma come quando ci si trova in un luogo chiuso, spente le luci. Avresti udito i gemiti delle donne, le urla dei bambini, le grida dei mariti; gli uni cercavano a gran voce i padri; gli altri i figlioli; gli altri i consorti; chi commiserava la propria sorte; chi quella dei suoi. Vi erano di coloro che, per timore della morte, la invocavano. Molti supplicavano gli dei; molti ritenevano che non ve ne fossero più e che quella notte dovesse essere l’ultima notte del mondo.[…] Finalmente si attenuò quella caligine e svanì come in fumo e nebbia; quindi fece proprio giorno ed apparve anche il sole. […]Ma il timore prevaleva. Intanto continuavano le scosse di terremoto e molti, fuori di senno, con le loro malaugurate predizioni si burlavano del proprio e del male altrui. Noi, però, benché salvi dai pericoli ed in attesa di nuovi, neppure allora pensammo di partire, finché non si avesse notizia dello zio.
Terremoti Plinio saprà poi che lo zio, Plinio il Vecchio, era morto mentre con grande dispendio di energie si era adoperato di recare aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto. Quindi Plinio il Giovane descrisse la fine di suo zio in una lettera indirizzata allo storico latino Tacito (56-120 d.C.), scritta trent’anni dopo l’accaduto.

Caro Tacito, mi chiedi di narrarti la fine di mio zio, per poterla tramandare ai posteri con maggiore esattezza. E te ne sono grato: giacché prevedo che la sua fine, se narrata da te, è destinata a gloria non peritura.
Egli era a Miseno [capo Miseno, promontorio del Golfo di Napoli, dove si trovava un’importante base navale romana] e comandava la flotta in persona. Il nono giorno prima delle calende di settembre, verso l’ora settima, [nono giorno… ora settima: il 24 agosto, a mezzogiorno] mia madre lo avverte che si scorge una nube insolita per vastità e aspetto… la cui forma nessun albero avrebbe espresso meglio di un pino. Da persona erudita qual era, gli parve che quel fenomeno dovesse essere osservato meglio e più da vicino. Si affretta là donde gli altri fuggono, così privo di paura da dettare e descrivere ogni fenomeno di quel terribile flagello, ogni aspetto, come si presenta ai suoi occhi. Già la cenere cadeva sulle navi, tanto più alta e densa quano più si approssimava; già cadevano della pomice e dei ciottoli anneriti, cotti e frantumati dal fuoco…
Frattanto dal monte Vesuvio in parecchi punti risplendevano larghissime fiamme e vasti incendi, il cui chiarore e la cui luce erano resi più vivi dalle tenebre notturne.   (
Plinio il Giovane, Epistole.)

Terremoti Plinio il Vecchio, secondo il mito, morì per la sua grande curiosità proto-scientifica! Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. E suo nipote scrisse pagine bellissime, pur sottolineando l’humanitas dello zio, che si mise in pericolo per salvare vite umane più che per osservare il fenomeno.

La data dell’eruzione del Vesuvio, 24 agosto del 79 d.C., era stata accettata come sicura fino ad oggi, ma ritrovamenti archeologici fanno supporre che essa sia avvenuta in autunno, probabilmente il 24 novembre di quell’anno. Durante recenti scavi archeologici, infatti, sono stati ritrovati frutta secca carbonizzata, bracieri usati per il riscaldamento, mosto in fase di invecchiamento trovato ancora sigillato nei contenitori e, soprattutto, il ritrovamento di una moneta che riferisce della quindicesima acclamazione di Tito a imperatore, avvenuta dopo l’8 settembre del 79. Si tratta di una delle più grandi catastrofi della storia.

