Il viaggio di chi va e di chi resta: tra Pirandello, Murubutu e Zalone

Il viaggio di chi va e di chi resta: tra Pirandello, Murubutu e Zalone

26 Febbraio 2019 0 Di Francesco Rossi

Viaggiare: verbo cardine della società odierna, portatore di magici significati. Chi nel ventesimo secolo non vuole viaggiare? Quale persona non desidera fare l’esperienza della vita? O, più semplicemente, non ha mai preso un treno, non ha mai fatto un weekend fuori porta, non ha mai varcato i confini della propria città? Ormai, il verbo viaggiare è sulla bocca di tutti, giovani e non, e sempre più spesso si intende il verbo come si dovrebbe realmente: partire per lasciare entrare un pezzo di mondo dentro di noi, per vivere diversamente, o addirittura per abbandonare definitivamente il conosciuto alla volta dell’ignoto. ‘Risparmio per viaggiare’, ‘Non vedo l’ora del prossimo viaggio’, ‘Ho deciso di trasferirmi a…’, ‘The adventure begins!’… tutte frasi che sentiamo spesso dire da amici, conoscenti, o anche da sconosciuti seduti vicino a noi in metropolitana.

Il nostro è un mondo in movimento, dove chi viaggia è -almeno apparentemente- perduto

Il mondo vuole spostarsi, è in continuo movimento. E non per forza solo per divertimento. Ci sono miliardi e miliardi di motivi per cui si decide che è il momento di lasciare il nido e partire. D’altra parte, però, è anche vero che ci sono miliardi e miliardi di motivi per cui si decide di restare. Forse meno spesso, ma capita di sentire persone che non provano interesse all’idea di lasciare la loro zona di comfort; o almeno, a cui non passa per la testa il pensiero di cambiare città, nazione, continente.

Questi sono, di frequente, anche quelli che non comprendono la sete di avventura dell’altra metà della popolazione. Sono quelli che salutano con il fazzoletto bianco ai porti i loro cari che partono, quelli che tornano a casa e si ritrovano una stanza vuota, quelli che al solito tavolo la solita sera si ritrovano con un posto vuoto al loro fianco, forse per la prima volta.

Sono queste persone quelle di cui non solo si sente, ma anche si parla di meno. Spesso ci si chiede come si sentono coloro che viaggiano. Ma per quanto riguarda quelli che restano?

 

Perché si viaggia

Andiamo per ordine. Perché per capire chi resta, bisogna prima comprendere perché invece si va. Associata al termine viaggiare c’è spesso l’idea di divertimento, di senso dell’avventura. Ma, come già detto, non è sempre così.

C’è infatti chi si sposta per pura necessità: si pensi ai grandi fenomeni migratori che la storia ha registrato. Ma anche senza andare troppo lontano, al fenomeno odierno dell’immigrazione. Profughi che lasciano il loro paese per i più svariati e sfortunati motivi, costretti per sopravvivenza ad abbandonare, forse per sempre, quella che chiamano casa.

Ci sono poi quelli che, invece, si spostano per lavoro. Si pensi anche solo al film del 2016 Quo Vado? di Checco Zalone. Qui il tema del viaggio è in secondo piano rispetto a quello più ironico del mantenimento del famigerato posto fisso. Nella pellicola vediamo uno Zalone trasferito di qua e di là nel mondo pur di costringerlo a dare le dimissioni. Certo, il suo è un viaggio un po’ particolare, ma pur sempre di viaggio si tratta. Il protagonista fa esperienza di nuove culture, si adatta ‘all’ordine nordico’ e, alla fine abbandona la sua amata Puglia.

Checco Zalone in ‘Quo vado?’

Infine -anche se in realtà si potrebbe continuare per pagine e pagine-, ci sono coloro che partono per partire, per vivere. Questi sono quelli che non lasciano il nido per due settimane, ma che lo lasciano per due mesi, per due anni, per la vita. Insomma, quelli che si ricostruiscono una casa altrove, anche perché, forse, il posto dove vivevano non è mai stato veramente casa.

