Il Superuovo

Perché la Russia viene definita una “democratura”: capiamolo anche attraverso il recente caso Navalny

Perché la Russia viene definita una “democratura”: capiamolo anche attraverso il recente caso Navalny

La Russia è diventata ufficialmente una dittatura. L’arresto dell’oppositore politico di Vladimir Putin, Alexey Navalny, ha sancito la fine della cosiddetta “democrazia illiberale russa”.

Già dichiarato prigioniero politico da Amnesty e dai governi occidentali, dovrà scontare ora 2 anni e 8 mesi di prigione, ma viene indagato insieme ai suoi collaboratori su altre accuse e gli informatori vicini al Cremlino sono convinti che verrà rinchiuso per almeno 10 anni. Mosca si prepara a diventare una dittatura senza precedenti, che, naturalmente, non lascerà indifferenti i governi d’occidente.

La Russia e l’atipicità della democrazia illiberale

La Russia è stata sicuramente l’esempio più emblematico di democrazia illiberale. Una forma di governo caratterizzata da nazionalismo, formalistica centralità dei valori religiosi e della tradizione, controllo dei media, leadership populista, forte ingerenza del governo nell’economia, sino all’estremo del capitalismo di stato. Per non ridurre però il tutto a un mero elenco, che sempre sarebbe passibile di aggiornamenti in incremento o riduzione, possiamo dire che le cosiddette democrazie illiberali limitano, o anche cancellano, le libertà pubbliche ma non le loro liturgie simboliche. Il parlamento non viene soppresso e nemmeno le elezioni, anzi. La democrazia illiberale esalta la volontà del popolo quale fonte di potere assoluto, che come tale non può subire intralci da minoranze, opposizioni, controlli giudiziari e mediatici, costituzioni. Viene ripresa, in modo più grossolano, la concezione della volontà generale di Rousseau, il quale riteneva che solo essa potesse dirigere le forze dello Stato secondo il fine per cui questo è stato istituito, cioè il bene comune. Sulla base dei concetti precedentemente elencati, si potrebbe definire la democrazia illiberale come un ossimoro. Infatti, se proprio dovessimo giocare con questo termine, ci dovremmo riferire a quei paesi nei quali la competizione elettorale e istituzionale si svolge in modo regolare (come nell’Iran attuale) ma sono conculcate diverse libertà personali, non solo tipicamente pubbliche (come la libertà di associazione o di espressione) ma pure private (come nel campo dei costumi sessuali). Sarebbe più opportuno, invece, definire quest’anomala democrazia, come pseudodemocrazie, democrazie vuote, autoritarismi competitivi, o, addirittura, “tirannidi democratiche”, per dar conto di come esse non siano una negazione della democrazia liberale ma più esattamente una degenerazione dei suoi aspetti più critici.

Perché adesso la Russia sta diventando una “democratura”

