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Scopriamo come si traduce “uomo” in latino e cos’era l’ “humanitas” per i Romani

Scopriamo come si traduce “uomo” in latino e cos’era l’ “humanitas” per i Romani

Come si dice “uomo” in latino? Ogni parola ha una specifica etimologia e una storia particolare alle spalle, scopriamo cosa nasconde l’uomo dell’antica Roma.

File:Particolare del pavimento a mosaico con iscrizione in lingua latina.jpg - Wikimedia Commons

In latino, la parola “uomo” si traduce in maniera differente, a seconda se si vuole indicare l’essere umano, il maschio, lo sposo, l’essere virile o l’uomo coraggioso. Vediamo insieme i principali modi con cui gli antichi Romani indicavano l’uomo.

1.Homo

Il vocabolo più utilizzato per indicare l’uomo è, appunto, l’antenato diretto del termine italiano, cioè “homo, -inis” da cui il nostro “uomo”. Il lemma appare strettamente legato alla semantica della terra, deriverebbe -infatti- da “humus”, ossia terra umida e quindi fertile.

La parola “homo” andrebbe tradotta con “essere umano, membro della specie umana”, più che con “uomo”. Indica l’essere umano in generale e comprende, in questo senso, anche la donna; ancora indica l’essere umano, contrapposto agli dei e alle divinità.

Latino Pietra Tombstone Pietre Di - Foto gratis su Pixabay

2.Vir

Tale termine indica l’uomo in quanto valoroso e forte, portatore dei princìpi antichi e fervido seguace del “mos maiorum” (=lett. “usanza degli antenati”, cioè l’insieme di tradizioni e dettami che rappresenta la base morale della civiltà romana). “Vir” è la derivazione latina del greco “heros” cioè eroe; infatti, in latino la parola “vir” sta a indicare l’uomo vero, importante, l’eroe, il personaggio illustre e virtuoso. “Vir” assume, dunque, una valenza completamente differente da quella dell’homo.

Diverse sono le espressioni che sottolineano questa accezione vir-ile di vir: ad esempio “bonus vir”, cioè galantuomo e “clarus vir”, uomo illustre. Poi anche l’aggettivo virilis, -e (che ha dato in italiano “virile”), contiene -per l’appunto- la radice “vir-“.

Inoltre, “vir” va inteso come: contrario di “mulier”, quindi maschio.

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3. Altri modi per tradurre “uomo”

In quanto individuo, oltre homo, si utilizzano anche “caput, -itis” (=lett. testa), “corpus,-oris” (=lett. corpo) e -raramente- “persona, -ae” oppure l’espressione “singuli homines“.

Se, invece, si vuole indicare il marito, oltre vir, si è soliti usare “maritus” oppure “sponsus”, fidanzato o promesso sposo.

Per indicare l’adulto, opposto al puer, si utilizza “adultus“.

Per indicare l’intera umanità, il genere umano, si usa “humanum genus“.

Per, invece, tradurre l’aggettivo “umano”, quindi per indicare qualcosa che ha a che fare con l’uomo, si utilizza “humanus“, dell’uomo, relativo all’uomo, ma anche degno di un uomo buono e generoso.

Da qui, potremo far riferimento al celebre concetto terenziano dell’humanitas: l’essere comprensivi verso gli altri, benevoli ed empatici; si tratta di un senso di civiltà, di un sentimento istintivo di solidarietà verso gli altri uomini, l’idea di essere uomo tra gli uomini.

Essere “homo” è anche questo: “homo sum: humani nihil a me alienum puto” = sono un uomo, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me; nulla di ciò che riguarda l’uomo mi è estraneo. Tale espressione sintetizza il vero significato dell’essere uomini e venne ideata da Terenzio nella commedia “Il punitore di se stesso” (=Heautontimorùmenos).

In più, “miles, -itis” traduce il soldato, l’uomo di truppa; “satellites” indica le guardie di un tiranno; i “famuli, -orum” sono i servi e “operae, -arum” gli operai.

 

A parte gli ultimi esempi che denotano una sfumatura più specifica dell’uomo, in base -anche- al ruolo sociale che egli ricopre, possiamo dire che, in generale, la parola uomo in latino si traduce in due modi e c’è differenza tra l’utilizzare “homo” oppure “vir”: homo è l’individuo con il suo bagaglio di debolezze, mentre vir incarna qualità pubbliche e assume valore esemplare.

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