Il Codice Rosso…

Nuove polemiche nelle retrovie del governo giallo-verde. Nomen omen, visto che ormai gli scontri fra Lega e Cinque Stelle assumono sempre più le connotazioni di una lotta senza quartiere fra tifoserie. “Sono mesi che facciamo come cane e gatto” diceva l’Andreotti interpretato da Toni Servillo ne Il Divo (2008) per la regia di Paolo Sorrentino. Dopo numerosi botta e risposta piuttosto infuocati, dettati ora da differenze ideologiche, ora da più determinanti calcoli propagandistici in vista delle Europee 2019, e riguardanti argomenti come la TAV, il 25 Aprile o l’intervento in Venezuela, ci si sarebbe potuti aspettare persino un nuovo braccio di ferro fra Copernico e Tolomeo, fra modello astronomico eliocentrico e geocentrico. Una battuta questa che ha poco il sapore dello scherzo, viste le recenti dichiarazioni di Beppe Grillo sulla sua intenzione di partecipare al prossimo Convegno Internazionale dei Terrapiattisti. Una figura, quella del comico genovese, dalla quale il Movimento sta cercando di emanciparsi, ma che continua a determinarne l’identità; perché volendo parafrasare le parole di Martin Schulz – ex Presidente del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) e del Parlamento Europeo – che scatenarono in Silvio Berlusconi quella famosa gaffe del 2003 sui kapò dei campi di sterminio: “I grillini non saranno responsabili del quoziente d’intelligenza del loro comico, però sono responsabili di quel che dice”. Fuor d’ironia, l’ennesimo battibecco ha riguardato in questi ultimi giorni un argomento già accantonato in sede di aula parlamentare almeno un mese fa, con il quale la Lega torna alla carica quasi fosse una vendetta di ritorno fra ex coniugi, decisi a distruggersi a vicenda a suon di colpi di revenge porn. Un tema che poco sembra aver a che fare con i recenti scontri, e che invece si rivela quanto mai correlato, riportandoci a quel Codice Rosso oggetto di dibattimenti e votazioni parlamentari nell’ultimo mese. Con esso s’intende quel pacchetto di leggi che andrebbero a modificare il panorama giuridico italiano in fatto di violenza domestica e di genere, introducendo importanti novità come il reato di revenge porn – uso di immagini intime sui social per vendetta contro l’ex – e ‘sfregio del volto’, sulle quali la Camera si è dimostrata compattamente favorevole a prescindere dal colore politico, con la prima proposta approvata all’unanimità e la seconda osteggiata da due soli voti contrari. Un vero e proprio successo.

Gli applausi alla Camera dopo l’approvazione del Codice Rosso. (repubblica.it)

… e la castrazione chimica

Ma c’è un punto sul quale Lega e Fratelli d’Italia si sono trovati in minoranza, bloccati dall’opposizione di Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Forza Italia. Un progetto di legge sulla castrazione chimica che a quanto pare è un cavallo di battaglia storico della Lega, pallino di sempre di Roberto Calderoli. Per chi non ne fosse a conoscenza, il trattamento prevede l’assunzione, da parte di coloro che si siano resi colpevoli di reati come lo stupro o la pedofilia, di una serie di farmaci che ne riducano la libido in modo però non irreversibile. Già in uso in alcuni Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, in Italia verrebbe introdotta a uso volontario in alternativa alla reclusione carceraria solo per quei reati minori soggetti alla condizionale – dunque non per quelli cui si assocerebbe naturalmente la castrazione, come appunto lo stupro vero e proprio, per il quale non è prevista condizionale. Un disegno di legge cui Matteo Salvini aveva dovuto rinunciare invocando l’ormai pressante necessità di mantenere la stabilità del governo di coalizione, ricevendo gli sberleffi di Fratelli d’Italia: “La Lega si è fatta castrare dai diktat dei 5 Stelle”. Ma dopo il caso dello stupro di una ragazza di Viterbo compiuto nella notte del 12 Aprile da parte di due esponenti di Casapound, un militante e persino un consigliere comunale, Salvini è tornato alla carica, incontrando le stesse opposizioni di un mese fa, cui se ne sono aggiunte di nuove. In qualità di medico e Ministro della Salute, la pentastellata Giulia Grillo sostiene a ragione che lo stupro sia molto più dettato dal desiderio di usare violenza che da quello sessuale, che potrebbe benissimo essere soddisfatto per altre vie: “Il problema non è solo la libido, ma la violenza efferata e gratuita di questi balordi su una donna”. Un problema molto più mentale che fisico, la cui soluzione non può quindi ridursi a una cura medica che atrofizzerebbe la sessualità lasciando inviolata la malvagità intrinseca. L’unica via resta quella della riabilitazione carceraria e della certezza della pena cui tanto fanno riferimento i Cinque Stelle e Luigi di Maio in particolare, che parla, nel migliore dei casi, di un disegno di legge puramente propagandistico che prende in giro le donne – perché applicabile solo in casi di reati minori come il palpeggiamento, non risolvendo affatto il problema – e nel peggiore di un salvacondotto che permetterebbe ai criminali di sfangare la prigione.

