Un grande e profondo fraintendimento è alla base degli “amori difficili”, ferro rovente sulla fragile pelle dell’umanità a cui essa, tuttavia, non sa rinunciare. A questo motore segreto capace di muovere il mondo, talvolta doloroso, sicuramente complicato, Calvino ha dedicato una raccolta di brevi racconti che sondano, con linguaggio limpido e serenamente autentico, l’imbarazzo dell’essere umano nel suo approccio con l’Altro. I personaggi da lui creati, attori sinceri dal realismo pregnante, realizzano nella scena della pagina, e quindi del mondo, il disagio disarmante che mette a nudo l’individuo di fronte alla diversità imperscrutabile di chi gli sta davanti, spogliandolo della sua armatura di sicurezze costruite, di labili certezze, di una fiducia a fatica eretta in difesa della propria sensibilità. Perché in fondo ciò che dell’Altro ci spaventa tanto è l’impenetrabilità del suo cuore, l’indecifrabile sentimento nell’abisso della sua anima e che è impossibile conoscere se non per il tramite delle parole, imbattendosi nel rischio di un messaggero ingannevole. Proprio su questa irrimediabile incomunicabilità di fondo si edificano alcune delle più grandi tragedie della letteratura, i cui attanti viaggiano ignari su linee parallele destinate ad essere separate da una distanza incolmabile.

 

Didone: la regina umiliata

Ma la regina, già colpita da un profondo affanno, nutre la ferita nelle vene ed è consumata da un fuoco invisibile”, Libro IV Eneide, Virgilio.

Così comincia il Libro IV dell’Eneide, da molti considerato nell’economia dell’opera un intermezzo drammatico in sé concluso, oltreché l’unica tragedia latina capace di eguagliare gli antecedenti greci. Con naturale spontaneità e fiducia verso la vita, i personaggi agiscono seguendo il proprio arbitrio e cullandosi nel tepore di una passione appena sorta. Eppure il piccolo idillio del loro amore non è che un’illusione: l’epilogo della vicenda è inevitabilmente votato alla disgrazia, dominato da un fato che, maestro invisibile, dirige una storia in cui la volontà dell’individuo è polverizzata dinnanzi all’implacabilità del destino. La storia d’amore tra Enea e Didone è inoltre incrinata da un duplice conflitto, secondo Hegel elemento caratteristico del genere tragico, che ne mina gli stessi presupposti. Didone, corrosa dalla passione e dal fuoco occulto (quindi non appieno compreso e assimilato) che la arde nelle viscere dell’anima, è tormentata da una guerra interiore che all’orgoglio della regina contrappone la sensibilità della donna. La disperazione della fine è da lei elaborata con lucidità nonostante il delirio febbrile che la porta ad un’ira potente, ma mai a piegarsi di fronte all’amore. Perfino il suicidio è preparato con una calma inquietante, con quella tristissima pace che precede il baratro del nulla e che la conduce all’estremo gesto, emblematicamente compiuto con la spada regalatale da Enea. Ma il vero conflitto che percorre la tragica e intensa storia d’amore tra i personaggi è quello che sta alla base della loro incapacità comunicativa. Al sentimento travolgente della regina fa da controparte il silenzio terrificante di Enea, che è costato al pius eroe virgiliano l’ostilità di critici e, soprattutto, lettori. Il suo criptico mutismo è generalmente interpretato come crudele indifferenza: gli basterebbe una sola parola per salvare la donna amata, una parola destinata a non uscire mai. Eppure il suo amore non è meno forte solo perché non sfocia nel suicidio; non è meno forte solo perché silenzioso. Il suo è il sentimento tipico di chi non può rinunciare ad una missione fatale e quindi, per sua stessa definizione, destinata a compiersi; è il sentimento tipico di chi ha imparato a chiudere in sé la sofferenza, un dolore fatto di gemiti repressi e lancinanti che logorano “l’eroe sconvolto nell’animo dal grande amore”.

Catullo: il lamento del poeta

E voi sapete che tormenti m’abbia dato Venere con la sua ambiguità, a che punto m’abbia ridotto, quando io bruciavo come la rupe di Sicilia o la sorgente Màlia alle Termopili dell’Eta, o gli occhi dolenti si consumavano nel pianto bagnando le guance di una amara pioggia di lacrime, come dalla cima di un monte che si perde in cielo sgorga limpido un ruscello tra i muschi delle rocce che, precipitando a valle lungo tutto il pendio, penetra attraverso le strade affollate di gente, alleviando la stanchezza e il sudore dei viandanti quando il caldo opprimente screpola i campi riarsi” Catullo

Brucia d’amore Catullo, di un amore ingannevole e doppio che, in seno alla gioia, reca lo strazio più grande. Brucia d’amore Catullo, di un amore che lo degrada e lo spoglia di ogni difesa contro il mondo e contro la vita. Soffre Catullo, soffre di un dolore che solo il pianto, logorante e liberatorio, può sfogare e alleviare, mitigando la passione rovente che arde la sua anima, come il torrente impetuoso che, sgorgando all’improvviso, lenisce la fatica del viadante. E così il poeta, cieco vagabondo che erra nell’oscurità del suo amore, è afflitto dall’incurabilità del suo male, perché incolmabile è la distanza che separa due anime: l’una incorporea, affamata di dolcezza, l’altra carnale, avida di passione. Il malinteso comunicativo che si instaura tra Catullo e la sua Lesbia riguarda il fine del loro amore ed è, per questo, inconciliabile: il poeta desidera un amore puro e incorrotto che non può essere appagato dalla sessualità prorompente di lei, che è tuttavia meglio del nulla che gli prospetta come unica alternativa. Di qui la faticosa contraddizione che non può essere sciolta e che costringe Catullo ad accettare, privandosi di ogni residuo d’orgoglio, un erotismo che gli nega l’amore ma gli fa conoscere l’odio. L’ambiguità di questa Venere è, così, perfettamente sintetizzata nella cristallina disperazione del carme 85:

“Ti odio e ti amo. Forse ti chiederai come sia possibile. Non lo so, ma è così che mi sento, ed è la mia croce”.

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