“Fratello Gallione, tutti vogliono vivere felici, ma quando si tratta di veder chiaro cos’è che rende felice la vita, sono avvolti dall’oscurità” (Seneca, De vita beata).

Vi chiedete mai se siete felici? O meglio, riuscite a capire quando lo siete? E’ possibile determinare un criterio, un territorio concettuale o una semplice linea guida per avere la certezza della felicità? Beh credo proprio di no. Perché la felicità è caos, è euforia, è ebbrezza, sfugge, rifugge, scompare. Se la tristezza, parlando per antipodi, colora di grigio, o meglio, decolora, la felicità riempie, tinge e dipinge. Sappiamo quando siamo tristi, è concreta la tristezza, si coglie, si tocca, si definisce. E’ un abisso di cui si percepisce il fondo e alle volte lo si raggiunge. Ma la felicità è il cielo e quello che c’è sopra, non ha un limite in intensità, non in espansione. Fluida ed evanescente ma nel suo attimo densa e vivida. Non credo nei periodi di felicità presi nella loro estensione, ma nel fitto susseguirsi di attimi felici. Perché l’estensione è piatta, la felicità altalenante. E’ fuori controllo e manca di stabilità, una stabilità che si trova invece nell’esser sereni, calmi, quieti ed è ben diverso. Ma chi è felice e sereno allo stesso tempo è forse nella miglior condizione, brilla nella sua calma piatta, gioisce di attimi pieni e vive di colori cristallini.  felicità

L’arte di essere felici

‘L’arte di essere felici’ è un trattatelo che si compone di cinquanta massime, ritrovate tra i tantissimi scritti postumi di Schopenhauer con cui egli cerca di individuare le condizioni per una vita, se non felice, quanto meno distante da sofferenze e preoccupazioni. Schopenhauer vedeva nella felicità una mera illusione, e nella vita “un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia” ma nonostante questo egli propose una serie di precetti per rendere la vita il meno infelice possibile. Le cinquanta massime in cui si divide l’opera sono perfettamente coerenti con la sua filosofia e risentono senza dubbio del pensiero classico e della letteratura indiana, di cui era un profondo estimatore. Tra le cinquanta, sette sono di fondamentale importanza e sono i capisaldi della ‘ricerca della felicità’ Schopenhaueriana:

  •  Assecondare la propria personalità“La personalità è la felicità più alta” e ciò che fa davvero la differenza è il nostro modo di percepire la realtà, ovvero la nostra peculiare rappresentazione del mondo.
  •  Pretendere poco e accontentarsi: “Dobbiamo cercare di arrivare a guardare ciò che possediamo esattamente con gli stessi occhi con cui lo guarderemmo se ci fosse sottratto”.
  •  Tenere a freno la fantasia: Le immagini di fantasia sono solo fantasmi beffardi” che alla lunga finiscono solo col tormentarci e lasciarci nel nostro stato di dolore.
  •  Vivere a mezza via tra presente e futuro: vivere alla giornata è da sconsiderati, ma non si può neppure commettere l’errore di proiettarsi esclusivamente nel futuro, tralasciando il presente, vero scenario della nostra felicità.
  •  Tenersi occupati: Lo stato di quiete, fisica e intellettuale, non risponde all’uomo e alla sua natura e va dunque evitato.
  •  Evitare il dolore: citando Aristotele “L’uomo saggio non persegue ciò che è piacevole, ma l’assenza di dolore”.
  •  Mantenere buona la salute“un mendicante sano è più felice di un re malato”.  felicità

Kant e il problema della felicità

Kant parla di felicità nella “Critica della Ragion Pratica” considerandola, conciliata alla virtù, necessaria per il raggiungimento del Sommo Bene, a cui l’uomo tende spontaneamente. La conciliazione tra le due però crea diversi problemi secondo il filosofo di Königsberg. L’uomo virtuoso sarà necessariamente portato ad accettare delle rinunce nella sua vita, per portare avanti uno stile di vita moralmente retto, deve arginare le proprie urgenze pulsionali, e dilazionare o sopprimere radicalmente i propri desideri. L’esser virtuosi quindi, secondo Kant, non porta ad essere felici. Questo dualismo dovuto all’eterogeneità di virtù e felicità porta Kant a dover riabilitare, sebbene solo come postulati (importante sottolineare che un postulato è un principio indimostrato la cui validità si ammette a priori per evidenza o convenzione), concetti che aveva ostracizzato dall’ambito conoscitivo nella Critica della Ragion Pura. Tali concetti, evidentemente necessari in campo pratico, sebbene dannosi per quanto riguarda l’ambito gnoseologico, sono l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima. Grazie ad essi il virtuoso potrà ben sperare in una ricompensa per la sua condotta moralmente retta e onesta nell’altro mondo. Solo così è possibile una conciliazione di virtù e felicità che porterà al raggiungimento del Sommo Bene.felicità

Pharrel Williams e il suo inno alla felicità

Primo singolo estratto dal secondo album di Pharrel Williams “G I R L”, ‘Happy‘, oltre ad essere uno dei tormentoni che ci ha felicemente perseguitato nel 2013, ha ottenuto una candidatura ai premi Oscar 2014 nella categoria alla migliore canzone. La canzone, come è intuibile dal titolo, è un vero e proprio inno alla felicità, un invito a guardare il mondo sempre dalla prospettiva migliore, a considerare il bicchiere sempre mezzo pieno. Un testo semplice e genuino accompagnato da una melodia incalzante che diffonde un senso di vita e di serenità, di guardare alla vita con il sorriso e correre, battere le mani, ballare o fare qualsiasi cosa ci renda semplicemente e naturalmente felici.

Samuele Beconcini

 

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