All’interno delle popolazioni, si è soliti considerare lo sviluppo morale, culturale ed in generale sociale come qualcosa di positivo, di auspicabile. Quando una società, infatti, è sviluppata sotto questi punti, allora viene detta completa. Nel panorama del pensiero filosofico moderno e contemporaneo non è però sempre così. Ne “La favola delle api“, Mandeville propone una visione alternativa di questo concetto di sviluppo. Successivamente analizzeremo anche la visione di Rousseau e Nietzsche.

“Vizi privati e pubbliche virtù”

Bernard Mandeville, filosofo olandese, è ricordato principalmente per la pubblicazione, nel 1705, di un libricino intitolato “La favola delle api, ovvero: vizi privati e pubbliche virtù“. Quest’opera racconta una società di api immortali ben organizzate. Mandeville ne descrive ogni aspetto, parlando dello sfruttamento a cui sono sotto posti gli operai, fin anche sottolineando la depravazione dei medici e dei preti, che nascondo “agli occhi del pubblico questi difetti“. I guardiani ed i ricchi si spalleggiano a vicenda, mentre coloro che fanno bene il loro lavoro, sono abbandonati a loro stessi perché non più utili. Ma in tutta questa società marcia, Mandeville scrive “..anche i più scellerati facevano qualcosa per il bene comune.“. Questo qualcosa è l’essere viziosi. Per Mandeville, infatti, la prosperità della società delle api è dovuta proprio ai vizi di cui ogni ceto era ricco. Questo è possibile “poiché il vizio produceva l’astuzia, e l’astuzia si prodigava nell’industria“. Ma in questo panorama, in cui l’orrore dei vizi genera la bellezza di una società ricca, un gruppo di api grida contro le politiche, gli eserciti ed i potenti. Iniziano a parlare di probità. E Giove le ascolta, liberando la società di cui tanto si lamentavano dal vizio e dalla frode.

La virtù e l’onestà regnavano nell’alveare. 

Le conseguenze dell’arrivo della morale nell’alveare furono disastrose: gli avvocati rimasero senza lavoro, le prigioni si svuotarono rendendo disoccupati i carcerieri e le guardie. I medici iniziarono a fare veramente il loro lavoro ed i preti si sottomisero al pontefice. Inoltre, con l’arrivo dell’onestà, i prezzi dei poderi crollarono e così i ricchi, i potenti abbandonarono le loro case, e l’architettura morì, senza più commissioni da eseguire. Per Mandeville, l’arrivo del lavoro onesto e della vera virtù all’interno dell’alveare ha portato ad una perdita dell’ambizione. Si delinea, quindi, la visione della società di Mandeville. Egli affermò che il primo dovere di ogni cittadino è quello di essere una persona per bene. Tuttavia “io credo semplicemente che sia impossibile che alcuna società si arricchisca […] senza i vizi degli uomini“.

La teoria della Mano Invisibile

Mandeville sembra anticipare di quasi 50 anni quella che sarà poi definita la “La teoria della Mano Invisibile” di Adam Smith. In economia, questa teoria, rappresentata dalla metafora della mano, afferma che la ricerca egoistica, possibile grazie al libero mercato, garantisce una distribuzione della ricchezza. In breve, secondo questa teoria, l’egoismo del singolo garantirebbe una ricchezza generale, generando pubbliche virtù da vizi privati.

Rousseau contro la cultura

Il pensiero filosofico di Rousseau è molto spesso ricordato per il “mito del buon selvaggio” e per il ritorno allo stato di natura tanto sognato dal filosofo ginevrino. Altrettanto spesso, però, il suo pensiero è stato frainteso. Vediamo in quale modo egli si pone rispetto allo sviluppo culturale.

La cultura ha peggiorato l’uomo

In generale, per Rousseau, lo stato di natura è da considerarsi come l’originaria società naturale dalla quale il buon selvaggio è poi entrato nella società civile. È, quindi, uno stato originario dell’uomo, nel quale egli era in completa armonia con i suoi propri sentimenti e passioni. Inoltre, lo “stato di natura” non è un determinato periodo storico, bensì un modello ideale, contrapposto alla società civile, di cui l’uomo fa esperienza oggi. Il ruolo negativo della cultura sta proprio nell’aver portato l’uomo da uno stato all’altro, interropendo quell’armonia con se stesso, alienandolo. Egli vedeva la causa dei mali sociali nelle lettere, arti e scienze, tutti prodotti della cultura. Non dobbiamo però dimenticare che Rousseau è un Illuminista convinto, certo del ruolo fondamentale che la ragione ha nella vita dell’uomo. Questa convinzione si traduce, infatti, in un ritorno cosciente allo stato di natura: si deve tornare in armonia, senza essere schiavi delle passioni, coscienti di cosa siamo grazie alla ragione. In qualche modo, i danni generati dallo sviluppo della cultura si sanano, o comunque alleviano, con l’introduzione della chiara ragione.

Nietzsche contro il socratismo

La cultura socratica, decadente e razionale, è per Nietzsche il male che persevera nella società. Se per Hegel, l’arrivo di Socrate nel panorama del pensiero occidentale è il momento in cui lo Spirito inizia a conoscersi in quanto tale, per Nietzsche è l’inizio della malattia sociale. Lontana dai valori eroici pre-socratici, la cultura diventa malata di razionalità. Nietzsche vede in Socrate l’untore: colui che ha corrotto la società semplicemente proponendo un diverso punto di vista, un’autoanalisi. La dialettica socratica è il morbo che ha contaminato la cultura, generata dal suo stesso sviluppo. Non solo. Lo stesso sviluppo culturale e sociale ha portato l’uomo alla formazione della natura umana. Per Nietzsche, infatti, questa non è altro che un’illusione, inesistente nella realtà.

Giuseppe Maria Pascoletti