I politologi sono concordi nel definire la Russia una “democratura”, ovvero, una crasi di democrazia e dittatura, con cui l’ingegnoso saggista Predrag Matvejevic (scrittore e accademico jugoslavo con cittadinanza italiana) descriveva i regimi formalmente costituzionali ma di fatto oligarchici. Eppure il caso russo fa storia a sé. In Russia si vota, certo, ma le elezioni sono “gestite”, ossia più o meno moderatamente manipolate. Al centro del sistema partitico vi è Russia Unita, braccio politico del presidente. Il quale incarna il cuore del meccanismo decisionale, secondo il principio della “verticalità del potere”. I comandi partono dal Cremlino e si diramano giù fino all’ultimo dei poteri locali. Governo e Parlamento hanno ruoli non paragonabili al rango formale. Putin preferisce infatti decidere radunando piccoli comitati informali. Putin non è riuscito a smantellare le vecchie strutture sovietiche, ammesso che ci abbia provato, ma le ha utilizzate, anche con un discreto successo, per mantenere la stabilità sociale e assicurarsi il consenso. Il principio della centralizzazione del potere è quello che è stato imposto al paese nell’ultimo ventennio. Putin ha limitato l’autonomia delle regioni costruendo una gerarchia piramidale, in cui le responsabilità sono sempre delegate a un livello superiore al quale si ha accesso più per lealtà che per efficienza o talento. Putin gestisce direttamente ogni aspetto della macchina dello stato e ha costruito col tempo quella che molti analisti definiscono una “democrazia controllata”: in Russia si svolgono periodicamente le elezioni, ma candidarsi come sfidanti è molto difficile e chi ci riesce viene sfavorito dai media, quando non minacciato, perseguitato giudiziariamente o più semplicemente eliminato fisicamente. Senza concorrenti in grado o messi in grado di contestare il suo potere, l’astensionismo rimane da tempo l’unica incognita delle elezioni del paese. Per Putin, mantenere i suoi sottoposti in un perenne stato di ansia sul loro futuro è una scelta strategica che ha garantito al suo regime l’acquiescenza di quasi tutto l’establishment. Fare opposizione o affermare i propri diritti in un paese come la Russia, con uno come Vladimir Putin alla presidenza, non è per niente facile. L’elenco delle violazioni dei diritti umani nel paese è sterminato e lo stato della democrazia – ammesso che si possa parlare di democrazia – è criticatissimo da osservatori e analisti internazionali, oltre che da attivisti e giornalisti russi. Decine di oppositori sono stati uccisi in circostanze poco chiare (come Boris Nemtsov o Denis Voronenkov), perseguitati e incarcerati (come Alexey Navalny, le Pussy Riot o Lyubov Sobol, per citare solo i casi più famosi) e gli imprenditori lontani dal regime sono stati messi in condizione di non poter operare. L’attività e la libertà delle organizzazioni non governative è stata fortemente limitata con leggi che autorizzano i giudici russi a dichiarare qualsiasi ONG “indesiderabile” per motivi legati alla sicurezza nazionale, e a multare o imprigionare fino a sei anni i suoi membri.

La modifica alla Costituzione russa

Le modifiche alla costituzione, approvate attraverso un referendum ad inizio 2020, sono state il primo passo verso un definitivo abbandono della democrazia. Tra queste, c’è anche una modifica che prevede un limite complessivo di due mandati per ciascun presidente, conteggiati a partire dall’approvazione. In altre parole, la riforma della Costituzione permetterà a Putin di candidarsi nuovamente a presidente nonostante attualmente sia al suo secondo mandato consecutivo, il limite fissato oggi in Russia. Grazie a questa strategia, Vladimir Putin potrà candidarsi nuovamente alle prossime elezioni del 2024. Per permettere all’ex spia del KGB di ricandidarsi anche dopo il 2024, scadenza del suo ultimo mandato, la legge è stata emendata in modo da non impedire alla persona che ha ricoperto o ricopre la carica di presidente della Federazione russa, al momento dell’entrata in vigore della modifica, di partecipare come candidato alle elezioni presidenziali. Detto diversamente: viene azzerato il conteggio dei mandati e Putin ha davanti a sé potenzialmente altri 12 anni di governo. Se tutto dovesse andare secondo i piani, come ha osservato Navalny, Putin sarebbe per longevità al potere secondo solo a Pietro il grande, che fu imperatore in Russia per 43 anni. Appunto, un nuovo zar. Ma questi “aggiustamenti” non riguardano solo la conservazione a vita del potere di Putin. Dio, popolo e famiglia sono tre aspetti che sono stati travolti da questo ciclone. Il presidente Putin ha voluto fortemente inserire all’articolo 68 il concetto di “popolo russo costitutivo dello Stato” e di “lingua statale” russa, all’art. 71 la “fede in Dio” insieme alla “continuità tra la Russia e l’Unione Sovietica” e alla “inammissibilità della riduzione dei meriti del popolo nella difesa della Patria”, e all’art. 72 la difesa dell’istituto della famiglia “come unione tra uomo e donna” insieme alla “unità di ideali tra la Federazione Russa e le regioni”. Si tratta quindi di forti interpretazioni ideologiche sulla natura stessa della Russia, della sua “russicità” etnica, culturale e religiosa, come fattore unificante e dominante al di sopra delle tante differenze nei popoli e nelle tradizioni sparse sul territorio della Federazione Russa. Lo stesso Putin ha rimproverato perfino il padre della rivoluzione Vladimir Lenin, che non aveva voluto puntare fino in fondo sul primato dei russi nella composizione dell’Unione Sovietica, creando le premesse per le rivendicazioni nazionaliste.

 

 

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