Seneca più che scrivere autonomamente del fenomeno, riporta opinioni classiche, com’era in auge fare all’epoca.
La terra trema e improvvisamente si spacca e trascina giù ciò che le sta sopra! Ormai avrete capito che noi siamo dei miseri corpi insignificanti e deboli, inconsistenti, annientabili, senza grandi risorse.
Così, rievocando il terribile sisma del 5 febbraio 62 d. C., Lucio Anneo Seneca riflette sulla drammaticità dell’evento e sull’atteggiamento che il saggio deve assumere in questi frangenti.
Il disastroso terremoto si era verificato solo pochi mesi prima della stesura progettata del suo libro “Le questioni naturali”, nel quale si proponeva di trattare argomenti scientifici (astronomia, meteorologia e geologia, quindi anche l’analisi dei fenomeni sismici). Al dedicatario dell’opera, l’amico Lucilio originario della Campania, scrive: O Lucilio, abbiamo udito che Pompei, frequentata città della Campania, […] è sprofondata in seguito a un terremoto che ha colpito tutte le regioni adiacenti, e che questo è accaduto proprio durante i giorni invernali che i nostri antenati erano soliti garantire esenti da un pericolo simile. Questo terremoto si è verificato alle None di Febbraio, sotto il consolato di Regolo e Verginio, e ha devastato con ingenti rovine la Campania, che aveva sempre dovuto preoccuparsi di questo flagello, ma ne era uscita tuttavia indenne e aveva smesso tante volte di aver paura. Infatti, anche una parte della città di Ercolano è crollata e anche ciò che è rimasto in piedi è pericolante, e la colonia di Nocera, pur non avendo subito gravi danni, ha comunque motivo di lamentarsi; anche Napoli ha subito perdite […], alcune ville sono crollate, altre qua e là hanno tremato senza essere danneggiate. A questi danni se ne aggiungono altri: è morto un gregge di seicento pecore, alcune statue si sono rotte, alcuni, dopo questi fatti, sono andati errando con la mente sconvolta e non più padroni di sé. Sia il piano dell’opera che mi sono proposto, sia la coincidenza che dà attualità all’argomento esigono che esaminiamo approfonditamente le cause di questi fenomeni. Bisogna cercare modi per confortare gli impauriti e per togliere il grande timore. Infatti, che cosa può sembrare a ciascuno di noi abbastanza sicuro, se il mondo stesso viene scosso e le sue parti più solide vacillano? Se l’unica cosa che c’è di immobile e di fisso in esso, tremola; se la terra ha perso quella che era la sua peculiarità, la stabilità: come si acquieteranno le nostre paure? Quale rifugio troveranno i corpi, dove si ripareranno, se la paura nasce dal profondo e viene dalle fondamenta? Lo sbigottimento è generale, quando le case scricchiolano e si annuncia il crollo. Allora ciascuno si precipita fuori e abbandona tutto e si affida all’aria aperta […] Infatti, il terremoto non ingoia solo case o famiglie o singole città, ma fa sprofondare popolazioni e regioni intere, e ora le copre di rovine, ora le seppellisce in profonde voragini e non lascia neppure una minima traccia da cui appaia che ciò che non esiste più un tempo è esistito, ma sulle città più famose il suolo si stende senza alcun’impronta del loro antico aspetto. […] Tiro divenne un tempo tristemente famosa per le sue rovine, l’Asia Minore ha perso in una volta sola dodici città; l’anno precedente la violenza di questa sciagura, qualunque essa sia, ha colpito l’Acaia e la Macedonia, ora ha ferito la Campania: il destino fa il suo giro e, se ha trascurato a lungo qualcosa, ritorna per colpirla. Alcune zone le affligge più raramente, altre più spesso: non permette che nulla resti indenne e illeso. (“Questioni naturali”, VI).

Terremoti
Roma schiava da sempre dei terremoti

Prima di esaminare le teorie naturalistiche dei filosofi greci sui terremoti, Seneca esorta a non aver paura di un evento di fatto ineluttabile: se bisogna cadere, cadrò fra lo sconquasso di tutto il mondo, non perché sia lecito augurarsi una pubblica sventura, ma perché è di grandissimo conforto vedere che anche la terra è mortale. In conclusione, esorta Lucilio a non temere la morte, poiché la sua anima finirà per giungere a un luogo sicuro, dove la terra non trema.
Il filosofo stoico Seneca vuole distinguersi dalla gente comune per il modo di reagire a questo tipo di sciagure. Pur rappresentando una violenta interruzione dell’equilibrio della Natura, un evento sismico è considerato da lui un fatto ineluttabile, quindi chi è consapevole di ciò non ha ragione di temere la morte.

