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Platone dove meno te lo aspetti: ecco come lo racconta il film Dogtooth

Platone dove meno te lo aspetti: ecco come lo racconta il film Dogtooth

Qual è l’intima connessione tra questo film e la mitologia platonica?

Il sottotitolo potrebbe anche essere come viene resa attuale l’ideologia mitica senza che ci sia il modo di rendersene conto. Questo perché molto spesso capita che alcuni artisti, in questo caso particolare il regista Yorgos Lanthimos, si divertono a disseminare riferimenti alla cultura classica tentando di attualizzarli, tentando di rendere fruibile un mito senza tempo e che proprio per via della sua acronia rischia di perdere il suo potere. 

Dogtooth e la liberà data dai “canini” 

Uscito nel 2009, il film è tornato ad avere un ruolo di primo piano ultimamente per via del suo doppiaggio in italiano l’anno scorso. La trama è intricata per via dei suoi molteplici significati simbolici attraverso cui costruisce una pellicola di non facile comprensione. 

In poche parole si tratta di un ragionamento intorno al valore che viene dato ai rituali sociali nel momento in cui questi non sono regolati da una collettività ma a livello familiare, in particolare di uno solo, il padre, che diviene salvatore e tiranno, un ibrido, . La sua parola è legge, e se dice che il “sale” si chiama in realtà “telefonino”, così è.

I tre figli della coppia, ma anche la moglie, sono tenuti prigionieri di una realtà che non esiste, immaginata dal padre che si assicura la sopravvivenza dei propri figli impartendo lezioni di vita per una vita che non esisterà mai. Spiega che per andarsene di casa l’unico lasciapassare sarà la caduta di uno dei canini, che fino ad allora non saranno grandi. I protagonisti infatti, di età incerta ma adulta, si comportano come bambini e compiono atti al di fuori della normalità, del “nomos” esterno ma non interno. Non si sentono anomali perché la loro anomalia è giustificata dalle uniche pratiche sociali alle quali sono stati iniziati.

Le grottesche rinascimentali

Il genere del film viene definito come drammatico e thriller ma soprattutto la caratteristica che spicca è quella del grottesco. Questo aggettivo ci porta direttamente nel vivo della discussione e la sua origine è nota grazie allo scultore Benvenuto Cellini. L’artista spiega che nelle grotte sotto il Colle Esquilino, ovvero i sotterranei della Domus Aurea, riscoperte nel 1480, erano stati rinvenuti questi motivi naturalistici e geometrici di età romana. La cosa più sconvolgente era tuttavia la presenza di figure ibride e mostruose, nel senso del monstrum fantastico latino, appena schizzate, leggere ma vivide. Lo slittamento semantico del termine grottesco è nato proprio a partire da queste figurine, fino a generalizzarsi in un genere letterario e teatrale. Qualcosa che inquieta ma non si saprebbe bene dire perché. Banalmente sembra utile ricordare il luogo dove erano stati riscoperti questi motivi geometrici, appunto questi cubicoli, illuminati da sole candele: spostando la luce si veniva colpiti quasi a tradimento dagli sguardi di questi personaggi al confine tra la realtà e la finzione. 

Il mito della caverna 

Il regista propone quindi una rilettura personale del mito della caverna, evidenziando come la vita sociale umana sia suscettibile alla lettura personale e soggettiva di un singolo nel momento in cui si trova in una situazione di predominanza. Essendo l’unico in grado di uscire dalla “caverna”, il padre impone le proprie regole, impone le ombre. Come se passeggiassero nei cubicoli della Domus Aurea di cui solo il padre conosce i passaggi crea un universo parallelo, realmente grottesco.

Il mito della caverna, inserito nel settimo libro della Repubblica, racconta infatti di questi fanciulli, incatenati ed abituati sin dalla loro nascita a vedere soltanto le ombre di ciò che avviene all’esterno e reputare quindi reali le ombre, parlanti persino. Nel momento in cui uno di questi prigionieri viene liberato scopre che la sua vita era una menzogna e vuole subito dirlo ai suoi compagni. Questi tuttavia non gli credono, lo deridono, dicendo che la luce del mondo “di fuori” gli aveva soltanto rovinato la vista. Finiscono quindi per ucciderlo.

Platone, con questo mito, intendeva sottolineare infatti come la realtà che noi pensiamo di conoscere e toccare sia in realtà fallace, in realtà buia. Ed inoltre come sia impossibile convincere chi ha sempre creduto nella notte. Eppure i nostri occhi sono nati per il sole, anche se mai per guardarlo direttamente. Si potrebbe forse citare Goethe: “E se l’occhio non fosse solare, come potremmo vedere la luce?”

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