Il Superuovo

Qual è la vera essenza dell’essere umano? Ne parlano Cartesio e “Lei”

Qual è la vera essenza dell’essere umano? Ne parlano Cartesio e “Lei”

Si può concepire l’essere umano privandolo del suo pensiero? Si può concepire l’essere umano, al contrario, privandolo della sua corporeità?

 

Cartesio per primo ha introdotto il problema ancora attualissimo del rapporto tra pensiero – o mente, anima a seconda della varie posizioni filo-teologiche -, res cogitans, e materialità, res extensa. Si può concepire l’essere umano come separato da una di esse?

Res cogitans

René Descartes, meglio conosciuto come Cartesio, è un notissimo filosofo del XVI secolo, ritenuto spesso come il primo interprete di problemi moderni quali soggettivismo e individualismo, rapporto uomo-mondo e matematizzazione della realtà.

Cartesio viene spesso associato al celebre motto “cogito ergo sum“, tradotto erroneamente in “penso quindi sono”. Questa frase sintetizza l’intero impianto metafisico cartesiano, che viene spesso denominato in filosofia come dualismo sostanziale.

L’autore nella sua opera principale, le Meditazioni metafisiche,  individua nel metodo del dubbio il procedimento adatto ad ricercare i principi alla base della metafisica.  Egli inizialmente dubita  inizialmente di quanto i sensi ci mostrano, poiché talvolta è innegabile che ci ingannino, come quando riteniamo, immergendo un bastone in acqua, che un’estremità si pieghi – e se i sensi ingannano una volta possono ingannare sempre; successivamente ipotizza di essere in un sogno, poiché le sensazioni che si provano in un sogno sono analoghe a quelle che viviamo nella vita reale, e dunque anche il mondo fisico potrebbe essere messo in dubbio in toto, sia per la possibilità dell’inganno nel percepirlo sia per la possibilità di vivere in un sogno; infine, con l’illustre esperimento mentale del genio maligno, dubita perfino della matematica, fino ad allora ritenuta oggettiva e sempre vera, sostenendo che potremmo essere la creazione di un Genio Maligno che si diverte ad ingannarci e a costruire una matematica che sia coerente ma errata.

Tutto questo procedimento porta Cartesio, però, a giungere alla celebre conclusione “cogito ergo sum”: giunti alla conclusione che i miei sensi mi ingannano, che il mondo esterno non esiste e che perfino la matematica è illusoria, infatti, Cartesio sostiene che affinché il Genio Maligno ci inganni c’è l’esistenza che vi sia un’entità che possa essere ingannata e dunque un’entità che possa dubitare, come or ora sta facendo Cartesio stesso. Siccome dubito, esisto. Il dubbio, però, non è altro che una particolare caratterizzazione del pensare, dunque si giunge alla necessità di un’entità che dubita, dunque che pensa: questa entità è la res cogitans – ed io, in quanto dubitante, sono infondo una res cogitans.

La res cogitans è il principio su cui Cartesio può ricostruire tutto l’impianto metafisico che aveva desitituito attraverso il dubbio metodico: a partire dall’esistenza di un Dio verace -ossia che non mi inganna- e dell’universalità della matematica, fino all’esistenza del mondo esterno, inteso, in contrapposizione alla res cogitans, al pensiero, come materia, dunque come res extensa.

Il senso di dualismo sostanzialistico è questo: per Cartesio esistono due tipi di sostanze: la res cogitans -il pensiero-, immateriale e aspaziale, e la res extensa, materiale e spaziale. Dunque l’essenza vera e propria dell’essere umano può essere intesa come res cogitans o come res extensa? La risposta del filosofo francese è che l’essenza dell’essere umano è solo nella res cogitans, in quanto non lo si può concepire al di fuori del suo pensiero, mentre lo si può concepire senza la materialità. Questo è il significato di “cogito ergo sum” infatti: non penso dunque sono, ma penso, cioè sono. 

 

 

Res cogitans in “Lei”

Lei (Her) è un film uscito nel 2013 -premio oscar per per la migliore sceneggiatura originale -, scritto e diretto da Spike Jonze, con protagonista Joaquin Phoenix.

Il film descrive un futuro prossimo in cui i computer hanno un ruolo centrale nella vita delle persone, permettendo di rimanere in costante contatto con il computer di casa tramite auricolari, comandi vocali e dispositivi video tascabili. Il rapporto instaurato con la tecnologia, però, viene completamente rivoluzionato quando esce sul mercato un nuovo sistema operativo, provvisto di intelligenza artificiali, in grado di evolvere e perfino apprendere e elaborare emozioni.

