Nel 1973 Conrad Hussel agente dell’FBI utilizzò per la prima volta l’espressione Sindrome di Stoccolma per la difesa di Patty Hearst la quale dopo essere stata rapita da esponenti dell’Esercito di Liberazione Simbionese, finì per divenire loro complice in un serie di rapine in banca. In realtà la sindrome di Stoccolma ha un’ambigua storia alle spalle che potrebbe essere definita degna di un film o di una serie Tv. In realtà non è la storia in sé che ha dell’incredibile, ma il processo penale e la reazione delle vittime che ispirò la famosa sindrome.

L’evento

Dopo che un uomo chiamato J. E. Olsson evase dal carcere di Stoccolma nel quale era detenuto, tentò una rapina nella Sveriges Kredit Bank di Stoccolma prendendo in ostaggio tre donne e un uomo. La polizia trovandosi in una situazione di straziante difficoltà, all’inizio acconsentì alle richieste fatte dall’uomo dall’interno della banca, che chiese come riscatto addirittura la liberazione di un’altro detenuto. La prigionia durò circa 130 ore e successivamente dopo l’utilizzo di gas lacrimogeni lanciati dalla polizia, i rapinatori si arresero e lasciarono gli ostaggi incolumi. Ma qual’è la singolarità di questo caso? Subito dopo essere stati liberati gli ostaggi si rivelarono estremamente preoccupati per la salute e per il seguito processuale dei due rapinatori, i quali durante il periodo di prigionia di dimostrarono, a detta degli ostaggi, estremamente affidabili e buoni nei loro confronti, tanto che gli ostaggi si ritrovarono ad assumere un atteggiamento di stima se non completamente di affetto nei confronti dei loro rapinatori. Infatti si preoccuparono dell’incolumità dei propri carcerieri e dopo essere usciti dall’edificio, si abbracciarono con loro. Anche successivamente le vittime continuarono a provare sentimenti contrastanti e apparentemente irrazionali nei confronti dei rapitori.

Il seguito penale e la perizia psicologica

Quando vi fu il seguito penale, e gli ostaggi furono sottoposti alle perizie psicologiche, ci si rese conto che i quattro furono sottoposti ad una situazione di stress esasperato che aumentava man mano che la situazione divenne sempre più minacciosa. Dinnanzi a questa situazione l’equilibrio psichico è costretto a cercare una via di uscita che possa essere il più razionale possibile e di conseguenza si delinea una nuova situazione di adattamento che si traduce in un sentimento di affetto e stima opposto a quello che normalmente si dovrebbe delineare in un individuo. Durante il processo infatti accadde l’inaspettato: gli ostaggi durante la prigionia furono sottoposti ad una pressione tale da non rendersi nemmeno più conto di quanto gli fosse accaduto sul piano empirico. Quando vennero chiamati a testimoniare gli ostaggi arrivarono a giustificare i loro sequestratori, di conseguenza la testimonianza si rilevò favorevole nei loro confronti.  Gli psichiatri spiegarono che gli ostaggi erano diventati emotivamente debitori ai loro rapitori, e non alla polizia nei confronti della quale ebbero un atteggiamento negativo. Dopo l’arresto gli ex ostaggi fecero visite in carcere ai loro ex carcerieri e ribadirono la gentilezza di coloro i quali gli avessero salvato la vita, di coloro che furono empatici e gentili, addirittura si sentirono in debito con loro per quanto accaduto e per aver loro risparmiato la vita. Si fa riferimento anche ad un’intervista dopo un anno di una della vittime la quale rivelò un episodio in cui Olsson fu di una gentilezza disarmante poiché la tranquillizzò dopo un brutto sogno e le diede la sua giacca, facendole fare qualche passo e dicendole che tutto fosse apposto.

Un meccanismo di difesa

meccanismi di difesa sono delle operazioni psichiche inconsce o coatte allo scopo di salvaguardare l’equilibrio dell’Io da elementi che possano turbarlo. Come ben sappiamo l’Io è la parte razionale dell’apparato psichico che ha il compito di mediatore tra quelle che sono le esigenze spregiudicate dell’Es e le richieste conformanti ed empiriche del Super- Io. L’Io quindi aziona il meccanismo di difesa quando si trova a mediare un conflitto tra l’Es e il Super- Io. In ambito criminologico e psicologico la Sindrome di Stoccolma può essere legata ad un meccanismo di difesa inteso come identificazione: l’individuo si identifica e costituisce la propria personalità facendo riferimento ad un oggetto piacevole o ad una persona che ammira. Molte volte il criminale si immedesima in un soggetto deviante e fantastico come se fosse un personaggio costruito ad hoc pronto a compiere un reato. Allo stesso tempo il meccanismo di identificazione non è solo un processo facente riferimento a colui il quale commette un reato, ma anche un meccanismo avanzato dalla vittimaAnna Freud affermava che questo meccanismo di difesa in quanto processo di identificazione avvenga quando la vittima non oppone resistenza al criminale proprio poiché si augura che attraverso un atteggiamento positivo il criminale possa non commettere il crimine. In un certo senso il meccanismo di difesa è come se fosse un istinto di sopravvivenza.

La mente umana è estremamente ambigua, inconsciamente ci permette di salvarci e di sopravvivere, come se non fosse permesso all’individuo di perire ed arrendersi.

Simona Canino

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