Può l’arte raccontare l’orrore? Il silenzio della cultura è simbolo dell’umanità frammentata

In un mondo in crisi sembra non esserci posto per l’arte. È davvero così?

Dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, il filosofo della Scuola di Francoforte Adorno suggerì che l’arte fosse morta. Ciò che era successo non poteva essere colmato dalla futilità di una poesia. Oggi, questo silenzio dell’arte sembra tornare.

LA POSSIBILITÀ DELL’ARTE DI RACCONTARE L’ORRORE: UN RAPPORTO COMPLICATO

Le notizie che arrivano dall’Afghanistan, gli sviluppi del contagio da Covid-19, i disastri climatici, la violenza razziale e xenofoba. Sono due anni ormai che sul mondo sembra essere calato un velo di piombo, un susseguirsi di eventi luttuosi che sembrano non voler concedere fiato.

In queste occasioni, ricorre sempre la medesima domanda: che ruolo possono avere l’arte e la cultura in tali contesti?

Dietro questa domanda, si cela una duplice sfida a cui l’umanità è chiamata a rispondere. La prima, quella più immediata, richiama la capacità  stilistica dell’arte di rappresentare la sofferenza e l’orrore.

La seconda, ben più inquietante, mette in discussione lo statuto stesso della cultura. Di fronte a un mondo in frantumi, come si può ancora dare peso all’astrattismo?
In una realtà che sente sempre di più la necessità di risposte pragmatiche, l’arte è sempre più considerata come un esercizio futile e disimpegnato, lontano dal mondo vero. Come si suol dire: primum vivere deinde philosophari.

Ma, in fondo, è la cultura stessa a sentirsi inadeguata. Forse per lo stigma interiorizzato, l’arte, di fronte all’orrore, tace. Non ci sono narrazioni sul Covid-19, per esempio. Così come mancano rappresentazioni adeguate sulla situazione ambientale.

Ma è davvero così? Davvero l’arte non è in grado di esprimere la catastrofe?
Scopriamolo, a partire da un altro celebre silenzio dell’arte: Auschwitz.

 

SCRIVERE POESIE È UNA BARBARIE: L’ARTE DOPO AUSCHWITZ

All’indomani dell’Olocausto, l’Occidente fu svegliato da un torpore millenario.

Il primato dell’Europa come culla della civiltà si sgretolò di fronte agli occhi inorriditi del mondo. La cultura, vanto mondiale del Vecchio Continente, aveva condotto all’abominio.

Occorreva ripensare tutto. Non solo ricostruire i Paesi, ma soprattutto rivoluzionare i paradigmi mentali.
L’ arte non vece eccezione.

Il primo a parlare del necessario silenzio dell’arte di fronte ad Auschwitz fu il filosofo tedesco Adorno.
Egli, senza mezze misure, sostenne che ogni forma d’arte fosse inappropriata di fronte all’orrore assoluto.

Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie.

La linea di Adorno era chiara: non si può continuare a diffondere effimera bellezza nel mondo, quando la realtà era ormai inesorabilmente compromessa dall’orrore. Ogni verso, ogni quadro, ogni documentario agli occhi di Adorno assumeva i contorni di uno schiaffo alla memoria dei deportati. L’unica soluzione attuabile risiedeva nel rifiuto dell’arte. Dimenticare quella cultura il cui approdo ultimo era stato Auschwitz.

Parole dure e impressionanti, che tradiscono un’emotività a caldo. Anni dopo, infatti, quando la tempesta aveva cominciato a placarsi, lo stesso Adorno ritrattò queste affermazioni, alla luce di una riflessione a più ampio respiro.

ROMPERE IL SILENZIO: L’ARTE COME ESPRESSIONE DELL’UMANITÀ

In Dialettica dell’Illuminismo, sua opera principale, Adorno tornerà sui suoi passi, sostenendo che la frase sull’arte fosse un errore e che:

la sofferenza incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare.

Nel mezzo di questo cambiamento, c’è tutto il pensiero di Adorno. In particolare, la critica alla razionalità e al pensiero utilitarista tipico dell’Occidente. Secondo il filosofo, infatti, ciò che guida la logica della nostra civiltà è il profitto e il pragmatismo. Il massimo risultato con il minimo sforzo. Tutto ciò che non produce un bene per la società è a tutti gli effetti inutile.

In questo quadro, è ovvio che l’arte non trovi spazio. L’arte non offre soluzioni pratiche. Dunque, è la prima a essere additata come superflua in momenti di crisi.

Ma il problema è proprio questo. L’arte non deve avere scopo. Non è il suo ruolo. L’arte è grido e descrizione.

Tuttavia, perché si liberi dello stigma di superficialità a cui è condannata, occorre ripensare l’intera forma mentis occidentale. Non più mero utilitarismo, ma esistenzialismo.

Riconoscere nell’arte la massima forma di espressione umana e, grazie a essa, riscoprire la nostra stessa umanità, al di là delle sterili logiche dell’utile e del pragmatico.

In questo modo, ci si accorge che l’arte, in quanto espressione dell’umanità, non conosce morte. Troverà sempre una strada per descrivere l’inquietudine della Storia. Ciò che cambia non è la sua capacità di raccontare, ma il modo attraverso cui opera.

Anche dopo Auschwitz, l’arte non è affatto morta; ha cambiato forma. Dalle grandi teorizzazioni si è passato alle narrazione intimistiche e graffianti del Neorealismo, per esempio. Se l’arte è espressione dell’uomo, il suo silenzio di fronte all’orrore non è altro che la difficoltà dell’umanità a ritrovare la propria strada.

A oggi non ci resta che aspettare. Aspettare di comprendere quali forme troverà l’espressività umana per raccontare la nostra Storia.

Perché è vero, l’arte non offre soluzioni. Ma interroga incessantemente. E questo è il suo più grande e imprescindibile valore.

 

 

 

 

 

 

 

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