Pennacchi su Repubblica: “Torniamo ad imparare le poesie a memoria!” Cosa ne direbbe Italo Calvino

Il rapporto Invalsi 2019 ha rivelato una situazione critica per l’istruzione italiana, c’è chi prova a dare soluzioni

Antonio Pennacchi

Dopo il deludente quanto prevedibile risultato delle prove Invalsi, in molti hanno espresso la propria opinione in merito.

Tra questi lo scrittore Antonio Pennacchi, che in questi giorni ha pubblicato un articolo su La Repubblica il cui contenuto (non poco provocatoriamente) ha un chiaro messaggio “torniamo ad imparare le poesie a memoria”.

L’invettiva di Pennacchi

Antonio pennacchi è un personaggio molto caratteristico: inizia la sua carriera politica ben prima di quella di scrittore, partendo dall’MSI per poi avvicinarsi al Marxismo e al PSI, alla CGIL, alla UIL, per concludere nel 2011 con la candidatura alle elezioni comunali di Latina nella lista di Gianfranco Fini Futuro e Libertà, senza dimenticarci la sua iscrizione nel 2007 al PD. Uno di quei personaggi che non si fa mancare niente insomma.

Tra le sue opere di maggior risonanza troviamo Canale Mussolini, romanzo storico sulla bonifica dell’Agro Pontino (vincitore del Premio Strega), e il suo romanzo autobiografico Il Fascioscomuinista, da cui libro sarà tratto il film Mio fratello è figlio unico aspramente criticato dallo scrittore stesso dato che nella seconda parte della pellicola la trama viene stravolta.

Certamente non si può negare l’ecletticismo di questo autore, ma un aspetto della sua personalità resta coerente malgrado la camaleonticità delle sue esperienze: il conservatorismo.

E nell’articolo su Repubblica lo vediamo in una delle sue forme più sincere:

“ai nostri tempi, a scuola, se non studiavi ti menavano. Certe bacchettate sulle mani e schiaffoni a tutta forza in testa, mica solo alle elementari. Ancora in quinto geometri – nel 1968 – mia madre si presentava ogni volta, al ricevimento professori, a dirgli imperiosa: Lo meni professo’, mi raccomando! Lo meni, se serve. Adesso invece pare siano i genitori, spesso, a menare i professori”.

Domanda…

Quello che conviene chiederci è: scremando questo articolo dal conservatorismo, dal conformismo e dal populismo caratteristico del personaggio, la provocazione iniziale è sensata? Imparare le poesie a memoria può dare un qualche vantaggio a questa generazione di studenti?

La riflessione di Calvino

In un programma televisivo anni Ottanta della Rai venne intervistato Italo Calvino, uno dei più grandi autori della letteratura italiana. Lo scrittore aveva da poco iniziato a lavorare su un ciclo di sei conferenze che si sarebbero dovute tenere all’università di Harvard, poi raccolte e pubblicate postume con il titolo “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”.

A Calvino vennero chieste “tre chiavi, tre talismani per gli anni 2000”.

Imparare le poesie a memoria, perché fanno compagnia; combattere l’astrattezza del linguaggio che ormai ci viene imposto con delle cose molto precise; sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all’altro, può sparire in una nuvola di fumo”.

Copertina dell’edizione Mondadori

Ordunque, sia Pennacchi sia Calvino sono scrittori, né l’uno né l’altro è esperto di scienze della formazione, e probabilmente nessuno dei due è qualificato per dire o meno cosa occorre alla scuola italiana, tuttavia sentire una tesi espressa con argomentazioni così diverse, da un lato “se non studiavi te menavano” dall’altro “[l’imparare le poesie a memoria] combatte l’astrattezza del linguaggio”, non può che strapparci un sorriso (amaro).

Fabio Cirillo

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