De Andrè e la produzione dell’uomo-da-buttare

“anche se non sono gigli

son pur sempre figli

vittime di questo mondo”

(Fabrizio De Andrè; “La Città Vecchia)

Il nostro sistema-mondo è caratterizzato dall’illimite. E’ da un po’ che l’umanità sembra aver smarrito il senso del metron, della misura, e ciò avviene in diversi campi. Questa società dell’illimite, però, non è in grado di garantire illimitata felicità per tutti. Il sistema socio-economico sembra inoltre non conoscere mezzi termini: o con noi o contro di noi, non esiste una via di mezzo.

Cosa succede però quando tale struttura si allarga, non interessando più stati-nazione ma aree geografiche?

Come hanno messo in luce Horckheimer e Adorno, la classe proletaria ha subito un processo di omologazione alla classe borghese, anche da un punto di vista meramente economico la forbice tra le due classi si è ridotta a tal punto che si potrebbe parlare di un’unica classe, avente il suo oppositore in una terza classe che però ad oggi è di difficile definizione. Ciò non significa tuttavia che il mondo nella sua totalità sia meno conflittuale: se la lotta di classe all’interno dello stato-nazione sembra essersi placata, a livello mondiale la lotta di classe ha trasceso le frontiere dello spazio nazionale per imporsi su scala globale, a livello transnazionale e transculturale. Cerchiamo dunque di dare una definizione di questa nuova classe oppressa, servendoci da un lato della terminologia di Ogilvie, filosofo e psicologo che studia i rapporti tra politica e, appunto, psicoanalisi, e dall’altro. della poesia cantata di Fabrizio De Andrè che, per una vita, ha difeso gli ultimi e gli sfruttati.

Fabrizio De Andrè

Tanto per cominciare, Ogilvie prepara una definizione molto cruda per quel tipo umano che soffre di una violenza sociale, ma che ai suoi occhi appare naturale. Egli afferma infatti che il sistema tende naturalmente alla “produzione dell’uomo-da-buttare”. Questi uomini-da-buttare appaiono in effetti come il prodotto di una particolare crisi di sovrapproduzione: essi hanno già subito il processo di mercificazione del lavoro tipico della società capitalistica, ma tuttavia rimangono “merce invenduta”. A questo punto il sistema ha due strade che può percorrere, mantenendo come assioma che l’inclusione nel sistema non è una possibilità: questi uomini-da-buttare rappresentano infatti, come il proletariato per Marx, la negazione del sistema, essi sono pericolosi proprio perché esterni al sistema. Le due strade sono le seguenti. Da un lato l’abbandono al loro destino di queste popolazioni di uomini-da buttare (destino fatto di genocidi, pandemie…). Dall’ altro l’impiego di questi uomini-merce in attività che sono redditizie per il sistema, ma che mantengono gli uomini-da-buttare in una situazione in cui non può nascere alcuna coscienza politica, ma di questo vedremo dopo.

Questi uomini-da-buttare possono essere anche dipinti con termini più poetici: essi non sono altro che le “Anime Salve” di cui parla De Andrè nell’omonimo disco del 1996. Queste persone di salvo hanno soltanto l’anima, simbolo di una purezza morale che si viene a scontrare con la brutalità dei trattamenti che subiscono, scindendo il loro essere come niente al mondo. La loro coscienza, la loro anima è tanto salva quanto infelice, a tal punto che De Andrè nella canzone che dà il nome all’album, scritta e cantata con Ivano Fossati, urla nel ritornello: “ che bell’inganno sei, Anima Mia!” La canzone più emblematica dell’album è pero “Khorakhanè”, che prende il nome da una tribù nomade di Rom. Tralasciando il sottotitolo, “a forza di essere vento”, che credo personalmente essere una delle frasi più belle componibili con la nostra lingua, è una canzone nella quale De Andrè usa quella che è la sua maggior capacità: racchiudere in quattro righe una sentenza che ha dell’incredibile. Questa è la strofa con la quale Faber si schiera a difesa degli uomini-da-buttare e contro coloro che li hanno resi tali : “anche oggi si va a caritare/ e se questo vuol dire rubare/ questo filo di pane tra miseria e sfortuna/ allo specchio di questa kampina /ai miei occhi limpidi come un addio /lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca /il punto di vista di Dio.”

 Come possono però questi uomini-da-buttare riuscire a uscire da questa situazione? La risposta è estremamente difficile. Innanzitutto, come accennato, non esiste per loro possibilità di organizzazione politica. O meglio, per loro è difficile diventare soggetti politici, cioè soggetti della politica perché essi si trovano nella condizione di essere oggetti de e per la politica. Si ripropone qui il problema che ha attanagliato Marx per decenni: quello del sottoproletariato. Questa identità/non identità transnazionale e transculturale crea dei grossi problemi per la creazione non solo di una coscienza di classe, ma anche di una coscienza di sé giacchè il loro essere-in-più, la loro natura di merce invenduta li ha spinti al limite massimo della reificazione nella quale non possono possedere nemmeno un’identità personale: ciò è confermato dal nomadismo strutturale di queste persone.

Essi sono inoltre vittime di una violenza che definiamo strutturalee che definiamo con Balibar come : “ un’oppressione inerente ai rapporti sociali che stronca le resistenze più incompatibili con la riproduzione di un sistema”.  Il sistema agisce dunque come una “mano invisibile” che stroncando ogni possibilità di identificazione degli interessi per gli uomini-da-buttare impedisce loro ogni possibilità di replica. Dobbiamo fare solo una precisazione per non scadere nel complottismo: il sistema non attacca deliberatamente gli uomini-da-buttare, esso semplicemente riproduce la sua “invarianza riproduttiva”, esso non fa altro che continuare a lavorare per se stesso. Usando la sintassi di Hegel possiamo affermare che il sistema : “ ha come scopo quello di produrre un mondo, conforme al concetto di sé, di compiere e realizzare la sua verità.” (lezioni sulla filosofia della storia).

Non dobbiamo dunque pensare che il sistema attacchi e crei arbitrariamente gli uomini-da-buttare, questa è una conseguenza che il sistema cerca, in un secondo momento, di arginare.

Vi è però un paradosso: lo stato, il sistema, da Hobbes in poi sono stati visti come il garante della pace. In Hobbes esso serviva per arginare il “bellum omnium contra omnes”.

Ad oggi abbiamo notato che la violenza strutturale è praticamente conditio sine qua non per il mantenimento del sistema-stato: cosa è successo? E’ successo che è probabilmente necessario ridefinire il concetto di stato sovrano, divenuto ormai un ossimoro. Schmitt aveva messo in luce come lo stato stesse perdendo la sua sovranità a causa di quelli che lui definiva “coaguli di potere-economico”. Il sistema ad oggi è più economico che politico ed è in virtù di questo che esso va sviluppandosi. Una risposta politica, seppur difficile, da parte degli uomini-da-buttare può esistere ma questa azione verrà facilmente stroncata, poiché la politica torna ad essere effettuale quando deve garantire l’invarianza del sistema e dunque ,come dice De Andrè : “alla parte che manca/ si dedica l’autorità.”

 

Giuseppe De Ruvo

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