Perchè lo Stato proibisce le droghe?
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Campagna degli ultracristiani per boicottare la vendita di marijuana light (senza principio attivo) nei negozi italiani.

Il disegno di legge per la liberalizzazione della cannabis

L’anno nuovo si è aperto con la presentazione in parlamento del disegno di legge per la legalizzazione della cannabis, presentato dal senatore pentastellato Matteo Mantero. La proposta è stata subito giudicata irrealizzabile da Salvini e altri esponenti di destra da sempre ostili alla questione. Mantero, esponente vicino a Roberto Fico e all’ala più ortodossa dei 5 stelle, ha però fatto presente che cercherà una maggioranza in parlamento disposta a votare la proposta ritenuta di fondamentale importanza per il paese.

Il disegno di legge prevede il consenso alla coltivazione di cannabis individuale (fino a 3 piante), o associata (fino a 30 persone con previa autorizzazione). Inoltre dovrebbe consentire il possesso di cannabis entro determinate quantità (15 grammi in casa e 5 fuori casa). Questo ddl è elaborato a partire da un’altro disegno di legge scritto nella scorsa legislatura dall’intergruppo capitanato da Benedetto Della Vedova (+Europa) di cui Mantero faceva parte. Sulla questione liberalizzazione non si sono espressi i vertici 5 Stelle, forse per non creare ulteriori attriti con l’alleato di governo fortemente contrario alla proposta.

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Coltivazione a cielo aperto di marijuana

I vantaggi del fare emergere un mercato “nascosto”

L’Italia è il terzo paese in Europa per consumo di cannabis, che è diffuso peraltro anche tra i giovanissimi che secondo recenti studi sarebbero esposti a danni maggiori legati al consumo rispetto agli adulti. La lotta per la liberalizzazione della cannabis è uno dei principali cavalli di battaglia della politica radicale insieme alla lotta per i diritti. Secondo i sostenitori la liberalizzazione sarebbe un vero e proprio investimento in sicurezza: porterebbe infatti ingenti risparmi per il sistema giudiziario e permetterebbe di sradicare dalle mani della criminalità organizzata un business dal valore di circa 4 mld di euro l’anno. Se questo business fosse legalizzato potrebbe creare un gettito fiscale di svariati milioni annui per lo Stato.

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Vendita illegale di droga

Solo parlando di marijuana è evidente che gli effetti positivi portati dalla legalizzazione sarebbero tanti e rilevanti. Il discorso però potrebbe essere applicato potenzialmente a qualsiasi altra sostanza/prodotto la cui produzione e distribuzione venga vietata dalla legge. La legalizzazione di un mercato già esistente ma non regolamentato porta a benefici di natura economica. Il mercato delle droghe esiste perchè esiste una domanda da parte dei consumatori, di conseguenza la possibilità di produrre e quindi guadagnare per soddisfare questa domanda colmata da qualcuno che si assume il rischio di agire nell’illegalità, ricavando però da questo mercato profitti molto rilevanti. Non essendo questo mercato regolamentato da leggi, chi soddisfa l’offerta è libero relazionarsi col consumatore in assoluta libertà. Quando la concorrenza non viene tutelata dalla legge si crea una corsa al monopolio da parte dei produttori attuata tramite violenza e coercizione. In un mercato non regolamentato il più forte può impedire ai più deboli di vendere, assumendo l’assoluto potere sul prezzo e sulla qualità del prodotto venduto. Questo comporta un danno per il consumatore che in assenza di informazioni (sul prodotto e sulla qualità) non può scegliere tra vari possibili produttori quello disposto a offrire la migliore qualità/prezzo. Legalizzare e sottoporre a regole un mercato come quello delle droghe permetterebbe a chi nutre la domanda di consumare in maniera più responsabile (grazie all’informazione generata dal mercato stesso) un prodotto controllato, di qualità sempre crescente e a prezzi minori.

Il principale fallimento delle politiche proibizioniste sta nell’associare la proibizione alla possibile estinzione del mercato stesso. L’esperienza ci ha dimostrato però che finchè ci sarà qualcuno che richiede un determinato prodotto, in questo caso la droga, esisterà qualcuno intenzionato a soddisfare questa domanda, quindi esisterà un mercato che però rimarrà nascosto nell’ombra.

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Sequestro di diverse piante di marijuana da parte dei Carabinieri

Uno dei principali argomenti di chi si oppone alla liberalizzazione riguarda il possibile aumento dei consumi successivo alla legalizzazione. Esiste una effettiva correlazione tra legalizzazione e aumento dei consumi? Cerchiamo di capirlo a partire dall’analisi dei dati raccolti in alcuni Stati in cui la cannabis è legale per uso ricreativo da ormai diversi anni.

La legalizzazione porta ad un aumento dei consumi?

Nel 2012 il Colorado è stato uno tra i primi Stati d’America ad avere affrontato la legalizzazione della cannabis per uso ricreativo. Il provvedimento ha richiesto tempo per essere attuato e il primo cannabis-shop è sorto solo a inizio 2014. Analizzeremo i dati del Colorado perchè a più di 4 anni dalla legalizzazione disponiamo di ricerche statistiche molto più attendibili rispetto a quelle inerenti ad altre situazioni, come quella della California, che è giunta solo di recente alla legalizzazione per uso ricreativo dopo anni in cui la marijuana veniva venduta legalmente ma sotto prescrizione medica.

