Siamo davvero artefici delle conseguenze delle nostre scelte?

Siamo davvero artefici delle conseguenze delle nostre scelte?

26 Giugno 2018 Off Di Francesco Rossi

Dovremmo domandarci molto più spesso se tutto ciò che attuiamo ha conseguenze che siano da noi prevedibili, e quindi, nel caso non lo fossero, queste siano desiderate. Fino a che punto siamo davvero artefici delle conseguenze delle nostre scelte, alle esacerbazioni che queste conseguenze possono provocare? Fino a che punto davvero scriviamo il nostro divenire?

Cercare l’Essenza del Divenire in Sé, grazie all’Estasi.

Mondo come Realtà (in)conoscibile

Schopenhauer descrive questo divenire instabile nel concetto del Principio di Causa: la Materia, ossia tutto ciò che appartiene alla Realtà Fenonemica, è collocata nei concetti di Spazio e Tempo, rispettivamente nel primo nel quale la materia stessa è collocata ed il secondo nel quale questa muta. Il nostro stesso corpo è Materia. Tutta questa Materia è mossa dal Soggetto, ente che lo stesso Schopenhauer descrive come colui che “tutto conosce ma da nessuno è conosciuto”.

Inoltre l’essenza delle cose stesse, da Kant denominata noumeno e per lui inconoscibile, secondo Schopenhauer è possibile conoscerlo grazie all’intuizione. Grazie all’intuizione ed alla Volontà di Vivere l’uomo può strappare il Velo di Maya che circonda le cose e l’andamento del divenire e conseguentemente godere dell’essenza delle cose. Può così contemplare ciò che era inconoscibile ed arrivare all’essenza dell’esistenza in quanto tale.

L’uomo nel Divenire

Conseguenze quanto Stelle: infinite.

L’uomo in tutto questo dove è collocato? In una metà statica Pascaliana oppure può davvero modificare il divenire tramite l’agire? L’uomo sicuramente gode della proprietà agente, ma non gode della proprietà consequenziale: agisce e sa di agire, ma non conosce appieno le conseguenze delle proprie azioni.

Non dobbiamo assolutamente ritrarci in uno scetticismo Pirroniano, ma dovremmo cercare di squarciare il velo dell’ (in)conoscibile per poter così arrivare a comprendere l’andamento del divenire e la sequela di azioni da cui è composto. Azioni che, tautologicamente, sono compiute da noi stessi, anche forse indirettamente. L’uomo, questo è certo, soffre delle sue azioni, non in quanto tali, ma in quanto produttrici di conseguenze non sempre desiderate: è intorno a questo concetto che la ruota del divenire gira inesorabilmente.

L’essere umano non conosce il divenire in quanto tale poichè non conosce le conseguenze del proprio operato, non in quanto tali e non in toto: questo lo addolora e lo può anche corrucciare poichè sente di essere incompleto e non finito, quale forse è.

L’uomo si colloca nel divenire come un bruco che vuole diventare farfalla ma che, contro ogni logica, non riesce a divenire tale, pur essendo consapevole della sua teleologia: comprende sè stesso, forse, ma non riesce a divenire con la consapevolezza di questa (in)comprensione. E’ certo che l’azione dell’uomo modifica la materia: questo poichè le azioni sono contenute nei concetti di spazio e tempo e qui vengono attuate, ma le conseguenze a queste dove sono contenute? In abstracto è possibile analizzare la conseguenza in quanto tale e non in dipendenza all’azione ad essa annessa?

L’uomo non è evidentemente in grado di attuare questa ipostatizzazione del concetto di conseguenza, ed è per questo che il suo divenire è in mano alla casualità. 

Anzi, dovremmo dire forse una casualità (in)consapevole.