Tra le più grandi e profonde domande a cui cerchiamo da sempre di rispondere, senza mai, tuttavia, giungere ad un riscontro pienamente esaustivo, analizziamo forse quella che più ci tormenta, perché apparentemente semplice ma tremendamente evanescente. Che cosa siamo? Cos’è l’essere umano? Domande queste che portano necessariamente ad interrogarsi sul senso più generalmente inteso della vita, del mondo, dell’universo e così via. Ma soffermiamoci per ora nell’ambito prettamente umano, antropologico, o meglio, antropologicamente filosofico, senza spingerci al confine con un corredo di risposte di ordine metafisico o religioso, che si riducono essenzialmente a vaporose supposizioni. Parliamo di Uomo nel suo rapporto con il mondo, analizziamone le differenze con l’animale e delineiamone le caratteristiche emerse dagli studi dei maggiori esponenti dell’antropologia filosofica, disciplina nata nei primi anni del secolo scorso.uomo

L’uomo come essere carente

A differenza degli animali, che “vengono al mondo con il loro mondo” (Anders), che nascono per vivere in quel frammento di mondo adatto al loro corredo istintuale e che risultano sempre adatti al loro ambiente, l’uomo nasce avendo a disposizione non una porzione di mondo ma il mondo per intero. Questa condizione rende l’essere umano costitutivamente disadattato, in ritardo, costretto ad adeguarsi ed adattarsi a situazioni sempre mutevoli. Come afferma giustamente il biologo e zoologo Jakob Johann von Uexküll, la particolarità dell’animale è la sua correlazione chiara e precisa con il suo ambiente, data dal suo vasto corredo istintuale. Per quanto riguarda l’essere umano, tale corredo istintuale è molto più limitato e non basta alla sua sopravvivenza, non in una porzione circoscritta, ad un ambiente, ma al mondo tutto (Scheler). Il mondo è il dominio dell’imprevedibile, il regno dell’imprevisto e l’uomo è per questo vulnerabile, fragile. Questa condizione non ha risoluzione ma può tuttavia essere controllata. L’uomo è un essere carente rispetto all’animale, in quanto manca di un corredo istintuale adatto alla sopravvivenza e costretto a produrre continuamente risposte nuove in reazione agli imprevisti.

uomo
Arnold Gehlen è stato un filosofo, antropologo e sociologo tedesco. ( (Lipsia, 29 gennaio 1904 – Amburgo, 30 gennaio 1976)

Gehlen e la doppia natura dell’uomo

Secondo Gehlen la definizione di “uomo carente” non può esaurire il significato di uomo tout court, è sì corretta ma parziale, in quanto se l’uomo fosse totalmente carente non potrebbe aver avuto una durata così lunga in quanto specie. Gehlen sostiene che la carenza sia riferita essenzialmente al rapporto con l’animale e alle differenze di corredo istintuale, ma che l’uomo debba necessariamente avere altre caratteristiche che gli garantiscano durevolezza, civiltà, storia. L’uomo, dice Gehlen è carente ed eccedente allo stesso tempo”, sembra contraddittorio direte voi, ma c’è da specificare, per evitare confusione, che la manchevolezza è ridotta al piano istintuale mentre l’eccedenza si riferisce a quello pulsionale. La facoltà, infatti, più decisiva allo sviluppo umano non è la ragione, come comunemente si crede, ma l’immaginazione, attraverso la quale si esprime la pulsionalità. L’uomo così definito assume una configurazione plastica, capace di adattarsi, adeguarsi, in modo da far fronte alla pluralità di imprevisti a cui è soggetto. E’ necessario rischiare, affrontare pericoli, per poter rispondere ad ogni minaccia con una soluzione che la limiti e la neutralizzi. Da qui l’idea di un uomo “naturalmente tecnico e artificiale” (Gehlen), per un esigenza insita di adattamento e sopravvivenza che permette di organizzare strutture, sovrastrutture e artifici di ogni genere che garantiscano un maggiore “tempo di vita”“L’essere umano può essere certo solo che non riuscirà mai a conoscere il suo futuro” dice il sociologo D.Lhuman, ed è questa incognita cosmica che lo mette in condizione di prevenire nel miglior modo possibile un avvenire imprevedibile.uomo

Victor Frankenstein: lo scienziato che non ha paura del rischio

Frankenstein o Il moderno Prometeo è un romanzo gotico, horror, fantasy scritto dall’autrice britannica Mary Shelley fra il 1816 e il 1817. Al di là della  trama, che conosciamo tutti, quello che ci interessa è delineare un profilo antropologico dei due personaggi principali seguendo la linea precedentemente avviata. In quest’ottica Victor Frankenstein potrebbe incarnare il prototipo dell’uomo tecnico, che crea artifici per far fronte a problemi e imprevisti, che sfida l’unica tremenda certezza della natura umana, la morte, dando vita ad una creatura, il Mostro di Frankenstein, dotata di forza sovraumana, capace di resistere al freddo intenso e di sopravvivere con un’alimentazione minima. Un tentativo, che, seguendo la trama, fallisce miseramente e con esiti catastrofici, per certi versi contrari all’intento iniziale da noi ipotizzato. L’uomo, come Prometeo, rimandando al sottotitolo dell’opera, modella la natura per far fronte agli imprevisti, ma non sempre i risultati riescono a soddisfare le pretese, e, certe volte possono ribaltare totalmente le previsioni, ma, come dice Gehlen, è fondamentale non smettere di rischiare.

Samuele Beconcini

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