Dalla battaglia di Zorndorf all’assedio di Stalingrado: “gli schiavi son nati a far concime”

Nella “Vita” Alfieri ci parla dei suoi viaggi in Russia e del passaggio per Zorndorf. La sua riflessione sulla guerra tra la Prussia (attuale Germania) e Russia sintetizza bene i secoli futuri, sino alla battaglia tra i nazisti e i russi a Stalingrado… Riuscendo a dare un giudizio calzante anche per la situazione che ci ritroviamo oggi a vivere.

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Figura 1: bombardamenti a Kiev, Ucraina.

Un convoglio militare di 60 km si sta, negli ultimi giorni, muovendo verso Kiev. L’assedio russo alla capitale ucraina ha molte somiglianze con quello attuato dai nazisti a Stalingrado nel ’42, voluto da Hitler, sicuro di poter piegare l’esercito sovietico. La disperata resistenza russa, tuttavia, riuscì a respingere l’armata nazista: sarebbe un bel paradosso per Putin  se adesso Zelenskij e i cittadini di Kiev portassero avanti la stessa resistenza eroica che all’epoca fece vincere i russi. Del resto, già Alfieri nel 1790 denunciava la “schiavitù universale e totale del popolo” della Russia e della Prussia, soggiogato da tiranni assassini pronti a sacrificare i propri schiavi in cambio di rinnovato potere…

Zorndorf e “le fosse sepolcrali vastissime”

La battaglia si combattè nel 1758; tredici anni dopo il giovane Vittorio Alfieri si trova a giungere in Russia. Subito la aborrisce a causa della tirannia di Caterina II, salita al potere dopo la congiura ai danni del marito, e della schiavitù in cui versa la popolazione. Nonostante la sua origine nobile egli è fiero e difenderà la libertà individuale e del popolo italiano sino alla sua morte: un simile spettacolo lo porta quindi a rifiutarsi di proseguire sino a Mosca come all’epoca si usava per rendere omaggio alla regina. Torna così verso l’Europa, ritrovandosi a passare per il campo di battaglia che aveva visto Russia e Prussia affrontarsi in una sanguinosa e disperata campagna militare. L’evento era ancora vivo nella memoria dell’Occidente a causa delle ingenti perdite subite da ciascuna parte e la mancanza di una vera e propria vittoria che aveva reso vana una simile carneficina. Passando di lì il giovane non può far meno di riflettere sul fatto che il popolo di entrambi gli armamenti lì si era liberato delle proprie catene con la morte, “lasciandovi l’ossa”. Ma non solo: vicino alle vaste fosse sepolcrali che ancora contengono i cadaveri dei soldati, egli nota che l’erba è più rigogliosa. Il grano offre un pesaggio mozzafiato, bellissimo a vedersi, laddove poco più in là il terreno è arido e rado. Sono proprio i cadaveri dei soldati a far crescere così fiorentemente le spighe e i fiori: e così come poi sottointenderà pure De André ne “La guerra di Piero”, Alfieri si ritrova a fare una triste, “ma pur troppo certa riflessione”.

Gli schiavi son veramente nati a far concio.

Il popolo non è altro che un servo incatenato e l’unico modo che ha per liberarsi è morire; l’unico modo in cui può rendersi utile, agli occhi dei tiranni che li comandano, è divenire concime. Una riflessione che oggi risulta sin troppo, dolorsamente vera: i soldati russi sono mandati in Ucraina convinti di doverla pacificare, di essere ambasciatori di pace. Si ritrovano invece a dover uccidere civili disarmati, a dover bombardare ospedali… Nessuna perdita umana o protesta popolare sembra tangere Putin, capace di intendere solo la morte e l’incarcerazione.

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Figura 2: Frédéric le Grand à la bataille de Zorndorf, Carl Röchling, 1904.

La guerra dei ratti

Anche Hitler e Stalin, del resto, non intendevano altro che questo: purghe e guerra, cadaveri e morte. Quando infatti fu chiaro alle truppe naziste che l’assedio non stava funzionando a causa dell’accerchiamento sempre più stringente dei sovietici e che i soldati morivano di freddo e di fame, Hitler ordinò di rimanere lì a morire. Non gli importava nulla dei civili arruolati, delle perdite tedesche, del carbone esauritosi e del cannibalismo che cominciava a dilagare tra le truppe a causa della penuria di provviste. Di 200.000 soldati solo 5.000 fecero ritorno a casa: gli altri furono abbandonati nelle fogne di Stalingrado o morirono di stenti. Si cominciò a combattere allora nei sotterranei della città, nascosti nei vicoli e nelle cantine; per questo motivo la guerra cominciò ad essere chiamata dai nazisti la rattenkrieg. I russi uscivano solo di notte e piombavano alle spalle delle squadre naziste, subito dopo si ritiravano tra le macerie. Stalin diede l’ordine di non evacuare i civili: solamente in questo modo le armate sarebbero state motivate a combattere e si sarebbe creato impedimento ai tedeschi. Ovviamente furono proprio questi a morire per la maggiorparte… E ancora una volta i soldati  si ritrovarono a fare da concime, questa volta nelle fogne, che venivano sigillate, allagate o fatte saltare con i nazisti all’interno. L’assedio durò solamente un anno: nel marzo del ’43 era già tutto finito.

Figura 3: gruppo di prigionieri tedeschi nel febberaio del 1943.

L’assedio di Kiev

Oggi, ancora una volta, sono i civili a dover morire per decisioni di capi di stato sanguinari posti al potere con intrighi e assassini politici. Alfieri nel 1790 cominciava una lunga serie di riflessioni che ancora oggi vengono portate avanti, perché niente cambia, l’uomo non impara. Non c’è alcuna evoluzione che tende a farci divenire migliori, come asseriscono gli antropologi modernisti già dagli anni ’20 del secolo scorso. L’uomo dimentica, l’uomo non legge le memorie di chi ha vissuto la guerra prima di lui. L’uomo è egoista. Gino Strada diceva, in un modo non dissimile da quanto l’autore della “Vita” affermava, che la guerra è fatta dai potenti, dai ricchi, ma che a morire poi sono i soldati. Eppure, proprio come lui, sperava nella libertà. Anche l’Ucraina crede nella libertà, sta combattendo per ottenerla. Ugualmente, milioni di russi credono nella libertà: dai soldati che si rifiutano di proseguire, abbandonando la guida dei carri armati, ai seimila civili arrestati per essere scesi in piazza a protestare contro le decisioni del dittatore. Questa non è la guerra della Russia, è la guerra di Putin; così come prima la guerra non era della Germania ma di Hitler, non della Russia ma di Stalin. E forse, allora, la riflessione di Alfieri può essere corretta: forse c’è un modo per liberarsi dal giogo della schiavitù senza divenire concime dei campi per i propri tiranni. Si può alzare la testa, pensare liberi dalla propaganda e comprendere che il valore più grande lo abbiamo noi, i singoli, che possiamo decidere da quale parte schierarci e aiutare chi adesso sta implorando aiuto.

 

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