Storia vs memoria: la strumentalizzazione in “la vita è bella”

Storia vs memoria: la strumentalizzazione in “la vita è bella”

6 Aprile 2019 0 Di Luca Simone

La storia e la memoria sono come acqua e olio, o almeno dovrebbero esserlo. Perchè dire questo, perchè cercare di separare due cose così simili nel significato e nella concezione comune? Semplicemente perché mescolarle, o ancora peggio confonderle è un “delitto” gravissimo che può portare, ha portato e sta portando gravissimi danni. Quando parlo di storia mi riferisco ad una disciplina che crea scientificamente e analiticamente delle nozioni condivise da una comunità specializzata che si incarica di immetterle nella cosiddetta “cultura collettiva”. Si tratta dunque di un qualcosa di estremamente oggettivo, che non può nè deve essere piegato a qualsivoglia strumentalizzazione. La storia per dirla come Cervantes è :” madre della verità, emula del tempo, depositaria delle azioni, testimone del passato, esempio e annuncio del presente, avvertimento per il futuro.”  E in quanto madre della verità, dovrebbe essere una forza capace di unire una comunità, saldarla attorno alla consapevolezza della propria storia, capace di farle fare i conti con i propri sbagli, esercitando il suo ruolo di magistra vitae. Ma serve una società pronta ad affrontare il proprio passato, anche scomodo, e la nostra non sembra esserlo

LA MEMORIA COME FORZA DIVISIVA

Parlando di memoria invece si fa riferimento a un qualcosa di estremamente soggettivo, un qualcosa appartenente alla nostra sfera psichica. Esistono dunque infiniti tipi di memoria, tani quanti i soggetti che abitano il mondo, perché ognuno ha la propria memoria. Anzi la memoria è creata direttamente dal soggetto attraverso complicati procedimenti binari di rielaborazione\eliminazione della verità, tutti svolti a livello squisitamente inconscio. Tali meccanismi basati peraltro su pesanti interferenze ambientali e culturali del mondo circostante, dal contesto socio politico, ai micro e macro meccanismi di potere, un’area che va dall’ambiente familiare a quello dei mass media. La grande tradizione antropologica inglese degli anni 30’, con Fredric Bartlett come punta di diamante, teorizzò che la nostra mente sottomette la realtà, creando falsi ricordi, o meglio finzioni, che si adattano meglio a quelle interferenze di cui abbiamo parlato, che mantengono una base di verità però ammorbidita e modificata. La memoria agisce, si potrebbe dire come un liquido: travasandolo da un contenitore ad un altro, il contenuto non cambia, ma la forma che assume sì, poiché dipende dal contenitore in cui si versa. Ad esempio presentando i racconti di una sola delle due fazioni in guerra e pretendendo che quella verità creata in maniera così arbitraria, senza tener conto di un quadro completo che deve analizzare invece ogni avvenimento da ogni prospettiva, sia l’unica valida e l’unica accettabile. Ed è esattamente così che un progetto di memoria unitaria diviene un’arma di divisione. Ciò che emerge dunque è il carattere estremamente divisivo che la memoria assume a causa delle tante sfaccettature che un singolo avvenimento può assumere, ed è perciò molto facile una sua strumentalizzazione per cercare di capovolgere la forza divisiva per la massa, e plasmarne una unitaria, anche solo per una parte di società, utile a fini politici, modellando una memoria condivisa. Se necessario piegando la storia a questo scopo.

È il caso proprio de “la vita è bella”, film di Roberto Benigni sulla Shoah, premiato con ben tre Academy Award, del quale però oggi non faremo una recensione, ci soffermeremo sulle ultimissime scene del film forse le più famose ed emozionanti. Parlo di quelle che riguardano la liberazione del campo di concentramento dove erano stati deportati i protagonisti. Campo che presumibilmente è il tristemente celebre Auschwitz. A liberarlo sono gli ormai iconici good guys dell’esercito americano, che con la loro faccia angelica hanno sconfitto i nazisti e liberato gli ebrei dai lager. Peccato però che la storia dica altro. La stessa giornata della memoria istituita per il 27 di gennaio, ricorda la liberazione del complesso di Auschwitz Birkenau, in Polonia, da parte dell’armata rossa.  Non sono dunque stati i “buoni” americani, ma i “cattivi” comunisti a liberare il campo. Proprio per questo forse, per non disturbare la memoria collettiva che vede nei ragazzi a stelle e strisce gli unici vincitori della seconda guerra mondiale, il buon Roberto ha deciso di tralasciare questo piccolo grande particolare storico, che getta un’ombra sui milioni di soldati sovietici morti, grazie ai quali il Reich hitleriano è stato polverizzato. Anche il grande Mario Monicelli ha fatto sentire la sua voce criticando la scelta di Benigni che ha additato come antistorica e faziosa  (…) mascalzonata di Benigni in La vita è bella, quando alla fine fa entrare ad Auschwitz un carro armato con la bandiera americana. Quel campo, quel pezzo di Europa lo liberarono i russi, ma… l’Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà.”

La memoria è dunque un’arma affilata, capace di dividere anche quando ha lo scopo di unire, ciò non significa che debba essere abolita o tantomeno censurata, significa solo che va compresa e analizzata. L’unico strumento che ci è possibile usare è la storia, quella vera, quella accertata e confermata. E si tratta di uno strumento dall’efficacia indiscussa.

Dedicato a L.A.

                                                                                  Luca Simone