Il valore del tempo: una lezione dei poeti classici rivisitata ne “L’attimo fuggente”

“L’attimo fuggente” e i poeti della letteratura greca e latina ci insegnano a godere della vita giorno per giorno.

La caducità della vita e il tempo che passa inesorabilmente sono stati temi chiave della poetica di alcuni autori del mondo classico come Mimnermo, Seneca e Orazio; riscopriamo questa importante lezione di vita attraverso “L’attimo fuggente”, film simbolo del “Carpe diem” oraziano.

“L’ATTIMO FUGGENTE”

“L’Attimo Fuggente” è un film del regista Peter Weir uscito nel 1989 che ha come protagonista l’attore Robin Williams nei panni del professore John Keating. Figura centrale nel film, John Keating è un professore anticonvenzionale che utilizza metodi altrettanto anticonvenzionali di insegnamento; nelle sue lezioni esorta i ragazzi a capire quale sia la loro strada e a seguirla senza alcun ripensamento. Cerca inoltre di insegnare loro la vera essenza della poesia; egli infatti crede che la poesia non sia qualcosa da studiare e analizzare mnemonicamente, bensì crede che sia qualcosa in grado di suscitare i più profondi sentimenti e che sia proprio essa che, insieme alla bellezza, al romanticismo e all’amore, ci tenga in vita. I metodi anticonvenzionali di insegnamento del professore Keating finiranno per infastidire il preside, al contrario i suoi alunni ne saranno così entusiasti tanto da riportare in vita un vecchio gruppo di poesia, “La setta dei poeti estinti”, di cui il professore stesso a suo tempo ne era stato fondatore. Tuttavia quando Neil, un alunno del professor Keating, si suicida dopo essersi ribellato al padre che aveva programmato per il suo futuro una carriera diversa da quella che in realtà il ragazzo avrebbe voluto seguire, il professor Keating viene accusato di aver indotto il ragazzo a disobbedire al padre, motivo che lo avrebbe portato al suicidio, e dunque viene trasferito e la cattedra di lettere viene temporaneamente affidata al preside.

“CARPE DIEM”

Nonostante il finale non sia un lieto fine gli alunni non dimenticheranno il loro caro professor Keating e soprattutto i suoi insegnamenti. La scena simbolo del film è proprio quella in cui il professore sale sulla cattedra e comincia il suo monologo che si conclude con i versi simbolo della poetica oraziana per incitare i suoi alunni a godere della vita giorno per giorno cogliendo l’attimo fuggente.

“Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento”. Perché il poeta usa questi versi? […] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Adesso avvicinatevi tutti, e guardate questi visi del passato: li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli… pieni di ormoni come voi… e invincibili, come vi sentite voi… Il mondo è la loro ostrica, pensano di esser destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza: proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi ora sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi! Ascoltate! Sentite? “Carpe”, “Carpe diem”, “Cogliete l’attimo, ragazzi”, “Rendete straordinaria la vostra vita!”

Il professor keating utilizza le famose parole del poeta latino Orazio, che diventeranno il simbolo della sua poetica, usate nel componimento chiamato “Leucònoe, non credere nel futuro!” in cui il poeta dice che non si deve cercare di conoscere il futuro, o interrogare gli oroscopi perché è meglio cogliere le gioie dell’oggi senza fidarsi troppo del domani. L’espressione nel tempo è diventata così tanto nota da essere usata come massima di vita mentre il suo significato ha trovato spazio nei componimenti e nelle opere di tantissimi poeti del mondo classico. Per esempio Catullo, nel celebre “Un appassionato discorso amoroso” dedicato alla sua Lesbia, esorta la donna a non sprecare le gioie della vita perché “I giorni possono tramontare e ritornare ma quando sarà calata la breve luce del giorno noi dormiremo una notte eterna” con un chiaro riferimento sia al topos oraziano sia alla fugacità della vita dell’uomo.  Precursore della massima Oraziana è senza ombra di dubbio il poeta greco Mimnermo; egli paragona la giovinezza alla primavera e l’uomo alle foglie che, pur crescendo forti, rapidamente cadono alludendo dunque al triste destino dell’uomo che è condannato a vivere una breve giovinezza dopo la quale sarà la vecchiaia con tutti i suoi mali ad attenderlo.

SENECA

Seneca nel suo “De Breviate vitae” scrive una critica nei confronti dell’uomo che spreca il suo tempo in una serie di attività futili; dirà infatti che “exigua pars vitae vivamus”, cioè che noi viviamo in realtà solo un’esigua parte della vita perché sprechiamo il nostro tempo in attività del tutto inutili che non ci permettono di raggiungere quello che secondo Seneca è il compito dell’uomo, cioè il raggiungimento della virtus.  Secondo l’autore latino il tempo è una realtà che viene rapportata all’esperienza soggettiva, la sua percezione dipende quindi dall’animo con il quale si vive un determinato momento ed è proprio per questo che l’uomo deve imparare a vivere senza limitarsi ad esistere. Secondo questa prospettiva l’animo umano vivrebbe un tempo atemporale e sta proprio in esso, cioè nell’animo umano, l’unica misura del tempo possibile. Ancora in un’altra delle sue opere, le “Epistulae morales ad Lucilium” dirà che non è importante quanto si vive, bensì quanto intensamente si vive:

“Non ut diu vivamus curandum est sed satis”

Orazio e Seneca affrontano l’argomento con parecchie analogie e poche differenze; il primo infatti ci insegna a cogliere l’attimo non riponendo fiducia nel domani, il secondo ci induce a vivere intensamente ogni attimo come se fosse l’ultimo e che è meglio non conoscere il domani perché potrebbe essere più amaro del presente. Anche uno dei padri della chiesa, Sant’Agostino, soffermandosi sull’argomento ha chiamato il tempo “distensio animi”, cioè “distensione dell’animo” invitandoci a riflettere sul fatto che il tempo non va misurato in cose, in eventi, bensì nei sentimenti che rimangono nella nostra anima. Lo stesso Sant’Agostino ci esorta, come Orazio e Seneca, a vivere il presente perché del passato ci rimangono solamente i ricordi mentre il futuro non ci appartiene.

 

 

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