I due protagonisti dello scontro: Matteo Salvini (sulla destra) e Luigi Di Maio (sulla sinistra). (repubblica.it)

Dei delitti e delle pene

Argomento tecnico, quello della certezza delle pene, che non può non far pensare al giurista Cesare Beccaria, padre della teoria del diritto penale, come in Italia così anche all’estero, grazie a quel capolavoro che è Dei delitti e delle pene, risalente al 1764, tutto improntato su quel calcolo dell’utile che dimostra tanta infallibilità per il fatto di non avere colore politico e ideologico. Di fronte all’utilitarismo, che pure si costituisce come fronte ideologico a sé stante, non v’è obiezione morale che regga, ma solo il conteggio di ciò che può risultare benefico o meno alla comunità. E che viene forse riassunto in una formula di Beccaria che riassume perfettamente il concetto di certezza della pena di cui parlano i Cinque Stelle e che non a caso è stata assurta, per la sua significatività, a portabandiera del pensiero beccariano: “Uno dei più grandi freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse”. Così, di fronte alla scelta fra un trattamento dai risvolti inumani e spesso drammatici – come dimostra il caso famoso del matematico Alan Turing, decifratore di Enigma ed eroe della Seconda Guerra Mondiale, morto suicida nel 1954 a causa della depressione scatenatagli dalla condanna alla castrazione chimica per omosessualità – che si sostituirebbe a una più educativa riabilitazione in carcere, appare ovvio quale delle due opzione Beccaria avrebbe scelto. Anche alla luce di quell’altra grande formula che afferma: “Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa” (Della pena di morte). Di fronte cioè al salvacondotto della castrazione, i futuri rei di stupro si sentirebbero quindi molto più incoraggiati che intimoriti, perché sicuri di non dover subire neanche un giorno di reclusione.

Un ritratto del giurista Cesare Beccaria. (en.wikipedia.org)

Inoltre, di fronte a un sistema giuridico che non tenga conto di una retta proporzione fra pene e delitti, come si trasformerebbe il nostro se si creasse una via d’uscita dal carcere ai molestatori, ci si trova di fronte al problema, osserva Beccaria, che “dalla inesatta distribuzione di queste [pene] ne nascerà quella tanto meno osservata contraddizione [..] che le pene puniscano i delitti che hanno fatto nascere. [..] Perché se una pena è destinata a due delitti che disugualmente offendono la società, gli uomini non troveranno un più forte ostacolo per compiere il maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio” (Proporzione fra i delitti e le pene). Se, in altre parole, il reo si trovasse di fronte a una condizione per la quale un delitto meno grave della molestia venisse punito, a differenza di questa, con la reclusione, non esiterebbe a compiere il peggiore di essi poiché otterrebbe un maggior guadagno a fronte di una pena minore. E a chi considererà invece la castrazione come una pena disumana ben peggiore della reclusione, Beccaria risponde abilmente che “la certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito con la speranza dell’impunità” (Dolcezza delle pene). E che, cosa più importante, essendo gli uomini “come i fluidi, [che] si mettono sempre a livello con gli oggetti che li circondano”, una legislazione crudele non farebbe altro che fornire alla popolazione l’ennesimo cattivo esempio di crudeltà, spingendola a imitarlo. Così, di fronte a una legge che andasse a inficiare la sfera della sessualità della persona, che differenza ci sarebbe fra questa e il reato che si propone di punire, esso stesso frutto di una violazione della privata sessualità?

Carlo Giuliano

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