Perché si festeggia l’8 marzo?” è stata la seconda domanda più cercata su Google nel 2018 e la risposta non è scontata quanto sembra. Moltissimi sono coloro che trovano questa giornata del tutto superata o addirittura sminuente, come se fosse una debolezza da nascondere rispetto al “rivoluzionario” potere dell’indifferenza. Effetto dei media e del marketing che ha reso commerciale anche questa ricorrenza? Oltre all’indubbia necessità e importanza di ricordare le lotte che hanno segnato a lungo il complicato percorso dell’emancipazione femminile, possiamo sicuramente affermare che il movimento femminista continua a farsi portavoce di un grande significato.

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Infatti, la manifestazione avvenuta ieri a Roma e organizzata dall’associazione “Non una di meno”, può essere vista senza dubbio come una forte sensibilizzazione contro la violenza maschile sulle donne e contro le discriminazioni di genere, ma può anche essere interpretata come una vera e propria lotta (non soltanto femminile) per il raggiungimento di un’emancipazione prima di tutto economica. Seguendo questa direzione, infatti, possiamo inquadrare il movimento femminista alla luce del concetto di “oppressione” e come il frutto delle riflessioni appartenenti alla corrente socialista, di cui sono esponenti pensatori come Friedrich Engels o August Babel.

Una lotta di classe contro l’oppressione

Babel nell’ultimo capitolo di “Woman under Socialism” intitolato “Woman in the future” scrive: “Nella società futura le donne saranno completamente indipendenti, sia socialmente che economicamente. Vivendo sotto normali condizioni di vita, la donna avrà l’opportunità di scegliere un’occupazione adatta ai propri desideri, alle proprie inclinazioni e alle proprie abilità, lavorando nelle stesse condizioni degli uomini”. Più di un secolo dopo queste parole, è demoralizzante notare come invece oggi meno della metà delle donne è impiegata nel mercato del lavoro e la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni. Il problema dell’indipendenza economica della donna apparve già nell’Ottocento grazie alle donne impegnate nelle lotte operaie (le donne del ’48 parigino e quelle della Comune del 1871). Ma l’elaborazione più compiuta di queste riflessioni è contenuta negli scritti di Karl Marx e Friedrich Engels, i quali avevano individuato nel rapporto uomo-donna un criterio per valutare il grado di civiltà e progresso di una società, mettendo in risalto l’aspetto di schiavitù materiale che la società capitalista attua nei confronti della maggior parte degli oppressi.

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 Alla base della considerazione socialista circa la questione della liberazione e dell’emancipazione della donna vi è la necessità di attuare una decostruzione totale del sistema patriarcale, attraverso una lotta sociale e radicale. Ciò che Engels, e il movimento socialista in generale, sostiene è che i problemi legati alla sottomissione delle donne possono essere risolti soltanto se inseriti all’interno di una lotta più grande, una lotta di classe, una vera e propria rivoluzione del proletariato e delle donne contro il sistema capitalista per la costruzione di una società socialista. Infatti, come afferma Marx, la condizione di soggezione della donna è molto simile a quella degli operai, entrambi riuniti sotto la definizione comune di “classe oppressa e sfruttata”. Quindi, affinché le condizioni di subordinazione materiale di proletari e donne cambino realmente e non solo formalmente è necessario realizzare una lotta comune e prioritaria, un’alleanza tra le due parti, che possa distruggere lo sfruttamento, la subordinazione, la dipendenza e il sessismo. Se l’origine della proprietà privata è stata la causa della schiavitù della donna e delle classi oppresse, sarà proprio la sua abolizione a decretare anche la fine della sottomissione del proletariato e della donna. La rivoluzione socialista, quindi, libererà sia la parte degli uomini che costituisce il proletariato, sia tutte le donne, proletarie e non.

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