Siamo talmente abituati ad avere tutto “a portata di click” da dimenticarci che spesso, quando le cose sono troppo facili, dietro si nasconde un tranello, spesso a lungo termine. Il tutto reso ancora più probabile da quelle cinque lettere che ormai ricerchiamo in modo ossessivo: gratis.

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Credit: giornalettismo.com

“Se non paghi un prodotto, allora il prodotto sei tu”. I primi a tramandarci questa lezione di vita – più che mai attuale nel mondo social in cui siamo immersi – sono stati i fratelli Grimm nel lontano 700, con la favola di Tremotino. Ve la ricordate? Per farla breve, una giovane fanciulla venne sfidata a trasformare una quantità enorme di paglia in oro, il tutto in una sola notte, e – disperata per il compito pressoché impossibile – la donna accetta l’aiuto di un piccolo ometto sconosciuto, che le promette di svolgere la mansione per lei ad una condizione: a tempo debito, anche dopo anni di distanza, dovrà offrirgli in dono il suo primogenito maschio. Inutile dire che, pur di sposare il re e diventare regina, la fanciulla non ci pensa un attimo prima di fare una promessa a cui, in ogni caso, avrebbe dovuto pensare esclusivamente in futuro.

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Dopo secoli di distanza, possiamo tranquillamente affermare che anche noi quotidianamente stringiamo lo stesso “patto vincolante”: lo facciamo quando accettiamo “termini e condizioni” senza leggerli, quando creiamo nuovi account sfruttando le credenziali d Facebook perché è più veloce, o quando – pur di far sparire quei fastidiosi banner dalle pagine web – accettiamo qualsiasi cookie ci si presenti davanti.

Il nostro “diario segreto” online

Ormai quando un’applicazione non è gratuita, nemmeno perdiamo tempo a guardarla. La maggior parte dei servizi utilizzati oggigiorno infatti – dalle mappe a Google, dai social network alla messaggistica istantanea, fino agli ordini online – sono quasi esclusivamente gratuiti e, purtroppo, anche pieni dei nostri dati più sensibili: non stiamo parlando solo nel nostro nome o della nostra mail, ma anche del nostro indirizzo di casa, dei dati del nostro conto corrente o, ancora, di quelli relativi alla nostra salute come il valore del colesterolo, il calendario della fecondità o la pressione sanguigna.

Qual è il prezzo della gratuità?

19 miliardi di dollari: questo è il prezzo pagato da Facebook per acquistare WhatsApp. Come è possibile quindi risanare il costo di tale spesa senza chiedere nemmeno un centesimo al miliardo e mezzo di persone che usufruiscono di questo servizio? La risposta è semplice: la moneta di scambio è l’utente stesso, o meglio, la sua infinta mole di dati e relazioni. Tutto ciò che condividiamo nei nostri messaggi, nei post che pubblichiamo sui social network, o semplicemente nei “like” che mettiamo con noncuranza creano infatti un profilo delle nostre abitudini, dei nostri gusti, del nostro stile di vita e della nostra personalità. Moltiplicando ciascuno di questi parametri per “un miliardo e mezzo di persone” è quindi possibile individuare delle vere e proprie tendenze di massa, che inevitabilmente indirizzeranno le scelte del mercato. Se su un campione di 100.000 utenti WhatsApp, il 75% affermerà di preferire le Nike bianche rispetto a quelle verdi, secondo voi quale dei due modelli sarà prodotto in quantità maggiore nel 2019?
E il marketing di massa non è l’unico settore in cui applicazioni gratuite “cattura-informazioni” possono agire indisturbate: ad esserne vittima (o, in alcuni casi, a trarne vantaggio) è anche il singolo utente. Ne abbiamo esempi lampanti ogni giorno: basti pensare che se per caso diamo un’occhiata ad un viaggio ai Caraibi su un qualsiasi sito di viaggio, improvvisamente i nostri social saranno bombardati da pubblicità di costumi da bagno, voli low-cost e hotel di lusso.

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Dalle app gratis al mondo professionale

La verità, però, è che per quanto ognuno di noi sia a conoscenza del fatto che le nostre informazioni vengono elaborate, interpretate e “vendute”, pochi sanno realmente come questo accada e quanto in modo silenzioso influenzi la nostra vita, soprattutto quella lavorativa: alcune piattaforme – tra cui la nota Klout, che delineava lo “score” di un utente in base alle interazioni generate e al numero di amici/follower che rappresentavano la sua “platea potenziale” (reach) – divennero così famose ed utilizzate negli USA da essere sfruttate dalle agenzie di recruiting per valutare il valore dei candidati ad un posto di lavoro. Ancora oggi i social network vengono ampiamente utilizzati dagli psicologi del lavoro in fase di reclutamento e selezione del personale: ecco quindi che una persona che mette spesso “like” a video violenti, dimostra un’apertura nei confronti delle droghe leggere (potrebbe per esempio seguire la pagina “Legalize Marijuana” e altre affini) e tende a reagire con commenti volgari o brutali sotto diversi post, potrebbe quindi non essere ben vista per il ruolo di insegnante in una scuola elementare.
Recruiter e HR manager analizzano spesso questi Big Data, creando dei profili dei possibili candidati che spesso si dimostrano un’arma a doppio taglio: se da un lato potrebbero rivelarsi perfetti predittori del comportamento aziendale del futuro impiegato, dall’altro rischiano di delinearne un’immagine distorta e “falsata” basata esclusivamente sull’identità sociale che un individuo ha voluto condividere di sé con amici e follower (la quale non sempre coincide con la sua identità professionale e lavorativa). Per questo e tanti altri motivi, ricordatevi (ricordiamoci) di fare attenzione alla faccia di noi che mostriamo sui social network e sulle piattaforme di messaggistica, e anche a tutti quei “termini e condizioni” che giuriamo di aver letto fino alla fine, perché magari senza saperlo un domani scopriremo che quando abbiamo scaricato quella nuovissima app di incontri da Play Store abbiamo offerto in cambio il nostro primogenito maschio.

Francesca Amato

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