La sofferenza che passa per l’autolesionismo può arrivare ‘fino all’osso’

L’autolesionismo implica il danneggiamento del proprio corpo attraverso lesioni autoinflitte ed intenzionali. Si osserva con maggior frequenza tra gli adolescenti ed i giovani adulti, in particolar modo nella popolazione psichiatrica. 

Autolesionismo
I tagli sono la forma di autolesionismo che si osserva più di frequente, ma non è l’unica.

L’autolesionismo colpisce circa il 6% della popolazione adulta e circa il 15% di quella giovanile, ma è particolarmente diffuso nella popolazione psichiatrica. Si osserva frequentemente nei casi di depressione, di disturbi d’ansia, di disturbi del comportamento alimentare e di disturbi della personalità. Nello specifico del disturbo borderline di personalità, l’autolesionismo è uno dei criteri per poterlo diagnosticare perché le due condizioni si manifestano molto spesso insieme. Purtroppo si tratta di una condizione estremamente variegata perché i motivi alla base di tale condotta sono molteplici, così come i comportamenti autolesivi. In molti casi le condotte autolesive possono precedere i tentativi di suicidio, ma le due condizioni non sono necessariamente l’una la conseguenza dell’altra.

 

L’autolesionismo nel DSM-V

Solo di recente l’autolesività non suicidaria è stata considerata come categoria diagnostica a sé stante ed i criteri individuati per poterlo diagnosticare sono tre. Nel criterio A si dice che l’individuo nell’ultimo anno, in cinque o più giorni, deve essersi intenzionalmente inflitto danni di qualche tipo ad una qualsiasi parte del corpo, tali da provocare sanguinamento, lividi o dolore. La cosa importante è che l’individuo sapesse che quella ferita avrebbe portato a danni fisici lievi o moderati perché deve mancare l’intenzionalità suicidaria. Il criterio B invece riguarda le aspettative del soggetto che accompagnano le sue condotte autolesive: ottenere sollievo da una sensazione o da un pensiero negativo, risolvere un problema personale o indurre una sensazione positiva. Infine il criterio C afferma che le condotte autolesive sono accompagnate da almeno uno dei seguenti sintomi: difficoltà interpersonali, pensieri o sensazioni negative, presenza di un periodo di preoccupazione difficilmente controllabile che precede il comportamento autolesivo e frequenti pensieri di autolesività.

Le tre categorie di autolesionismo e di condotte autolesive

Tagliarsi e bruciarsi non sono l’unica forma di condotte autolesive perché esistono anche le condotte di auto-danno e le condotte di auto-avvelenamento. Le prime comportano l’abuso di sostanze psicoattive, il gioco d’azzardo e la sessualità promiscua, mentre le seconde comprendono ad esempio l’assunzione di sostanze tossiche e l’overdose a causa della droga.

La prima classificazione delle condotte autolesive risale agli anni Novanta, grazie alle ricerche condotte da Favazza e dai suoi colleghi. I ricercatori hanno distinto tre categorie in base al grado di danneggiamento dei tessuti ed ai pattern comportamentali che accompagnano tale condotta. L’autolesionismo maggiore comprende atti infrequenti ed isolati, i quali però provocano danni piuttosto gravi e talvolta anche permanenti e solitamente si associa ai casi di psicosi. L’autolesionismo stereotipico invece comprende comportamenti ripetuti costantemente e ritmicamente e sono spesso associati ad un grave ritardo mentale, all’autismo ed alla sindrome di Tourette. Infine l’autolesionismo moderato o superficiale comprende atti episodici associati ad un lieve danneggiamento dei tessuti corporei. In questo caso il soggetto utilizza strumenti esterni per farsi del male e questi gesti hanno un significato simbolico, a differenza della condizione precedente.

Gli autori hanno poi creato una sottocategoria dell’autolesionismo moderato, la quale comprende l’autolesionismo compulsivo, episodico e ripetitivo. Il primo è definito in tal modo perché i comportamenti autolesivi sono diventati quotidiani, facendo quindi pensare ad un problema nel controllo degli impulsi. Il secondo invece rappresenta un tentativo di riacquistare il controllo su emozioni forti e su pensieri intollerabili, mentre la forma ripetitiva è una vera e propria dipendenza dal comportamento autolesivo, fino a diventare parte integrante dell’identità del soggetto.

 

‘Perché lo fai?’

