Il caso di Jordi Cuixart

È indubitabile che il processo cominciato lo scorso 12 febbraio non sia un processo ordinario. Lungi dallo schierarsi pro o contro l’indipendentismo catalano, dovremmo prestare attenzione a quanto sta avvenendo nel cuore dell’Europa: l’uso massiccio dello strumento penale in una questione eminentemente politica, la minaccia di decine di anni di carcere per persone colpevoli di reati essenzialmente di opinione e pacifica disobbedienza civile. Gli attuali schieramenti partitici vedono sul banco dell’accusa – e dei testimoni da lei chiamati – la formazione di estrema destra Vox e il Partito Popolare e sul banco degli imputati esponenti di spicco di forze politiche indipendentiste.

Mappatura della Spagna e della Catalogna

12 imputati in questo filone processuale – di tre diverse categorie: membri del governo catalano, membri del Parlamento catalano ed esponenti della società civile – sono accusati di ribellionesedizione e malversazione. Affinché si diano i reati principali, è necessario che i fatti si siano svolti in maniera violenta. Gli imputati rivendicano come, né il primo di ottobre né nei giorni precedenti, le manifestazioni di piazza non abbiano mai evidenziato un atteggiamento aggressivo, se non da parte della polizia spagnola. Jordi Cuixart, il presidente di Omnium Cultural, un’associazione culturale di società civile molto sentita e partecipata dai catalani, si trova in carcere da oltre 16 mesi (l’uso della custodia cautelare in questo processo è un’altra cosa sulla quale bisognerebbe interrogarsi). Sono stati analizzati davanti ai giudici tutti i suoi tweet lanciati in quel 20 settembre 2017 in cui Barcellona scese in piazza per protestare contro l’irruzione della Guardia Civil spagnola nei palazzi del governo catalano.

Un ritorno al passato

La sentenza del Tribunal Supremo è inappellabile. Quel che accadrà nelle prossime settimane segnerà per sempre la sorte umana di queste persone, ma segnerà anche il livello di invadenza della repressione penale nelle vicende politiche di un Paese. Nelle aule del Tribunal si sta ragionando di seppellire sotto secoli di carcere persone che tale disobbedienza civile – una pratica che da Gandhi a Martin Luther King a Nelson Mandela è da sempre stata strumento di avanzamento delle società – l’hanno portata avanti del tutto pacificamente. Il fatto è che non si sta minacciando una multa, un’interdizione dai pubblici uffici, una sanzione amministrativa, bensì quella stessa galera in cui il regime sudafricano dell’apartheid ha tenuto Mandela per 27 anni.

Thoreau contro Polk

Nel marzo del 1845 gli stati uniti ebbero un nuovo presidente – James K. Polk – ricordato per una politica estera molto aggressiva e nazionalista. Appena ad un anno dalla sua elezione dichiarò una guerra su larga scala al Messico a causa degli attriti sulla gestione dei confini del Texas. Inoltre, come se non bastasse, Polk fu un vigoroso difensore della schiavitù e tacciò gli argomenti degli abolizionisti di essere buonisti e sentimentalisti. Una buona fetta della popolazione americana non gradiva il governo Polk, e in questo insieme rientrava sicuramente la figura del filosofo Henry David Thoreau.

Istintivamente Thoreau si schierò dalla parte del Messico che ormai stava perdendo la guerra. Fu così che per sottolineare la sua opposizione decise di non pagare le tasse statali venendo arrestato non poco tempo dopo. Thoreau non vide nulla di indegno nel passare del tempo in prigione, infatti come scrisse: Sotto un governo che imprigiona chiunque ingiustamente, il vero posto per un uomo giusto è una prigione. Ammise Thoreau che tutte le macchine hanno il loro attrito ma quando l’ingiustizia è troppo grande, si dovrebbe lasciare che la tua vita diventi un contro-attrito per fermare la macchina.

La disobbedienza civile

La rabbia di Thoreau trovò la sua più appassionante espressione nel saggio noto come Disobbedienza Civile che pubblicò nel 1849. Il cuore dell’opera è la domanda su cosa un onesto cittadino dovrebbe fare nel caso in cui dovesse avere a che fare con un governo a cui si oppone radicalmente. L’opinione generale era che, avendo Polk vinto per la maggioranza, quelli che erano contro di lui ora dovevano restare in silenzio, in sostanza era dovere dell’opposizione perdente rispettare silenziosamente la volontà della maggioranza

Ma è questa precisa concezione che Thoreau volle scardinare e capovolgere. Egli disse che i veri patrioti non sono quelli che seguono ciecamente il loro governo, al contrario lo sarebbero stati coloro che avrebbero dato ascolto alla loro coscienza, ed in particolare ai principi della ragione. Obiettivo di Thoreau era quello di modificare il terreno su cui fioriva il governo, passando da uno stato di cieca obbedienza a quello di un pensiero libero e indipendente. Pertanto quello che avrebbe reso nobile un cittadino americano non sarebbe stato, nella visione di Thoreau, un rispettoso e silenzioso assenso.

Al contrario di quanto lasci intuire, il filosofo non intendeva elevare a regola il non-pagamento delle tasse, ma solo il considerarlo un esempio degli innumerevoli metodi non-violenti con i quali si avrebbe potuto e dovuto resistere a un governo democraticamente eletto nel momento in cui le azioni fossero diventate improvvisamente aggressive ed irragionevoli. Un’elezione può stabilire chi sarà il presidente, ma non di certo la garanzia assoluta di un buon governo, ne può significare che chiunque possa semplicemente non far nulla fino alla prossima elezione.

 

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