 

Quelli che vanno

Di esempi del genere è piena la letteratura. Tralasciando i più tipici, cioè il classico Dante e il più antico Ulisse, che comunque viaggiano chi per spiegare (agli altri e a se stesso) e chi per senso di avventura e, successivamente, per tornare nella sua Itaca, si pensi al ben più recente Pirandello.

Luigi Pirandello

Pirandello parla di un fischio, più precisamente del fischio di un treno. Un’entità quasi magica, concreta nella sua astrazione per colui che lo percepisce. Una sorta di sveglia improvvisa, totalmente impossibile da prevedere o da controllare, che però ha un effetto univoco: quello di scatenare nella persona che lo sente una voglia irrefrenabile di viaggiare. Ed in questo caso sì, viaggiare significa veramente vivere. Abbandonare ogni restrizione ed essere finalmente se stessi.

Questa sensazione di libertà è il motivo principale per cui il mondo è così pieno di viaggiatori. All’inizio ci si interrogava sui sentimenti di coloro che decidono di partire, e la risposta la si ritrova nelle parole ‘vecchie’ di quasi un secolo di Pirandello. Ora che però è finalmente chiaro quale sia fondamentalmente il sentimento che invade quei cuori temerari, è possibile rispondere all’altro grande dubbio che la nostra società, forse, si pone troppo poco: ma quelli che restano?

 

Quelli che restano

Se per comprendere i viaggiatori si è interrogato Pirandello, per i ‘sedentari’ vale la pena analizzare ‘I marinai tornano tardi‘ di Murubutu. Questa canzone infatti tratta in modo peculiare non tanto il perché qualcuno decide di non lasciare casa, ma come questo qualcuno affronta l’allontanamento dell’altro amato. Come si diceva, la società odierna è concentrata sempre e comunque sul viaggiatore, interrogandosi continuamente su di esso. È colui che sceglie di restare ad essere considerato quasi l’emarginato. Nel narcisismo generale, si tende a chiedersi solo come si sta ad andare, ignorando totalmente come potrebbero rimanere quelli che lasciamo.

[…] E nonostante i trent’anni che parevano un’era lei
Lo attendeva ancora alla sera, svaniva l’intera candela
E non sai mai quando torna chi lavora nel mare
Quando ti abitui all’assenza rieccolo lì che compare
E rimaneva in attesa del suo sorriso frugale
Come se l’acqua ed il sale lo trattenessero in zone lontane
E ogni volta chiedeva: “E questa volta che fai?”

Anche solo da questi pochi versi, si può percepire la sofferenza, il dolore e il vuoto che la moglie del marinaio prova ogni volta che il marito parte. Non c’è alcun rimedio al continuo sentimento di limbo che la attanaglia: quando sembra abituarsi, ecco che di nuovo cambiano le carte in tavola. L’attesa è eterna, continua, un mostro che la divora, aiutato dalla mancanza: Apparecchiava sempre per due con il mare di sfondo/ Con l’occhio allenato a cogliere tutti i movimenti nel porto/ Poi finalmente eccolo apparire. Chi resta non accetta la solitudine, ma ricade nell’abitudine. Vive di speranze e solo in vista del momento in cui la persona cara deciderà di tornare.

La copertina dell’album che contiene ‘I marinai tornano tardi’

Questa donna però insegna anche che quelli che si è chiamato ‘sedentari’ hanno anch’essi il loro modo di viaggiare (“Prendo in prestito i tuoi occhi” disse lei scortese). Immaginano, sognano, ma comunque non si muovono. Rimangono una vita in attesa, quasi in stand-by, senza mai riconoscere e superare la sensazione di abbandono.

“Cosa fa quella vecchia alla sera con gli occhi sul porto?”
Rispondevano: “Aspetta che il marito torni dal mare… dal mare…
Sono dieci anni che è morto.”

La profonda tristezza che provano è spesso ignorata dai più. Chi deciderebbe mai, infatti, di guardare l’altro lato della medaglia, i contro del viaggio, così da non ricadere preda delle sue luci attraenti? In un mondo in movimento, chi si cura di chi invece sta fermo?