“Piccola fibrocartilagine sesamoide, talora presente dietro il condilo laterale del femore”: la chirurgica (letteralmente) precisione dell’enciclopedia mal si accorda con la scelta lessicale: nell’etimo della parola fabella ritroviamo il vezzeggiativo di fava o, figurativamente, granello, perlina. Questa innocua cartilagine ossea può essere presente nel tendine del ginocchio, nella regione flessoria posteriore esterna. Può: la fabella, infatti, è una dei tanti relitti evolutivi presenti nel nostro corpo e, almeno fino alla fine dell’800, stava scomparendo. Una recente ricerca interna all’Imperial College di Londra ne ha invece sottolineato la progressiva ricomparsa con la prepotenza grandi numeri (39 casi su 100 ne attestano la presenza, al declinare del XIX secolo erano poco più che 10).

Peraltro, la funzione è ancora dubbia: dovrebbe garantire stabilità ed efficacia al tendine, inserita in un sistema di legamenti che danno stabilità al nostro ginocchio. Dovrebbe ridurre la frizione tendinea, inoltre, contribuendo a distribuire meglio che forze a cui sono sottoposti i nostri muscoli. Mangiamo di più e mangiamo meglio: in media siamo più alti e più forti, con tibie più lunghe a sollecitare un maggiore sviluppo muscolare dei polpacci. E i polpacci hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile (nelle scimmie, per dire, funziona di fatto come una seconda rotula). Anche della piccola fava. Essa quindi risulta una struttura potenzialmente utile che alla sua comparsa non lo era affatto e che la selezione naturale stava per scartare del tutto, salvo poi ravvedersi. Per definire simili caratteri, che oggi forniscono più chance di sopravvivenza ma che la selezione naturale non ha esattamente plasmato per questo uso, il termine suggerito da Gould e Vrba è exadattamento, maldestra italianizzazione di exaptation, a sua volta ricalibratura del darwiniano aptation.

Quello che mancava alla teoria Darwiniana

È evidente come a renderci adatti all’ambiente circostante (ecco il vero fitness) contribuiscano due fattori: uno storico-processuale e uno pratico. Nella lunga corsa della storia, la selezione naturale ha operato per costruirci caratteristiche vincenti. Nell’immediato affaticarsi, invece, ci sono strutture particolarmente adatte alla pratica quotidiana, anch’esse vincenti, che possono però aver avuto una genesi funzionale diversa. Sono due motori che spingono verso la stessa direzione, ma non possono essere confusi, con il rischio di dimenticare l’aspetto del prodotto (attuale) a discapito del processo (storico). Un carattere è un adattamento solo è stato selezionato nel tempo per adempiere alla sua attuale funzione. Qui e ora migliora la capacità di sopravvivenza: il suo funzionamento è la sua funzione. Ci sono però anche altri caratteri, che hanno avuto un’evoluzione per altre funzioni (o per nessuna in particolare, come l’appendice) ma che sono stati ingaggiati a fare altro, più utile nell’immediato, in virtù della loro forma (magari pensata per altro). Da qui il termine. Un esempio lontano e classico: le piume e le penne degli uccelli. Nascono come strumento di termoregolazione ma sono diventate molto più utili per volare.

La nostra mano: l’esempio più vicino e più estremo

Nella sua evoluzione, l’uomo ha imparato a dialogare con quello che sta là fuori: con l’altro (uomo) e l’altro (mondo). In mezzo, rimane la corporeità e la sensibilità: i nostri sensi mediano e trasformano il rapporto con l’alterità e su quella tara calibriamo la relazione conoscitiva con il mondo. Il nostro stare al mondo è apertura comunicativa: facciamo esperienza di quello che non siamo noi tramite le strutture patico-comunicative del nostro corpo, dopo aver comunicato dapprima con noi stessi. Il nostro vero scarto evolutivo rispetto ai nonni scimmioni arriva proprio da questa struttura di apertura e comunicazione dell’esperienza dell’uomo (che ha meno del 2% di geni diversi rispetto ai progenitori animali). 

Il nostro sviluppo diversificato e ritardato (di natura relazionale) spiega come funziona l’exadattamento: se la mano non deve più servire a camminare, viene riassegnata alla funzione comunicativa e, allargando il cerchio, al segno gestuale, pittorico e visivo. Fino alla voce, alla parola e dunque al caro, vecchio logos, che era in principio. Lo sanno tutti. Se la parola è il metro dell’evoluzione, l’incarnazione prima e l’interiorizzazione poi del verbo diventa fattore decisivo.

In principio era il verbo e il verbo era dio

Grazie all’esattamento della mano, quindi, abbiamo fatto dialogare cinesteticamente i sensi esterni con quelli interni (mano e occhio, voce e orecchio) in una relazione comunicativa che ci spinge di diritto sul gradino più alto della scala evolutiva. 

Questa cooptazione ha un duplice, decisivo vantaggio. Ha garantito la socializzazione, fornendo un elemento centrale (il linguaggio e dunque la cultura) per cementare una famiglia, un clan, una società, una nazione. Ha altresì aiutato il dialogo con la propria interiorità, quel ripiegamento su se stessi che ci ha fatto guadagnare le cifre di ogni antropocentrismo, idealismo e trascendentalismo cognitivo, linguistico, religioso, filosofico, morale. Se proprio vogliamo trovare qualcosa di davvero miracoloso, è qui che dobbiamo trovarlo.

casualwanderer

Gli articoli sono consultabili agli indirizzi: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/joa.12994

https://www.imperial.ac.uk/news/190943/mystery-arthritis-linked-knee-bone-three-times/

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