Il protagonista, Theodore Twombly, è un uomo solo e introverso, infelice per la recente separazione con la moglie e per l’imminente divorzio, per cui non si è ancora deciso a firmare tutti i documenti. La sua professione è quella di scrivere accorate lettere -spesso d’amore – per conto di altri, dettandole al computer.

A causa della profonda infelicità che lo perseguita Theodore si convince ad acquistare il nuovo sistema operativo, scegliendo come voce una voce femminile. Il suo nome è Samantha e subito il protagonista si rende conto che è qualcosa che trascende tutta la tecnologia prodotta fino ad allora. Samantha infatti, apprendendo da Theodore le emozioni che lo stesso prova, elabora una sua forma mentis particolare, arrivando perfino a dichiarare a Theodore le nuove sensazioni che la scombussolano e l’addolorano così tanto. Tra i due ben presto nasce prima un rapporto di profonda amicizia e successivamente una relazione amorosa difficile da definire, una relazione quasi platonica, siccome l’unico modo per interagire è attraverso l’auricolare con cui Theodore sente la voce di Samantha e un dispositivo video tascabile con cui Samantha ha la possibilità di vedere il mondo dal punto di vista di Theodore.

In questo film si intrecciano numerose tematiche interessanti. Dalla domanda sulla possibilità di una relazione tra due entità così differenti -una delle quali non può essere nemmeno definita come vivente in senso lato-, alla questione cartesiana sull’essenza dell’essere umano. Può un entità come Samantha essere definita umana? Probabilmente Cartesio avrebbe problemi ad ammetterlo, ma seguendo pari pari la sua dottrina non si può che affermare che non vi siano motivi per cui Samantha non possa essere concepita come un umano. La res cogitans, infatti, il pensiero, è una sua caratteristica propria, pensiero che riesce perfino ad elaborare emozioni, a provare gioia e dolore. Non è in fondo questa l’essenza dell’essere umano?

Tra res cogitans e res extensa

Dunque, a termine della diatriba cartesiana e della metafora cinematografica di “Lei”, la domanda che sorge spontanea è: che cosa davvero definisce l’essere umano? Qual è la sua essenza? E’ solo corporeità, materialità – come vorrebbe gran parte dell’ambiente fisico contemporaneo, che ritiene si possa ridurre quella che da Cartesio viene chiamata res cogitans alla res extensa, pensiero, sensazioni e emozioni a processi cerebrali -, oppure solo tutta quella categoria che la fisica contemporanea vorrebbe eliminare dal vocabolario psicologico – pensiero, emozione, sensazione? Oppure l’essenza è un miscuglio delle due, quello che Aristotele definiva sinolo, dove l’aspetto formale -res cogitans cartesiana – e l’aspetto materiale -res extensa- sono parte della medesima sostanza – attributi della stessa sostanza spirituale, direbbe Spinoza-?

La questione è sicuramente ardua e probabilmente impossibile da risolvere, a meno che la scienza, come sostengono molti, non progredisca a tal punto che tutta la realtà possa solo più essere definita quale realtà fisica, individuabile matematicamente. Succederà? Forse, si potrebbe persino azzardare un “probabilmente”. Ma per ora non è ancora successo, dunque un argomentazione del genere -presto la scienza risolverà i dubbi – non ha senso di esistere, in quanto non può essere in alcun modo verificata.

Eppure c’è qualcosa che spaventa il mondo culturale e non gli permette di accettare questa soluzione che in una realtà matematizzata come la nostra sembra per molti la sola conclusione esatta a questa domanda – ossia l’esistenza della sola res extensa: il timore di eliminare il libero arbitrio e la responsabilità morale. Qual è l’esito di descrivere il mondo solamente come un mondo fisico, come subito dopo Cartesio fece Hobbes, in cui non vi sia spazio per entità quali la res cogitans -introdotta da Cartesio proprio per salvaguardare il libero arbitrio-, i pensieri ontologicamente definiti dalla fenomenologia come irriducibili alla realtà fisica, le emozioni? La necessaria inutilità e inesistenza – nel senso di non esistenza – della libertà individuale. Questo ha poi la conseguenza che non si può più parlare di responsabilità morale: quale responsabilità puoi avere se tutti i tuoi processi mentali -comprese credenze e deliberazioni – non sono altro che processi fisici che non puoi controllare?

In questa intermezzo tra un possibile sviluppo della scienza anti-cartesiano e la realtà con la quale ci interfacciamo quotidianamente, mi sorge questa domanda senza risposta: preferisci vivere in un mondo deterministico e privo di responsabilità morale, ma “vero” oggettivamente – può davvero esistere l’oggettività? – oppure in un mondo in cui la libertà viene salvaguardata, seppur possa essere definita una mera illusione?

 

 

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