I romani, almeno fino al tempo di Seneca, sembrano invece interessati soprattutto all’aspetto prodigioso del terremoto, e alla sua correlazione con gli eventi storici. Di fatto, essi erano molto attenti alla coincidenza degli eventi sismici con le crisi politiche o militari. Celio Antipatro, autore di una monografia sulla seconda guerra punica, ricorda che contemporaneamente al disastro del Trasimeno (217 a.C.) “vi furono in Liguria, in Gallia, in parecchie isole e in tutta l’Italia terremoti così forti che molte città furono distrutte, in molte località avvennero frane e sprofondamenti del suolo, i fiumi invertirono il loro corso, il mare penetrò nei corsi d’acqua” (Celio Antipatro, fr. 20).
Cicerone dopo aver elencato i prodigi che, secondo la tradizione religiosa romana, avrebbero dovuto dissuadere il console Gaio Flaminio dall’attaccare battaglia contro Annibale al Trasimeno, ricorda che l’esito fu disastroso e le spoglie di Flaminio non furono mai ritrovate. La sconfitta e la fine di Flaminio ribadivano una credenza antica e diffusa, per cui il terremoto era considerato come la risposta divina a un atto di empietà, cui si attribuivano le cause di una disfatta militare o di una crisi politica.

Terremoti A Roma, la terra sembrò effettivamente tremare nei momenti di crisi politica, come nell’83 a.C., quando crollarono addirittura alcuni templi, o intorno al 72 a.C., ai tempi della ribellione di Spartaco . Nei suoi discorsi contro Catilina, Cicerone non manca di collegare una serie di prodigi, tra cui anche dei terremoti, ai tragici eventi del 63 a.C. Vari terremoti si verificarono nel 49 a.C., il primo anno della guerra civile tra Cesare e Pompeo e prodigi avvennero al momento della morte di Cesare: “tremiti insoliti” avvenuti nell’area alpina. Tuttavia, dell’uso politico dei prodigi – e il terremoto era considerato dal popolino un prodigio – i senatori se ne servirono per disprezzare Nerone. Nel 64 d.C., il teatro di Napoli crollò proprio dopo la sua prima rappresentazione canora.
L’episodio del teatro di Napoli è più o meno contemporaneo alla pubblicazione del VI libro delle “Questioni naturali” di Seneca che con il suo razionalismo, rimproverava quanti attribuivano alla collera divina quello che in realtà è un fenomeno naturale, ma tale atteggiamento razionale era solo dei filosofi e degli spiriti più sapienti perché le cerimonie espiatorie continuarono a scandire la vita religiosa romana nel corso del II secolo d.C. E anche durante l’età della Roma divenuta cristiana i terremoti erano considerati come un segno dell’ira divina.
Per secoli gli scienziati hanno cercato di fare uscire questo fenomeno dal regno degli indovini e degli astrologi per includerlo nell’ordine naturale delle cose, ma la spiegazione scientifica del terremoto è venuta solo quando i geologi hanno potuto fare uso di strumenti in grado di misurare i lenti movimenti cui è soggetta la crosta terrestre.

La scienza dei terremoti è una scienza antica. Da sempre i terremoti sono stati oggetto di osservazioni e interpretazioni. In Grecia e nel mondo latino, non sono pochi i filosofi e scrittori che se ne sono occupati. Seneca aveva fiducia nel progresso della scienza, come dimostra nella sua opera “Naturales quaestiones”: Gioverà anche mettersi nella disposizione d’animo che gli dei non fanno niente del genere e che gli sconvolgimenti del cielo e della terra non sono le conseguenze della collera divina: questi fenomeni hanno le loro cause […] Per noi che ignoriamo la verità, sono terribili tutti i fatti la cui rarità accresce la nostra paura […] Poiché la causa del nostro timore è l’ignoranza, non vale la pena di sapere, per non avere più paura?

Terremoti
L’ultimo giorno di Pompei, dipinto di Karl Pavlovic Brjullov, 1830-1833

