Prima del tramonto: la morte come mistero prevedibile. Da Micromort a Guccini

Siamo così sicuri del fatto che una vita rassicurante diminuisca le nostre probabilità di morire? Come reagire alla vita consapevoli dell’eventualità del suo atto finale? 

 

 

Micromort: l’unità di misura che calcola la probabilità di morte

Negli anni ’70 Ronald A. Howard, professore presso la Stanford University, mise a punto un’unità di rischio che permetteva di calcolare le probabilità che abbiamo di morire in determinate circostanze di vita: il Micromort. Secondo questa curiosa unità di misura, vi sono delle particolari attività che aumentano il rischio di morte.  Per quanto riguarda lo sport, ad esempio, con un salto dal paracadute potrebbe esserci una possibilità su 100.000 di morire; anche le attività subacquee rientrano tra gli sport più rischiosi, calcolando cinque/ dieci Micromort per immersione. Tuttavia, anche sport considerati generalmente più sicuri, come ad esempio, la maratona, hanno il loro indice di rischio ( 7 micromort per corsa).

Il micromort considera anche l’eventualità di morire in altre circostanze, come, ad esempio, il viaggio. In questo caso la morte per incidente automobilistico risulta essere più frequente della morte in aereo. Inoltre camminare per 17 miglia, viaggiare per 6000 miglia in treno, sono tutte attività che incrementano le nostre probabilità di morire a causa di un incidente.

L’unità di rischio in questione valuta anche la possibilità di morte per quelli che potremmo definire rischi cronici o abitudini di vita, come, ad esempio, fumare 1,4 sigarette al giorno o convivere con un fumatore, vivere per tre giorni a New York nel 1979 a causa dell’inquinamento, mangiare mille banane, bere 0,5 litri di vino. In questo caso, tuttavia, è stata messa a punto un’ulteriore unità di rischio: il Microlife.

Questo discorso è ovviamente relativo al luogo in cui si vive: ci sono, ad esempio, maggiori probabilità di morire negli Stati uniti a causa di incidenti, piuttosto che in Italia.

Le stime sopra riportate potrebbero suggerirci che rimanere nel sicuro ambiente domestico possa scongiurare il rischio di morire; tuttavia non è così. Si stima, infatti, che, ad esempio, la possibilità di morire cadendo da una sedia è di circa 1,3 Micromort.

Alla luce di questo, nella previsione, cioè, che vi sono probabilità di morte in ogni nostra attività quotidiana, dalla più pericolosa alla più banale, è consigliabile vivere l’attimo oppure rifugiarsi nella confortevole dimensione dell’ordinario?

 

 

 

“Memento audere semper”: due opposti approcci alla vita

Due sono i sentieri che si aprono nella previsione di ciò che potrebbe condurci alla morte.  C’è la filosofia del rischio, che si potrebbe tradurre con la formula oraziana del “Carpe Diem” e l’opposta filosofia della sicurezza. La prima attitudine è propria dell’individuo che vive la vita attimo per attimo, per quanto questi attimi si configurino come fuggevoli e distaccati, non presentando, dunque, una soluzione di continuità. Tale individuo, infatti, non ha intenzione di perdersi nulla dello spettacolo che la vita può offrire e accoglie, stoicamente, anche il rischio. Non fa previsioni sul domani, nè,  tantomeno,  sulla morte. L’hemingwayano “Va e rischia quello che devi rischiare” sembra essere il monito della sua vita. Questa tipologia di individuo non considera le probabilità di morire ogni volta che si lancia da un paracadute, che fuma una sigaretta, che passeggia in una città inquinata. La sua priorità è la vita.

La seconda tipologia di individuo è propria di colui che vive la propria vita fuggendo l’oggi e pensando al domani. Si incarna in colui che annota in un’agenda tutti gli impegni settimanali, dal momento che questo gli conferisce una certa sicurezza. Egli intende escludere categoricamente l’imprevisto dalla propria vita, cosa, in realtà, impossibile. Non a caso quest’ultimo vive la vita in un perenne stato di ansia. Non ama il rischio, preferisce la confortevole routine, senza mai fuoriuscire dall’ordinario. Pensa sempre a ciò che deve fare successivamente precludendosi, così, la possibilità di godere dell’attimo che sta vivendo. La pianificazione, il progetto, sono parole per lui all’ordine del giorno.

In un modo o nell’altro, bisogna prioritariamente accettare la morte, convivendo con questa possibilità fin dal momento in cui veniamo al mondo. Un concetto, questo, espresso magistralmente da Martin Heidegger nella sua opus magnum, Essere e tempo. Per il filosofo l’uomo si configura come essere per la morte: aprendosi, egli, ad innumerevoli possibilità, deve necessariamente aprirsi anche al suo atto finale, dal momento che fin dalla sua nascita, l’uomo ha già insità in sè la possibilità di morte :” L’uomo, appena nato, è già abbastanza vecchio per morire“. L’idea della morte genera, tuttavia, angoscia. Così l’uomo comune, che vive nella sfera dell’inautenticità, con fare schivo, la evita, considerandola come qualcosa che non lo riguarda in prima persona e che sopraggiungerà in un momento indefinito. Per passare nella dimensione dell’autenticità egli deve, tuttavia, anticipare la morte: considerarla, cioè, come possibilità più propria ed inequivocabile.

 

 

Lunga e diritta correva la strada

L’accettazione della morte come qualcosa che potrebbe sopraggiungere in qualsiasi momento, si rinviene in molte canzoni d’autore. Una fra tutte è frutto della sensibilità di Francesco Guccini: Canzone per un’amica.

“Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva, la dolce estate era già cominciata vicino a lui sorrideva, vicino a lui sorrideva. Forte la mano teneva il volante, forte il motore cantava, non lo sapevi che c’era la morte, quel giorno che ti aspettava, quel giorno che ti aspettava. Non lo sapevi che c’era la morte quando si è giovani è strano, poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano, venga e ci prenda per mano. Non lo sapevi ma cosa hai provato, quando la strada è impazzita, quando la macchina è uscita di lato e sopra un’altra è finita, e sopra un’altra è finita. Non lo sapevi ma cosa hai sentito, quando lo schianto ti ha uccisa, quando anche il cielo di sopra è crollato, quando la vita è fuggita, quando la vita è fuggita. Dopo il silenzio soltanto ha regnato tra le lamiere contorte, sull’autostrada cercavi la vita ma ti ha incontrato la morte, ma ti ha incontrato la morte. Vorrei sapere a che cosa è servito vivere amare e soffrire, spendere tutti i tuoi giorni passati se presto hai dovuto partire, se presto hai dovuto partire. Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi vorrei pensare che ancora mi ascolti, che come allora sorridi, che come allora sorridi”.

L’animo struggente che si evince da questo testo rende ragione dell’imprevedibilità dell’esistenza e degli eventi. Per quante unità di rischio possano esserci, la morte rimane sempre il mistero più imprevedibile che ci sia. Dunque, nel binomio sopra descritto, sarebbe meglio carpire l’attimo, giorno per giorno, senza troppo prevedere cosa accadrà. Cesare Pavese direbbe :” C’ è una vita da vivere, ci sono biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere”.

 

Tomasi Lorenza

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