Perché sfidare la morte? La risposta del cinema di Bergman e della letteratura greca

Sfidare la morte non è per forza un atto scellerato, il cinema di Bergman e la letteratura greca ci spiegano perché.

 

 

Il posto delle fragole (I. Bergman, 1957), L’esorcista (W. Friedkin, 1973), Fino alla fine del mondo (W. Wenders, 1991), sono solo tre dei tantissimi film in cui ha recitato Max von Sydow. L’attore si è spento l’otto marzo scorso all’età di novant’anni lasciandoci un bel po’ di patrimoni cinematografici su cui riflettere.

 

Max von Sydow

Un accenno al contesto storico

Il cinema a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta stava vivendo, in un certo senso, un periodo di transizione. Si sta infatti lasciando alle spalle la crisi della guerra e si comincia ad abbracciare una tipologia di rappresentazione di più ampio respiro, nonché ribelle. Il grande neorealismo italiano inizia a svanire dai progetti dei nostri registi, che cercano un tipo di cinema più introspettivo ed esistenziale, è tempo del grande cinema di Michelangelo Antonioni e di Federico Fellini, ad esempio. In America si abbandonano i canoni della vecchia Hollywood, e iniziano a comparire nuovi divi e nuovi registi.

Il settimo sigillo

In questo quadro così rivoluzionario, Ingmar Bergman si inserisce con un film che diventerà pietra miliare nella storia del cinema: Il settimo sigillo (1957). In un mondo alle porte del boom economico, in preda a forti cambiamenti politico-sociali, realizzare un film ambientato nel Medioevo potrebbe sembrare un suicidio, ma la potente forza comunicativa dell’opera ha abbattuto ogni ostacolo. I temi del film infatti sono di tipo esistenziale, il protagonista Antonius Block (Max von Sydow), si pone domande immortali, sul senso della vita, sull’esistenza di Dio, e su cosa ci sia dopo la morte. La morte perseguita luoghi e popoli, dal momento che questi sono tormentati dalla peste e il nostro eroe sta affrontando un lungo viaggio per tornare a casa dopo le Crociate (il viaggio è un altro topos costante in ogni genere di narrazione). Quindi proprio quando sembra che il peggio sia passato, ad Antonius si presenta la morte personificata. Qui Antonius si rende conto della propria condizione di semplice umano, ma orgoglioso e temerario, decide di sfidare la morte in una partita a scacchi per vedere “se può avere salva la vita“. La partita a scacchi lo mette di fronte a molti dubbi e paure, si rende conto della caducità della vita umana, Antonius non è uno sciocco, sa benissimo che nessun uomo ha mai vinto contro la morte. Ma forse proprio questo lo ha spinto a raccogliere il suo ingegno e a sfidare la morte. È qualcosa per cui vale la pena affrontare le proprie paure: il tentativo di dimostrare a se stessi il coraggio di spingersi dove nessuno aveva mai fatto, il piacere di vedere la morte terrorizzata nell’accorgersi che magari quella partita, proprio quella che era sicura di vincere, potrebbe perderla.

 

Antonius Block fa scegliere alla morte il colore delle pedine per iniziare a giocare

Il peccato di ὕβϱις

I greci avevano una parola molto precisa per descrivere questo atto: ὕβϱις”, che si legge “iubris”. La letteratura greca ci spiega come la vita umana sia molto legata alla colpa e alla responsabilità di fronte a un gravissimo peccato, il peccato di iubris appunto. Questa parola si potrebbe tradurre “tracotanza” oppure “arroganza/superbia dell’uomo” e indicava un’azione gravissima che compiva un mortale quando sfidava una divinità, quando si volevano superare i propri limiti naturali imposti dall’alto, porsi al di sopra degli altri uomini, andare oltre il consentito, per soggiogare la supremazia degli dei. In letteratura sono numerosi i miti e le storie di persone che si macchiano di questa colpa. Nel ciclo troiano, Achille e Agamennone ad esempio sfidano continuamente gli dei. Tra i più famosi miti greci che conosciamo oggi, i protagonisti compiono atti tracotanti: come Icaro che credendo di poter volare più alto del sole cadde rovinosamente in mare proprio perché il sole gli sciolse la cera che teneva attaccate le ali su di lui. Oppure Aracne che si vantò di essere più brava di Atena nell’arte della tessitura, sfidò la dea e per punizione fu tramutata in ragno e fu costretta a tessere per il resto della sua vita. Il primo tragediografo, Eschilo, insiste molto sul motivo della iubris. In una delle opere più emblematiche, Persiani”, è analizzato il personaggio di Serse re di Persia. Serse espone la propria ricchezza come un vanto, si da agli eccessi, e credendosi un dio in terra guida il proprio esercito al di la dei confini per espandere il proprio territorio credendosi invincibile, inconsapevole di portare con sé il germe dell’autodistruzione. Sarà infatti sconfitto e ucciso.

L’invidia degli dei

Spesso infatti l’arroganza umana e l’invidia divina portavano a un solo inevitabile risultato: la disfatta e la punizione dell’uomo mortale. Gli studiosi dicono che l’invidia degli dei era la causa della punizione dei mortali perché era necessaria per mantenere l’ordine e la gerarchia sul mondo, gli dei dovevano essere per loro natura invidiosi. Ma se si riflette bene potrebbero essere molteplici i motivi per cui un dio dovrebbe invidiare un mortale. Per un essere che è sempre esistito e che sempre esisterà, scoprire che un umano, che ha vita breve, potrebbe riuscire a compiere azioni più grandi e memorabili di quelle che ha compiuto lui, deve essere come minimo angosciante. Per un essere umano  riuscire a dire qualcosa raccogliendo tutto il coraggio, sfruttare un’occasione, fare qualcosa di nuovo e sorprendente sono per loro essenza atti irripetibili. Riuscire ad assaporare un momento che potrebbe non tornare più lo rende ancora più speciale e pieno di significato. Per un dio immortale questo non esiste. Esiste l’eterno e l’incapacità di cogliere l’attimo.

Un frame dal film “il settimo sigillo”

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