Scopriamo come una scoperta scientifica può mettere in discussione la nostra posizione nel “sistema-mondo”

Una nuova scoperta scientifica nell’ambito delle scienza biologiche potrebbe mettere in discussione la nostra percezione del sé. Quanto siamo diversi dagli animali? Come si forma l’autocoscienza? Scopriamolo insieme, con l’aiuto della filosofia.

Fonte: Andre Mouton su Unsplash

La psicologia lo afferma con certezza: bambini di circa un anno hanno consapevolezza della loro immagine riflessa in uno specchio. Con il famoso test dello specchio di Gallup, si sperimenta la coscienza del sé già nei primi anni di vita: ponendo un bambino, sul quale viso è stato segnato un pallino rosso (l’esperimento è anche noto come “red spot technique“) dinanzi ad uno specchio egli, se la sua coscienza è già sviluppata, sarà incuriosito dalla macchietta e cercherà di toglierla, riconoscendosi nell’immagine riflessa. Ma cosa intendiamo con “autocoscienza”? Cos’è la “percezione del sé”?

AUTOCOSCIENTI E AUTOCONSAPEVOLI

Un’interessante ricerca è comparsa sulle pagine della rivista accademica Plos Biology: lo studio riguarda il Labroides dimidiatus (noto comunemente come “pesce pulitore”) e la sua, ora scoperta, facoltà di riconoscersi in un riflesso. Seppur il risultato della ricerca era già noto agli studiosi dal 2018, ulteriori esperimenti comproverebbero la scoperta (fonte: Focus). Il test utilizzato per i pesci pulitori è, straordinariamente, lo stesso utilizzato sui “piccoli” di uomo. Tramite una macchietta, che riproduce la presenza di un fantomatico parassita sulla pelle del pesce, è stato possibile studiare la risposta degli animali posti davanti ad uno specchio.

Il risultato, sconcertante, permette una lunga serie di discussioni, prime fra tutte quella della facoltà dell’autoconsapevolezza e quella della differenza fra uomini ed animali. Prima di introdurre la questione, è importante riconoscere la sottile differenza fra autoconsapevolezza e autocoscienza, importante per una giusta comprensione della discussione. Autoconsapevolezza è quella che provano i pesci in questo nuovo esperimento, è la capacità di riconoscere la propria esistenza, il proprio vivere nel tempo e nello spazio. L’autocoscienza o, per render contenti Hegel “selbstbewusstsein“, è l’attività psichica grazie alla quale la mente riconosce la propria come un’identità unica e diversa dall’altro.

Fonte: Sir Manuel su Unsplash

NOSCE TE IPSUM

Nosce te ipsum” direbbero i latini (e Socrate). “Conosci te stesso”, la sua traduzione in italiano.  Nonostante il termine abbia ottenuto la sua fama grazie alla Fenomenologia dello spirito di Hegel, lo studio filosofico dell’autocoscienza è già noto ad Aristotele e Platone, che ne trattano nelle loro opere sotto il nome di “intelletto“. Figli della scuola socratica, il quale motto era quella – sopracitato – della ricerca del sé, condividono la visione per la quale la psyché (ψυχή) si identifica nell’essenza dell’essere vivente. Platone ricorre alla teoria delle Idee ed alla reminescenza per spiegare il fenomeno. La filosofia platonica, infatti, vede l’atto autocosciente come un momento di ricordo dell’idea innata del sé, che risiede dormiente nella psyché dell’uomo.

Quante volte avrete sentito parlare di “rivoluzione cartesiana”? Spero per voi poche; in caso contrario, saprete bene come il paradigma Essere (anche “Sé”, ai fini della discussione) e Coscienza viene ribaltato. Così, “cogito ergo sum“: “penso dunque sono”, che potrebbe essere anche tradotto “so di esistere perchè posso pensare”. Da qui, il metodo cartesiano della conoscenza si sviluppa proprio a partire da questa autocoscienza, che diventa punto di partenza ontologico.

AUTOCONSAPEVOLEZZA ANIMALE ED ANTISPECISMO

La seconda questione riguarda la visione dell’uomo nell’ecosistema Terra. Come già ampiamente elaborato (qui e qui), è condannabile la posizione che vede la Natura come dominio dell’umanità. Per riassumere quanto detto negli articoli segnalati, l’uomo, soprattutto l’humanus occidentale, ha coltivato una visione del mondo naturale che mira a soggiogare l’ambiente al suo volere ed ai suoi bisogni. Le risorse naturali, fonte di approvvigionamento dell’uomo, diventano, in questo sistema, le uniche entità della Natura degne di cura ed organizzazione da parte dell’uomo “oppressore”. Questo paradigma, profondamente criticato da autori come Arne Naess o Peter Singer.

Il pensiero del secondo può risultare particolarmente interessante per quanto riguarda la questione degli animali autocoscienti. La giustificazione dell’uomo per le sofferenze inflitte sugli animali è quella di un fantomatico “primato dell’intelletto” e di una capacità di adattamento inedita nel mondo animale. Esempi come quelli riportati da questa ricerca, permettono di rivedere questa posizione di sovranità dell’homo sapiens sul mondo naturale, decretando che, inaspettatamente, non siamo e mai saremo gli unici animali autocoscienti.

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