Si tratta di un tema tanto delicato quanto variegato perché i motivi che si celano dietro le condotte autolesive possono essere molteplici, ma nonostante ciò i ricercatori hanno cercato di suddividerli in tre categorie. A volte l’autolesionismo può essere considerato come una strategia di coping e di regolazione emotiva. Pensieri intollerabili, sentimenti ed emozioni forti mettono a disagio il soggetto, gli danno la sensazione di non avere più il controllo su queste cose. Farsi del male diventa quindi un modo per rendere tutto questo più tollerabile. In altre parole la sofferenza emozionale, difficile da gestire, viene trasformata in sofferenza fisica, più semplice da gestire e da tenere sotto controllo. Si tratta ovviamente di una strategia fortemente disadattiva anche perché il dolore fisico è momentaneo, quello interiore invece no.

Altre volte l’autolesionismo diventa una punizione autoinflitta. Per alcuni infatti sembra esistere una relazione causare tra l’autocriticismo ed i comportamenti autolesivi. Altre volte ancora invece l’autolesionismo può rappresentare una forma di comunicazione del proprio disagio. Comunicare la propria sofferenza a parole spesso è molto difficile, mentre in questo modo le ferite parlano al posto di queste persone, diventando una vera e propria richiesta d’aiuto.

 

Il disturbo borderline di personalità e l’autolesionismo

Si tratta di due condizioni che si ritrovano spesso insieme e proprio per questo l’autolesionismo fa parte dei criteri diagnostici del disturbo borderline di personalità. Si ritrovano spesso perché l’autolesionismo viene utilizzato dalle persone borderline come strategia di coping, solo che è altamente disfunzionale e disadattiva. Inoltre alcuni studi hanno evidenziato che le persone borderline sembrano avere una soglia del dolore più alta rispetto ai soggetti del gruppo di controllo (quindi soggetti sani) e questo potrebbe essere associato a due meccanismi, entrambi neurobiologici. Il primo riguarda la deattivazione dell’amigdala, accompagnata da un’iperattivazione dei circuiti prefrontali e limbici e tutti insieme sembrano avere un’azione modulatoria di inibizione corticale. Il secondo meccanismo invece riguarda un aumento dell’attività dell’insula posteriore e della corteccia prefrontale dorso-laterale e questo potrebbe essere la causa di una valutazione anomala del dolore che contribuisce all’ipoanalgesia tipica del borderline.

 

Fino all’osso

Ellen è una ragazza di vent’anni e soffre. I motivi della sua sofferenza sono tanti ed alcuni hanno anche radici molto profonde. Suo padre non è mai stato presente nella sua vita perché era completamente dedito al lavoro ed alla sua seconda famiglia segreta. La situazione è peggiorata dopo il divorzio dei suoi genitori perché la sofferenza di Ellen era sempre più intensa e questo negli anni l’ha portata a sviluppare una brutta forma di anoressia. Da tempo ormai sia la madre sia la matrigna cercano di aiutarla come possono, spingendola più volte a rivolgersi ad uno specialista, ma non c’era verso. Ellen continua a soffrire e a dimagrire, era più forte di lei.

 

Fino all'osso
Ellen.

 

Dopo aver provato tante cure e consultato tanti specialisti le speranze che potesse guarire erano pochissime. Si accende però un barlume di speranza perché, in un tentativo disperato, la sua famiglia decide di provare con un centro di riabilitazione del quale avevano sentito tanto parlare. Ellen dovrà rimanere presso il centro (anche se si tratta più di una vera e propria casa) per almeno sei settimane, durante le quali saranno tenute sotto controllo le sue condizioni di salute e si svolgeranno incontri regolari di psicoterapia. Qui Ellen conosce Luke e grazie a lui la situazione inizierà a migliorare. Ellen pian piano passa dal mangiare appena mezza carota ad una piccola fettina di carne. Sembrava che la sua condizione si stesse avviando verso il miglioramento, ma ad un certo punto decide di interrompere la terapia e di tornare a casa da sua madre e dalla sua compagna. Proprio quando tutto sembrava perduto, Ellen comprende finalmente di aver toccato il fondo. Come un’illuminazione, si rende conto di non poter più vivere in questo modo perché rischia seriamente la morte se continua a non mangiare. Grazie a questa svolta Ellen decide di ritornare presso il centro di riabilitazione, ma stavolta con obiettivi diversi rispetto alla prima volta.

 

Martina Morello

 

 

 

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