Il primo dato importante è ricavato da uno studio statistico del dipartimento per la salute pubblica e l’ambiente del Colorado svolto su un campione di 17000 adolescente. Questa indagine dimostra che tra gli intervistati il numero di ragazzi che negli ultimi 30 giorni prima dell’intervista aveva fatto uso di cannabis si è ridotto dal 25% (2009) al 21% (2015), dato in linea con la media statunitense (tra 21 e 22%).

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Il consumo medio degli adulti (17,1%) è invece più alto rispetto alla media nazionale (7%) ma questi dati sono rimasti pressochè immutati prima e dopo la legalizzazione. Nello specifico i dati attestano che i consumi a seguito della liberalizzazione sono aumentati solo per la fascia di over 35, mentre per le fasce inferiori sono comunque in diminuzione. Inoltre tra il 2014 e il 2015 sembra essersi ridotto l’uso quotidiano della sostanza sia per i giovani (da 13,3% a 13,1%) sia per gli adulti (dal 9,9% all’8,4%). I dati successivi alla liberalizzazione attestano anche una diminuzione del consumo di alcool e tabacco.

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Anche nei Paesi Bassi, dove la vendita e l’uso di cannabis è regolato da un complesso sistema di leggi sviluppatosi a partire dall’Opium Act del 1967, i dati sembrano non mostrare alcuna correlazione tra legalizzazione e aumento dei consumi. Secondo uno studio del 2012 il 7% degli intervistati aveva fatto uso di cannabis recentemente (contro una media del 6,7 europea e dell’11,2% statunitense) mentre a fare uso di cannabis almeno una volta nella vita sarebbero stati il 25,7%, contro il 23,2% di media europea e un imponente 41,9% statunitense (calcolato in anni in cui la cannabis per uso ricreativo non era legale in nessuno stato).

Non esistendo evidenze scientifiche che dimostrano che la liberalizzazione porterebbe ad un incremento dei consumi, che tendenzialmente rimangono invariati, allora non rimane che cercare le ragioni per le quali uno Stato dovrebbe proibire le droghe sul terreno ideologico. Rimane palese che qualsiasi droga sia dannosa per la salute così come qualsiasi altro vizio che si possa dire tale. Ma è corretto che lo Stato per preservare la nostra salute ci proibisca determinati vizi e ce ne conceda altri?

La critica al paternalismo politico di Lysander Spooner

Ogni azione volontaria, nella vita di un’uomo, è virtuosa o viziosa […] nessuna singola azione, in tutta la sua esistenza, è irrilevante“. Con queste parole Lysander Spooner, giurista americano vissuto a cavallo dell’Ottocento nonchè teorico dell’anarchismo individualista, introduce l’argomento che vuole affrontare nel saggio “I vizi non sono crimini“. La domanda che guiderà la trattazione di Spooner è di stampo politico e vuole interrogare lo Stato sulla legittimità di criminalizzare alcuni vizi rendendoli illegali. Secondo Spooner la linea che separa i vizi dalle virtù è impossibile da definire scientificamente e trovare un discrimine tra questi due termini che danno senso alle nostre azioni è parte integrante della ricerca della felicità individuale.

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Lysander Spooner

Nel saggio Spooner critica indirettamente il concetto di “paternalismo statale“, l’immagine di uno Stato che come un padre per amore dei propri figli (i cittadini) pone dei divieti per preservarne la salute fisica ed economica. Secondo Spooner il dovere di un buon padre si limita “aiutare i propri figli nella ricerca della felicità, semplicemente offrendo i risultati della propria ragione ed esperienza” ma quando il padre “esercita la coercizione in questioni nelle quali i figli sono ragionevolmente capaci di giudicare da sé è solo un tentativo di mantenerli nell’ignoranza”. Secondo Spooner un figlio, così come un cittadino, deve essere libero di fare le proprie esperienze, di sbagliare e pagare le conseguenze delle proprie azioni. Solo così può imparare a tracciare il proprio confine tra i gesti virtuosi e quelli viziosi.

Secondo Spooner lo Stato ha il dovere di punire i crimini, che sono quei comportamenti che in qualche modo ledono la libertà dell’altro, non i vizi che sono il tentativo – che può portare a fallimento – di un individuo di realizzare la propria libertà ricercando la felicità. La lucidità delle argomentazioni di Spooner ci mostra come il tentativo proibizionista di cercare di allontanare il cittadino dal vizio sia un gesto volto a creare un ordine morale illusorio che le stesse leggi economiche contraddicono. Ma la contraddizione maggiore sta nella volontà del gesto, che nasce per allontanare i cittadini da realtà che possono essere potenzialmente dannose per garantire loro libertà, ma la coercizione prodotta oltre ad essere inefficace nega loro parte della libertà individuale dal punto di vista giuridico criminalizzando alcuni vizi.

Edoardo Dal Borgo

 

 

 

 

 

 

 

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