La forza delle parole può sovrastare la crudeltà della guerra. Moltissimi sono gli scrittori-intellettuali che stanno facendo di questa, la propria arma.

Il conflitto russo-ucraino tutt’ora in corso, sta avendo una risonanza sociale inaspettata. Dal mondo dello sport a quello della letteratura, le manifestazioni pacifiche combattono le ingiustizie della guerra attraverso la “parola”.
La petizione degli scrittori per l’Ucraina
La notizia di una petizione firmata dai nomi più eminenti del panorama letterario mondiale è di martedì sera, dalla testata ANSA. Tra le personalità più in vista si legge Margaret Atwood (Canada), autrice del “Racconto dell’Ancella”, i premi Nobel per la letteratura Orhan Pamuk (Turchia) e Svetlana Alexievitch (Bielorussia), oltre alla giornalista Maria Ressa (Filippine), vincitrice del Nobel per la pace. Il sentito sostegno al popolo ucraino ha smosso buona parte del mondo in molteplici ambiti, dallo sport alla letteratura. Forte la condanna nei confronti dell’attacco bellico, con uso di espressioni dirette nei confronti del presidente della Federazione Russa:
“La guerra di Putin è un attacco alla democrazia e alla libertà non solo in Ucraina, ma in tutto il mondo. Restiamo uniti nel chiedere la pace e la fine della propaganda che alimenta la violenza. Non ci può essere un’Europa libera e sicura senza un’Ucraina libera e indipendente. La pace deve prevalere.”
Spicca per coraggio e determinazione la scrittrice russa Ljudmila Ulickaya che, rammaricata e profondamente colpita dalla falsa propaganda contro il popolo innocente della Russia, parla di Putin come di un uomo folle, il quale ha gettato su tutti noi dolore, paura e vergogna.

L’origine dell’intellettuale moderno
Ma quando nasce la figura dell’intellettuale moderno, quello attento alla società e non estraneo alla politica? A provare a dare una risposta è il filosofo francese Bernard-Henri Lévy nel testo “Éloge des intellectuels” uscito nel 1987. Se per secoli l’intellettuale tradizionale esulava da temi politici e sociali, nato e cresciuto in seno all’ambiente religioso, questo cambia con la presenza di alcune condizioni.
Condizioni ritenute “necessarie” da Levy, ingredienti senza i quali il risultato finale non sarebbe potuto essere possibile. Ebbene, tale ricetta prevede la presenza della “Giustizia” per la verità, che da sola basta a giustificare l’ esistenza stessa dell’intellettuale, la potenza della “Ragione”, capace di fermare ogni tipo di male nel mondo, oltre ai “Valori” che devono andare oltre il freddo e distaccato dibattito pubblico, quanto piuttosto elevati alla dignità dell’assoluto.
“Ci sono sempre stati artisti. Ci sono sempre stati scrittori. Ma non ci sono mai stati – ed è tutta la differenza – artisti o scrittori che uscissero dalla loro disciplina per trovare, senza l’ombra di un mandato e forti di un’autorità acquisita altrove, utile e naturale andare a mescolare la loro voce ai grandi dibattiti della città. Questa comparsa quindi è recente. Risale, nel migliore dei casi, all’affaire Calas, nel peggiore all’affaire Dreyfus.” (Lévy 1987: 29).

La responsabilità sociale dell’intellettuale
Due i casi nominati dall’autore, entrambi accaduti in Francia nel giro di circa un secolo e mezzo tra gli anni 60’ del 700 e la fine dell’800. Distanti temporalmente ma vicini per l’obiettivo prefissato dai due intellettuali – rispettivamente Voltaire e Zola – ovvero la ricerca della “Giustizia” attraverso la “Ragione” mettendo nero su bianco i propri “Valori”.
Voltaire dimostrò l’infondatezza della decisione dell’inquisizione di condannare alla pena capitale Calas, cittadino protestante di Tolosa, accusato di omocidio nei confronti del suo stesso figlio, il quale avrebbe voluto convertirsi. La rinnovata innocenza dell’uomo, sebbene arrivata troppo tardi, aprì la strada per la stesura del famoso “Trattato sulla Tolleranza” del 1763. Zola invece si impegnò attivamente per annullare la condanna d’alto tradimento del capitano ebreo Alfred Dreyfus, accusato di aver passato informazioni militari alla Germania. Forte della sua spiccata penna dal retrogusto dolceamaro, non ebbe paura di pubblicare il suo personale “J’accuse…” facendo i nomi di chi fosse implicato nel complotto.
Vedendo questi due casi, non si può non fare un paragone con ciò che si legge oggi sul conflitto tra Russia ed Ucraina. La responsabilità dell’intellettuale moderno prescinde dalla sua stessa posizione. La libertà di pensiero e di espressione, oltre ad essere in genere, l’intellettuale, una figura di spicco nel panorama pubblico, devono rappresentare la propria arma per combattere situazioni del genere. Se e come la “petizione dei 1000” potrà servire a dare una svolta agli eventi di questi giorni, non ci è ancora dato saperlo. Resta fermo il fatto che, a volte, la forza delle parole, sincere e intellettualmente oneste, vince sull’insensatezza e crudeltà della guerra.
“Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità, che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia ardente protesta non è che il grido della mia anima.” (E.Zola, J’accuse…)
