Il Superuovo

Ecco i quattro modi con cui riconoscere la bellezza secondo Kant

Ecco i quattro modi con cui riconoscere la bellezza secondo Kant

Si può parlare di una bellezza che possano riconoscere tutti? 

Fonte: https://unsplash.com/@yannispap

 Un poeta come Giacomo Leopardi non esita ad appoggiare una concezione della bellezza come relativa e mutevole per ogni uomo o cultura diversa, riassumibile nella formula “de gustibus non est disputandum”. Anche oggi tendiamo a vedere il bello come un qualcosa di estremamente privato e inappuntabile, poiché lasciamo che sia il giudizio differente di ognuno di noi a decretare chi o cosa possieda questa qualità. Tuttavia, Kant non sarebbe d’accordo. 

1. Bello vs gradevole e buono

Parlare così della bellezza significherebbe scambiare quest’ultima per altre impressioni umane, come “ciò che piace”, (il gradevole) o “ciò che è buono”. Il bello, semmai, è ciò che piace in maniera disinteressata e senza concetti. Radicalmente diverso, allora, sia dal gradevole che dal buono, con il quale spesso lo scambiamo. “Gradevole è ciò che piace ai sensi nella sensazione”, scrive Kant. Si ha un interesse sensibile per l’oggetto “gradevole”: non è altro che la soddisfazione di un proprio impulso (come un cibo che alletta il gusto). 

Ciò che è considerato buono lo è in rapporto a un fine o a uno scopo che il soggetto si pone. Buono diventa ciò che è conforme a un obiettivo, per cui si ha un interesse personale verso l’oggetto, e anche conoscenza delle sue caratteristiche. Nel bello, invece, non si deve mescolare nessun interesse individuale e non è necessario avere alcuna conoscenza dell’oggetto in questione: infatti, non abbiamo bisogno di sfruttare per qualche fine, o sapere che cosa sia una rosa per apprezzare la sua bellezza, poiché quest’ultima non è altro che il sentimento di piacere che si prova per la forma dell’oggetto, ed è puramente contemplativo. Guardare ciò che ci circonda senza la lente dei nostri personali interessi significa dare spazio alla bellezza. 

2. La bellezza è soggettiva e allo stesso tempo universale

Allora, se scoprire la bellezza significa mettere da parte tutti gli atteggiamenti egoistici, il compiacimento che ne deriva non può essere esclusivamente privato, ma deve appartenere a tutti nel momento in cui si fa astrazione da ogni interesse. Per cui, il giudizio di gusto sul bello sarà sempre soggettivo, (poiché non dipende da una conoscenza concettuale e oggettiva, ma da un sentimento di piacere nei confronti dell’oggetto), e allo stesso tempo avrà una validità universale, poiché non dipende dalle inclinazioni diverse di ognuno di noi. Sembra un controsenso, ma la bellezza compie il miracolo di parlare singolarmente a ognuno di noi, dicendoci le stesse cose. Significa lasciare a un fiore, a un’opera o a un dipinto la possibilità di mostrarsi per come desiderano loro, senza pensare noi a cosa potremmo farne di loro. 

3. La bellezza non è perfezione

La bellezza, allora, non ha un fine o uno scopo, e non si adegua a concetti: per cui, è differente anche dalla perfezione. Un cavallo perfetto è quello che rispecchia maggiormente il concetto ideale di “cavallo”, ne è la sua massima espressione, “ciò che il cavallo deve essere”. Il bello, invece, non si adatta a schemi: essendo un sentimento di piacere, è vago e indefinito per natura. Universale sì, ma senza leggi del gusto che suggeriscano un criterio certo e stabile per identificarlo: la bellezza non è calcolo.

Fonte: https://unsplash.com/@auntneecey

4. La bellezza ha una necessità esemplare

Tenendo conto di tutto ciò, di fronte a un oggetto che consideriamo bello il sentimento di piacere che ne deriva non può essere semplicemente possibile, ma è addirittura necessario per Kant. Non è una necessità logica, grazie alla quale sapremo a priori cosa sentirà o proverà ognuno di noi, ma una necessità soggettiva ed esemplare: se guardassi in maniera libera e disinteressata a qualcosa e lo giudicassi bello, potrei pensare che, in una situazione analoga, chiunque potrebbe sentire ciò che sto provando, e la mia esperienza può essere esempio di un sentimento universale, anche se non possiamo accedere direttamente a le emozioni altrui. Kant lascia che la bellezza sia ancora qualcosa di indeterminato, soggettivo e vago, ma allo stesso tempo crede che abbia il potere di unirci: essa è una voce universale che tocca le corde dei nostri sentimenti senza premere quelle dei nostri impulsi o dei nostri singoli interessi. É la prova che gli uomini possano condividere qualcosa senza averne una particolare ragione, anche se sfuggevole, come solo la bellezza sa essere. 

 

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