Per chi non lo sapesse Spotify è un servizio di streaming musicale, disponibile in due versioni: una gratuita con alcune limitazioni ed una premium, a pagamento. Sono svariati gli utenti che utilizzano un’app “craccata di spotify, usufruendo quindi della versione premium senza spendere un soldo, aggirando le limitazioni della versione gratuita. L’applicazione ha dichiarato che a partire dal mese di marzo sospenderà gli account scrocconi e annullerà la possibilità di aggirare il pagamento. Operazione che già avevano tentato nell’estate scorsa con scarsi risultati (dopo poco l’app fu “craccata” nuovamente) e molte recensioni negative. Nel 2018 Spotify affermava di avere circa 2 milioni di utenti che aggiravano le regole, per un mancato indotto mensile di ben 20 milioni di euro. Nonostante gli importanti incassi sempre in crescita la piattaforma registra perdite sostanziose. Questo accade poiché l’azienda versa il 70% dei propri incassi agli artisti per trasmettere la loro musica. Il guadagno è dato soprattutto dai 10€ che ciascun abbonato premium spende ogni mese.

Spotify conference talk

La pirateria è un diritto?

Certamente non mancheranno le polemiche quando gli account verranno sospesi. C’è infatti chi accusa l’azienda dell’elevato costo del prodotto e si lamenta del canone fisso di 10€ al mese per “qualche minuto di musica”, giustificando così l’utilizzo di un crack. Questa polemica apparentemente banale si inserisce però in un contesto molto più ampio di protesta e di “diritto alla pirateria“. In svariati paesi del mondo – tra cui l’Italia – esistono persino dei “Partiti Pirata”, in Repubblica Ceca il Partito Pirata è addirittura entrato in parlamento e detiene il 10% dei seggi della camera. Persino all’Europarlamento un seggio dei 714 è in mano al Partito Pirata Europeo. In Svezia il Partito Pirata ha offerto i propri server – protetti da immunità parlamentare – ad un noto sito pirata che era sotto processo per violazione del copyright. Questi partiti propongono una revisione del diritto d’autore, che ritengono attualmente sia troppo sbilanciato a favore delle case produttrici. Infatti l’idea è che il Copyright com’è concepito sia un freno alla diffusione e allo sviluppo culturale. Il quale gioverebbe invece dalla libera circolazione delle idee e dei prodotti, siano essi film, libri o musica.

Ivan Bartos; Leader del Partito Pirata Ceco e deputato.

Se tutti scroccano… Chi paga?

Questo è l’interrogativo che innanzitutto bisogna porsi. Una revisione del copyright volta alla maggior diffusione di strumenti culturali sarebbe applicabile soltanto a libri e documentari. Difficilmente infatti si può stabilire quando un film, una canzone od una piattaforma streaming come Spotify possano essere diffusi gratuitamente. Informazione e conoscenza sembrano i soli campi in cui si può parlare di revisione del diritto d’autore e di proprietà in favore di una maggiore diffusione della cultura. Inoltre Spotify già offre a chi non vuole o non può permettersi di pagare un’alternativa. Infatti il servizio gratuito offre musica gratuitamente, a patto che l’utente visioni qualche pubblicità ed abbia alcune limitazioni. Spotify fonda il suo progetto proprio su questo: convincere gli utenti gratuiti ad acquistare la versione premium. Tralasciando questo caso specifico, potrebbe inserirsi prima o poi nel dibattito pubblico la questione di apportare modifiche al copyright e al diritto di proprietà per quel che riguarda la cultura. Bisogna però considerare le necessità di chi realizza un prodotto. Se tutti scroccano… Chi paga?

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