Ragionare per immagini: le idee di Platone nella Lisbon Story di Wim Wenders

Arte, cinema e filosofia si intrecciano sin dai primi passi di questa invenzione che sicuramente ha contribuito a ridisegnare rotte di pensieri e percorsi di uomini. Si può fare filosofia del cinema? Si può costruire un pensiero che superi il prodotto? O ci dobbiamo accontentare di usare filosoficamente il prodotto filmico?

Lo sguardo dell’uomo arriva sempre a costruire senso, “sporcando” il dato empirico di antropria

Analizzato nei elementi costitutivi, il prodotto film appare l’esposizione visiva (verbale e sonora) di una trama scritta in cui la vicenda si srotola avvincendo i personaggi e restituendo un certo senso, attraverso l’uso (magistrale, sapiente, di mestiere, scarso…) dei segni a disposizione e degli strumenti tecnologici. Sempre in ambito tecnologico, il formato, il supporto e gli strumenti per la visione sono tali e tanti da rendere molto facile la visione, la vivisezione e l’analisi, permettendo più o meno a tutti un’analisi dettagliata del prodotto. In questo posto, si possono distillare ed evidenziare temi di macro aree filosofiche (morale, politica, economia, sociologia, psicologia, storia, estetica, religione) che possono condurre a nuove questioni concettuali.

“Ogni movimento di macchina è una questione di morale”

Questa prassi è sicuramente la più diffusa in questo scorcio di tempo occidentale, eppure pare un pensiero al ribasso. Nel film del 1994 di Wim Wenders, Lisbon Story, il protagonista è Philip che di professione fa il tecnico del suono che riceve un invito a Lisbona per ultimare il film che sta girando. Giusto in Portogallo non trova l’amico ma dopo qualche giorno ne trova il materiale filmico grezzo che lui inizia a ripensare, mentre viaggia per la città campionando suoni caratteristici. Incontra prima Teresa, e se ne innamora: lei è la reale cantante dei Madredeus che firmano tra l’altro la struggente ed esiziale colonna sonora. Quando incontra l’amico regista, lo trova impigliato in un’ossessione visiva che nasce da una riflessione cara alla poetica di Wenders, che risale direttamente da una delle massima più famose di Bazin, per cui “ogni movimento di macchina è una questione di morale”.  

Lo sguardo rimanda sempre a un altro punto di vista a un’altra mediazione

Benvenuti nell’epoca filmica del pensiero

L’occhio umano del regista e del fotografo tradisce e falsa la percezioni delle immagini, per questo il suo ultimo materiale girato è ripreso con la telecamera sulle spalle, puntata all’indietro per non vedere le immagini che rimarranno impresse. Benedetto Croce all’inizio del secolo scorso scoraggiava i neofiti della settima arte a vedervi un movimento riflessivo, legato alla percezione estetica. Non avrebbero alcuna connessione con la creatività umana e sarebbero unicamente frutto di ineliminabile naturalismo meccanico. Invece, è pensabile che l’avvento e la affinazione del cinema e di tutti i mezzi espressivi di quest’epoca siano stati una scossa nell’universo del pensiero occidentale, così raziomaniaco e così logocentrico. In questo modo trovano sponda tanto Nietzsche quanto Heidegger: il primo per il taglio estetico (almeno nella prima fase, quella del Mattino), il secondo per l’etichetta epoca dell’immagine del mondo, la dove il cinema segna l’epoca filmica del pensiero. 

Lo sguardo dello spettatore è uno degli elementi più significativi quando si ragiona sul cinema

La prima vera, filosofia era una teoria del tutto ante litteram

Stante la complessità del reale, vi è un nutrito gruppo di pensatori che ritengono ingenua la ricerca archeologica dei primi pensatori (una volta definiti presocratici) e altrettanto ingenua la loro pretesa di trovare un solo principio, archè, come elemento primo e primigenio, sorgente, sostentamento e foce del reale. La filosofia proseguono inizia con la prima teoria del tutto o della complessità più consapevole, quantomeno: decolla con il pensiero della Seconda Navigazione e con la teoria idealistica e protologica di Platone. La sua elaborata gnoseologia e teoria dell’immagine-idea (curioso il rimando semantico, al verbo greco orao, vedere) segna l’ingresso del pensiero occidentale. Duplicando di fatto il reale, esistono percepibili con l’intelletto concetti astratti che spiegano e ci permettono di capire la realtà sensibile (esiste il concetto di bene, giustizia, gatto e albero in sè, che troviamo nelle singole cose buone, giuste, nei gatti e negli alberi). Una realtà mimetica che ci porta ai sensi una copia della copia ideale: vedere alla seconda, terza potenza. Il cinema sui cui riflette Wenders è un cinema platonico, in ci si vuole quantomeno saltare un passaggio, catturando con meccanicismo puro e semplice il mondo senza l’ulteriore strato ermeneutico (e la complicazione) dello sguardo umano.

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