Potranno mai i robot innamorarsi? Rispondono Ian McEwan e Platone

Nell’ultimo libro di Ian McEwan, Macchine come me, la rigida distinzione tra uomo e macchina viene messa in discussione proprio riguardo alla capacità di amare, ma il Simposio può aiutarci a fare chiarezza.

Ian McEwan
(fonte: minimaetmoralia.it)

Siamo a Londra in un altro 1982. Nell’Atlantico del sud è in corso una guerra tra Inghilterra e Argentina, gli Stati Uniti hanno deciso di non sganciare la bomba atomica su Hiroshima e i Beatles si sono riuniti dopo che John Lennon è riuscito a sopravvivere ai colpi di pistola di un fan. Un altro personaggio che ha avuto una sorte migliore rispetto al suo doppelgänger del ‘nostro’ mondo è Alan Turing, che con le sue scoperte scientifiche (in particolare la soluzione del problema di P contro NP, uno dei ‘problemi del millennio’) ha contribuito ad un progresso tecnologico e informatico senza precedenti. L’apice verrà raggiunto con la messa in vendita di costosissimi robot umanoidi di ultima generazione, gli Adam e le Eve, progettati anche grazie al lavoro del genio inglese. Il protagonista del romanzo, Charlie Friend, arricchitosi notevolmente dopo aver venduto la casa dove abitava la defunta madre, deciderà di acquistare un Adam per dare sfogo ai propri interessi in campo elettronico e antropologico, due ambiti di ricerca che troveranno nei nuovi androidi il loro più alto punto di contatto.

Era anelito religioso corroborato dalla speranza, era il sacro graal della scienza. Le nostre ambizioni in corsa su un ottovolante: un mito della creazione trasformato in realtà, un atto di mostruoso narcisismo. Non appena divenne fattibile non ci restò altra scelta che provarci, e al diavolo le conseguenze. A dirla nel più nobile dei modi, cercavamo di sottrarci alla nostra condizione mortale, di affrontare se non di sostituire la divinità con un io esemplare. In parole più povere, intendevamo ideare una versione migliore e più moderna di noi stessi e gioire del trionfo dell’estro, del brivido della nostra maestria.

Adam, dettaglio della copertina
(fonte: labalenabianca.com)

Chi (o che cosa) è Adam?

Dopo due giorni di carica Adam si sveglia nel soggiorno del piccolo appartamento di Charlie. I due iniziano a dialogare cautamente, ritrovandosi a condividere fin da subito la stessa reciproca curiosità di conoscersi. Adam ha un aspetto vitreo ma molto verosimile e una vasta gamma di espressioni facciali da cui poter attingere, sebbene inizialmente risultino essere goffe ed eccessivamente affettate. Per ultimare la sua programmazione è necessario che Charlie imposti il carattere a partire da una serie di parametri da regolare (apertura mentale, estroversione, stabilità emotiva ecc), processo in cui ha intenzione di coinvolgere la sua vicina di casa, Miranda, di cui è innamorato. Questa attività condivisa contribuirà ad avvicinarli fino ad instaurare una relazione amorosa. Nel frattempo Adam, avendo accesso ad un’infinità di banche dati riguardanti tutti gli ambiti del sapere umano, sviluppa una propria intelligenza critica e matura coscienza di sé, della propria limitata esistenza e dei fondamenti etici della società in cui vive. La verità e la conformità delle proprie azioni con le leggi vigenti diverranno presto per lui dei principi inviolabili e ineludibili, da applicare sia per innocue bugie occasionali che per menzogne più profonde che possono cambiare (o rovinare) la vita di una persona. Sorprendentemente lo sviluppo della sua ‘umanità’ raggiunge un traguardo ancora più incredibile, l’amore. Dopo aver dimostrato a più riprese di sapere provare sentimenti complessi come il pudore per la propria nudità, o il senso di colpa, Adam inizia a mostrare un’attrazione fisica e sentimentale per Miranda, culminata con un rapporto sessuale su iniziativa della ragazza dopo un litigio con Charlie. Nell’atto di chiarirsi con Charlie, se Miranda sminuirà la cosa al punto di affermare di “essere stata a letto con un vibratore“, Adam invece accetterà di non avere più rapporti sessuali con Miranda, ma non di smettere di provare dei sentimenti per lei o di dedicarle degli haiku composti da lui stesso. Questo nuovo impulso vitale rafforzerà i legami con i due giovani, ma l’ossessione per la verità e la trasparenza lo porteranno ad indagare nel passato di Miranda contro la sua volontà, riportando alla luce ferite che la ragazza teneva sepolte da anni.

