Salvini ed i suoi nemici: La teoria dell’identità sociale di Tajfel alla base della comunicazione del ministro degli interni

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Matteo Salvini si scaglia spesso contro i suoi nemici, i quali vengono categorizzati sotto determinate accezioni (Radical chic e buonisti per dirne due). Chi gli si oppone fa parte di un macro-gruppo che viene fatto apparire come un tutto unitario senza differenze: L’outgruop. 

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Divide et impera

La strategia dell’attuale ministro degli interni, o più probabilmente di Luca Morisi che ne cura la comunicazione, è quella di tracciare una linea fra chi è un alleato e chi un oppositore, anche se spesso i bersagli vengono creati ex-novo per cavalcare un’onda mediatica capace di attirare consensi. È anche possibile che alcuni bersagli vengano messi da parte, come nel caso della discriminazione del partito della Lega Nord nei confronti dei meridionali il cui ipotetico attacco potrebbe essere visto come socialmente inaccettato e dunque contrario alla strategia che ha come unico obiettivo il bisogno di voti, e da qui i meridionali come possibili portatori di voti.  Ritornando ai bersagli per cavalcare l’onda mediatica del momento, sono ben noti gli attacchi del vice Premier Salvini a Fazio, Saviano, Gad Lerner ed altri ancora che vengono tutti inseriti in un’unica categoria opposta alla propria (Buonisti, radical chic, comunisti e così via).

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Ingroup ed Outgroup

In psicologia quando si vengono a creare (in questo caso sarebbe meglio dire quando vengono creati) delle categorizzazioni composte da due gruppi si parla di ingroup ed outgroup. Nella teoria dell’identità sociale di Tajfel spiega come il cervello umano per conoscere il mondo che lo circonda ha bisogno di categorizzare l’ambiente in cui vivono per renderlo controllabile e dotato di significato. Il cervello umano oltre a categorizzare gli oggetti che formano l’ambiente che lo circonda, categorizza anche l’ambiente sociale nel quale si ritrova e così facendo si auto-categorizza in determinate classi di individui (a seconda del colore della pelle, nazionalità, tifo calcistico o altri parametri) ed il gruppo di cui il sè fa parte viene chiamato ingroup, mentre il gruppo estraneo outgroup. Quando si appartiene ad un gruppo si ha la sensazione che i gruppi di cui non si fa è parte siano un tutto omogeneo, come ad esempio l’effetto paradossale di poter pensare che gli italiani (56 milioni) abbiano più differenze fra loro stessi rispetto alle differenze che possano avere fra di loro i cinesi (1 miliardi e 300 milioni). Questo effetto di distacco fra i due gruppi rende perciò facile bersaglio chiunque si trovi dall’altra parte rispetto al proprio gruppo d’appartenenza.

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Bisogno d’appartenenza

La spinta a creare determinati gruppi sociali viene spiegata attraverso studi di tipo evoluzionistico, ad esempio Brewer fa risalitare questa caratteristica come essenziale per la razza umana, i meccanismi che si sono sviluppati durante l’evoluzione hanno avuto la funzione di favorire emozioni positive associate ad emozioni positive per essere accettati all’interno di un determinato gruppo, così come emozioni negative se si viene rifiutati, il tutto risalendo al concetto di identità sociale. Quando una persona sente di appartenere ad un gruppo sociale (ad esempio quando si va all’esterno e si sente più forte l’appartenenza al gruppo sociale degli italiani) viene attivato il processo cognitivo di identificazione, successivamente subentrano gli aspetti affettivi, come ad esempio sentire l’orgoglio per l’appartenenza a quel determinato gruppo ed infine vi è lo stadio della valutazione di sè stessi come apprezzabile o meno rispetto all’essere membro di quel determinato gruppo.
Se in generale la valutazione del gruppo risulta essere positiva vi è il timore di perdere il proprio valore a causa dell’outgroup, questa potrebbe essere una motivazione per cui si viene a formare un determinato consenso attorno alla figura politica di Matteo Salvini, ovvero quando da un suo discorso che ha come oggetto lo slogan del partito “Prima gli italiani” si arriva a percepire il richiamo al senso d’appartenenza dell’ingroup, determinato degli italiani, contro la minaccia dell’outgroup, facilmente riconoscibile perchè formato da chiunque venga etichettato sui social come buonista che mette a repentaglio lo status, o in casi estremi l’esistenza, dell’ingroup italiano favorendo l’immigrazione.

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