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Sedici anni dalla morte di Arafat: cosa ha lasciato in eredità al popolo palestinese

L’11 novembre 2004 moriva il leader palestinese Yasser Arafat, presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e – dopo gli Accordi di Oslo – dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il “Grande Alibi”, come veniva definito anche da alcuni politologi israeliani, era considerato un leader carismatico e simbolico.

Personaggio complesso e controverso, uomo d’azione ma anche prudente diplomatico, Yāsser ʿArafāt è stato negli ultimi anni della sua vita, spesso accusato di non volere la pace, aver sostenuto gli atti di terrorismo contro i civili israeliani e non aver fatto nulla per contrastarli. Allo stesso tempo, da parte del mondo arabo, è stato sempre riconosciuto e considerato come figura unica e carismatica, personaggio indispensabile all’interno dell’intricato universo di movimenti politici palestinesi, al fine della conclusione del processo di pace e dell’annosa crisi mediorientale.

Yasser Arafat, la causa palestinese e l’OLP

Nel 1969, Arafat fu eletto Presidente dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) distinguendosi per l’intenso impegno a sostegno della causa palestinese e del suo riconoscimento internazionale. Quest’organizzazione, di cui era stato a capo, aveva come obiettivo principale la “liberazione della Palestina” attraverso la lotta armata. L’originale statuto dell’OLP dichiarava che “la Palestina all’interno dei confini che esistevano al momento del mandato britannico è una singola unità regionale” e ha cercato di “vietare … l’esistenza e l’attività” del sionismo. Lo Statuto fa anche riferimento al diritto al ritorno e all’autodeterminazione per i palestinesi. Uno Stato palestinese non è citato, anche se nel 1974 l’OLP ha chiesto uno Stato indipendente nel territorio del Mandato di Palestina. Nel 1988, l’OLP ha adottato ufficialmente una soluzione a due Stati, con Israele e la Palestina che vivono fianco a fianco e con Gerusalemme Est come capitale dello Stato di Palestina. Nel 1993, il presidente e capo terrorista dell’OLP Yasser Arafat ha politicamente riconosciuto lo Stato di Israele in una lettera ufficiale al suo primo ministro Yitzhak Rabin. Eppure ad oggi non ha mai eliminato dal suo statuto l’articolo che auspica l’eliminazione dello Stato d’Israele. In risposta alla lettera di Arafat, Israele pur di avere una controparte con la quale trattare per arrivare alla pace, ha comunque riconosciuto l’OLP come il rappresentante del popolo palestinese. Arafat è stato il presidente del Comitato esecutivo dell’OLP dal 1969 fino alla sua morte nel 2004.

Gli accordi di Oslo

Alle 11 e 43 del 13 settembre 1993, nel cortile della Casa Bianca, Ytzhak Rabin, primo ministro israeliano, e Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), firmarono quelli che passarono alla storia come gli Accordi di Oslo. Era la prima volta che i due paesi si riconoscevano come legittimi interlocutori ed era la prima volta che i due leader si stringevano la mano in pubblico. Con la “Dichiarazione dei principi”, il nome del documento prodotto dagli accordi di Oslo, per la prima volta gli israeliani riconobbero nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina l’interlocutore ufficiale che parlava per il popolo palestinese e gli riconobbero il diritto di governare su alcuni dei territori occupati. L’OLP da parte sua riconobbe il diritto di Israele a esistere e rinunciò formalmente all’uso della violenza per ottenere i suoi scopi, cioè la creazione di uno stato palestinese. Questi riconoscimenti reciproci erano già di per sé una novità assoluta nei rapporti tra Israele e i palestinesi, ma l’accordo conteneva anche un piano specifico per mettere in atto una soluzione definitiva alla “questione palestinese”. Israele prometteva di ritirarsi da Gaza e dall’area di Gerico, nella Cisgiordania. Prometteva anche che nei cinque anni successivi si sarebbe ritirata da altri territori occupati militarmente. Secondo gli accordi in questi territori si sarebbero insediati dei governi palestinesi eletti localmente, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Come scrissero molti commentatori, gli accordi prevedevano da parte dei palestinesi una serie di difficili concessioni immediate (il riconoscimento di Israele e la rinuncia alla violenza), mentre gli israeliani avrebbero dovuto fare le concessioni difficili più avanti (completare il ritiro delle truppe dal resto dei territori occupati). Quasi tutte le questioni più complicate, come lo   e il destino degli insediamenti dei coloni ebraici in Cisgiordania, non furono discusse durante i negoziati e vennero rimandate alle riunioni successive.

La Palestina dopo la morte di Arafat

La morte di Yasser Arafat, nel corso di questi quasi sedici anni dalla sua morte, ci ha suggerito vari piani di riflessione. In primo luogo, il leader-Arafat è stato senza ombra di dubbio una figura storica che, più nella sua veste politica che in quella militare, ha avuto talvolta il coraggio di intraprendere nuove strade. Ma, come nel caso degli accordi di Oslo, è stato anche un leader che quelle strade di pace non ha saputo o voluto percorrere fino in fondo, lasciando il lavoro incompiuto e consentendo che altre forze ed altre dinamiche, molto meno pacifiche, prendessero il sopravvento. In secondo luogo, la sua figura ha continuato a trasmettere il messaggio di proseguire la mobilitazione, sia in Palestina, ma anche nel mondo intero, per garantire l’affermazione e la soddisfazione dei diritti di un popolo che non si vuole privare completamente dell’identità e del futuro. Il punto da risolvere è quello di dare vita a un’entità sovrana, la cui organizzazione potrà variamente atteggiarsi, ma in cui siano comunque garantiti i diritti di tutti gli abitanti, siano essi arabi o ebrei, palestinesi o israeliani.  Se è vero che il peso delle frange fondamentaliste islamiche è cresciuto, che gli attentati suicidi non si sono interrotti e non è passata sera che i telepredicatori musulmani abbiano incitato all’odio contro Israele, è altrettanto vero che sta esistendo una componente tutt’altro che marginale di palestinesi che vuol farla finita con la violenza e crede nella possibilità di un cammino di pace e convivenza con Israele.

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