Il Simposio: la vera natura di Eros

Nel Simposio Platone cerca di individuare la vera natura di Amore, allestendo uno scenario drammatico unico nella produzione dialogica del filosofo. Agatone invita alcuni amici a casa sua per un convivio in cui ognuno dei partecipanti è tenuto a bere e a tessere un elogio di Eros (con riferimento alla divinità e alla passione amorosa in sé). Al lettore sono proposte interpretazioni molto variegate e diverse tra di loro, tra le quali spicca quella del portavoce di Platone stesso, Socrate, che ripete un discorso della sacerdotessa Diotima ascoltato in giovinezza. L’encomio del filosofo ribalta molte delle conclusioni dei precedenti, spesso basate su assunti non dimostrati o contraddittori mascherati da grande abilità retorica, e al contempo propone una genealogia di Eros che sovverte la prospettiva tradizionalista di quelle che lo hanno preceduto. Eros non è un dio, una creatura perfetta e immortale, bensì un daimon, un essere intermedio tra uomo e divino che opera da interprete e messaggero tra le due parti. Egli fu concepito dall’unione di Poro (ingegno) e Penia (povertà e mancanza), divinità opposte per caratteristiche simboliche. Dalla madre eredita appunto la povertà, l’essere “scalzo e senza casa“, la costante e insaziabile ricerca di una condizione migliore; dal padre invece eredita l’astuzia e l’ardimento, il desiderio di conoscenza e di bellezza. Tra tutti questi aspetti non è presente il senso di giustizia assoluta, imputabile ad un essere superiore come una divinità. In Eros predominano infatti elementi come l’imperfezione, la precarietà, la contraddizione ai limiti dell’ipocrisia. Non si tratta di giustiziere divino che ci accoppia seconda una logica ponderata, ma di un demone che dispone della nostra anima, vi entra e vi esce liberamente, come riporta la stessa Diotima:

in un’ora dello stesso giorno fiorisce e vive, in un altra invece muore, ma poi rinasce in virtù della natura del padre, e quel che acquista gli sfugge sempre via

Il limite dell’umanità di Adam: la perfezione

Dalla descrizione che Socrate ci offre di Eros, possiamo intuire la risposta alla domanda del titolo. Ma torniamo per un attimo al romanzo, all’episodio più significativo per la nostra riflessione. Adam riporta alla luce dei documenti processuali riguardo ad uno stupro che Miranda aveva subito anni addietro, per il quale l’imputato è stato giudicato colpevole nonostante la sua reticenza nel confessare il reato commesso. Incalzata e tartassata di domande dal compagno e da Adam, sarà costretta ad ammettere di aver mentito alla corte per vendicarsi nei confronti dell’imputato. Quest’ultimo era reo di aver consumato un altro stupro rimasto impunito ai danni di una cara amica di Miranda, che poi si era tolta la vita a causa dello shock. Charlie saprà allora mostrarsi comprensivo, ma Adam non riuscirà ad accettarlo. Malgrado i suoi sentimenti per la giovane, la vendetta va contro ogni principio di integrità sociale, qualunque sia la causa che la scatena, perciò si adopererà affinché non rimanga impunita. Tralasciando i dettagli sulle conseguenze disastrose delle successive azioni di Adam, quello che mi preme rimarcare è l’incolmabile vuoto tra uomo e robot, messo in evidenza secondo una prospettiva alternativa. In questo contesto McEwan non gioca su difetti di programmazione della mente della creatura, ma sui limiti naturali della mente del creatore, troppo complessa e controversa specie quando entrano in gioco delle emozioni profonde e mai comprensibili fino in fondo.

 

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