Sisma e terremoto, parole per la terra che trema                       Sisma, dal greco seismós, derivato di seíō, ‘scuoto’, è un cultismo che il Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio De Mauro (1999) dà come attestato nell’italiano scritto da fine Cinquecento, ma rimasto minoritario nell’uso ancora per tutta la prima parte del Novecento. Concorrente a esso c’è la variante sismo, oggi avvertita come desueta, ma che ancora negli anni Settanta e Ottanta si incontrava sui quotidiani.                             Sui giornali appare spesso il termine “sisma” usato nel senso di “terremoto”.                  Eppure, oggi, è ben più comune sisma, la cui uscita in -a colloca il grecismo sulla linea di aforisma, analfabeta, neofita ecc.: maschili nei quali alla tendenza naturale ad attribuire la desinenza -o si è contrapposta quella di inserire la -a, avvertita come maggiormente dotta.
Prima sismo e poi sisma si sono affermati nella stampa nazionale solo dagli anni Sessanta-Settanta del Novecento, mentre nei secoli precedenti compariva quasi unicamente la parola terremoto in tutti i tipi di testo.
Almeno due ragioni hanno contribuito a rendere terremoto più diffuso e più denso di significati. La sua etimologia trasparente (dalla locuzione latina terrae mŏtum, “movimento della terra”) e la sua suggestiva consonanza paretimologica (non dovuta all’etimologia) con tremito e tremare, che ha reso diffuse fino al Settecento e ancora nell’Ottocento le forme tremoto e tremuoto, segnalate nella quarta edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1729-1738). Il celebre vocabolario non include mai la voce sisma (la quarta edizione la segnala come grafia alternativa di scisma), mentre terremoto e le sue attestazioni letterarie compaiono per la prima volta nell’edizione del 1691.

Sisma vale a dire terremoto? Tra letteratura e giornalismo
La storia della letteratura italiana parla di terremoti, non di sismi. Ciò non stupisce, se si considerano la scarsa diffusione di sismo/-a, la continuità con la tradizione letteraria latina. Per citare un caso, la descrizione nei terremoti nel De rerum natura di Lucrezio: Nunc age quae ratio terrai motibus exstet percipe (Ora ascolta qual causa produca i terremoti). Poi il maggiore potenziale espressivo di terremoto, che permette anche usi figurati. Uno dei primi e più intensi è di paternità dantesca, nella Vita Nuova (1293-1294): E se io levo gli occhi per guardare/nel cor mi si comincia un terremoto/che fa de’ polsi l’anima partire.
Oggi la scrittura giornalistica non specialistica tende a fare un uso liberamente alternato delle parole sisma e terremoto.
Ma qualche differenza rimane. Lo confermano spie linguistiche come la diversa produttività derivativa e la differente predisposizione a generare usi figurati. Con la prima si intende la tendenza ad ampliare la famiglia di parole derivate: da sisma abbiamo non solo l’aggettivo sismico, ma tutta una serie di tecnicismi (sismografia, sismologia, sismologo, sismogramma, antisismico ecc.), che parlano della terra che trema in termini precisi e monosemici. Da terremoto si ha l’aggettivo, poi sostantivato, terremotato (entrambe parole nate nella prima metà del Novecento), che riconduce il disastro alla sua dimensione traumatica e umana. Con predisposizione a generare usi figurati si intende invece l’attitudine della parola a espandere il suo significato a impieghi metaforici. In questo senso, a dominare è terremoto, che non si limita a individuare un fenomeno geologico, ma può indicare uno sconvolgimento improvviso interiore o esteriore, oppure una persona o un animale vivace e irrequieto.
Dunque sisma vale a dire terremoto? Dipende: se nella prassi giornalistica oggi corrente l’equivalenza è per lo più confermata, l’analisi delle parole porta i segni della storia, e ci ricorda, per dirla con Carlo Emilio Gadda, che non esistono il troppo nè il vano, per una lingua (Lingua letteraria e lingua dell’uso, 1942), in quanto anche nei sinonimi a prima vista perfetti le sfumature hanno un peso, variabile a seconda del contesto d’uso.

Terremoti Dante Alighieri traduce l’evento naturale in espediente letterario. Scrive nella Commedia: Finito questo, la buia campagna/ tremò sì forte, che dello spavento/ la mente di sudore ancor mi bagna./ La terra lagrimosa diede vento, che balenò una luce vermiglia/ la quale mi vinse ciascun sentimento:/ e caddi come l’uom che ‘l sonno piglia. (Dante Alighieri, Divina Commedia, Canto III dell’Inferno, Versi 130-136). L’esule fiorentino difatti non riusciva sempre a spiegare i misteri della divinità e dell’oltretomba, e per questo costringeva il proprio personaggio a “svenire”, come un corpo morto (e di certo l’espediente può richiamare diverse tecniche narrative non soltanto moderne). Ma il terremoto è anche espressione della volontà di Dio, è Stazio a spiegarlo a Dante nel Canto XXI del Purgatorio: il “tremoto” è la sirena di conclusione della pena temporale da scontare nel purgatorio.

                            Sara Coriassi

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