Difficile trovare qualcuno che, nominando il sud, non vi associ immediatamente immagini di strade violente e pericolose. Un sud disorganizzato, misterioso, mafioso. Se per quanto concerne la disorganizzazione a livello pubblico non si può che essere d’accordo, descrivere il fenomeno criminale con qualche antico idealtipo è piuttosto riduttivo, se non irrispettoso.
E’ dunque plausibile fare affidamento sui dati ufficiali per farsi un’idea circa la situazione meridionale?
Tasso di criminalità
Tra i tantissimi dati disponibili, riuscire a trovare risposte efficaci può risultare spesso molto difficile. Prendere in analisi il numero di denunce per sito, ad esempio, può essere una soluzione tanto immediata quanto povera ed illogica. La classifica Istat mostra efficacemente, ad esempio, come la testa di tale classifica riesca a sbugiardare immediatamente la convinzione che al Sud si delinqua maggiormente, con Milano, Bologna e Torino ad occupare le prime tre posizioni. Tuttavia, prendere a campione tale statistica, come già detto, è utile nient’altro che per una pura curiosità personale. Un dato statistico, in quanto tale, non è altro che una verità fredda, nella misura in cui non riesce (e mai potrebbe) essere uno specchio reale di una qualsiasi situazione sociale. Anzi, in questo caso sembrerebbe proprio riflettere un mondo totalmente opposto. Il numero oscuro dei crimini (ossia la quantità dei reati che non vengono denunciati) assume spesso delle quotazioni impressionanti. La stima sale esponenzialmente in base al reato stesso, oltre che alle zone in cui il crimine viene commesso. Secondo la teoria e gli studi portati alla luce dalla Scuola di Chicago, ogni centro può infatti essere diviso in micro-zone in cui i dati circa il tasso di criminalità, le circostanze e il numero oscuro dei reati varia in modo considerevole. Tra le molteplici variabili prese ad analisi, non si può fare a meno di evidenziare altre stime concorrenti alla nostra ricerca, come il numero di criminali tra i residenti, il numero effettivo di reati, la loro intensità, ripetitività, gravità, eccetera. Variabili che cambiano, mutano col passare degli anni da una generazione sociale ad un’altra, in base ai cambiamenti interni ed esterni ai centri presi ad esame.
Tutto ciò per spiegare un’importante verità. Quanto sono affidabili dei dati generici per giudicare con certezza qualcosa di vacuo, intangibile, come il tasso di criminalità? Poco, infinitamente poco. I numeri possono esplodere da un momento all’altro, bombe ad orologeria che captano ogni sorta di segnale criminale. Oggi un’organizzazione mafiosa italiana potrebbe spostarsi in Germania, abbastanza violentemente da farci pensare che il problema più del territorio tedesco che la base in cui l’organizzazione nasce e cresce. Nell’era moderna, della digitalizzazione e dell’informazione senza confini, una e una sola è la principale sostanza nutritiva del crimine: l’omertà.
Omertà, il male del sud
Innanzitutto, cos’è l’omertà? Nell’opinione pubblica, è uno degli aspetti insindacabili del sud Italia. L’atteggiamento, da parte di complici ma anche della gente comune, di coprire l’identità di chi ha commesso un reato di qualsiasi natura. Si va dall’anziano che assiste ad un’estorsione, fino al poliziotto che resta in silenzio in seguito ad un’esecuzione mafiosa. In genere, tale comportamento è visto ai più come un atto di completa sottomissione al fenomeno mafioso, visione dovuta anche alla credenza popolare che il termine derivi direttamente dal termine dialettale napoletano per umiltà. Tale comportamento è uno dei maggiori problemi che chi combatte la criminalità nel Meridione è costretto a affrontare ogni giorno. Esso rimpingua quotidianamente il numero oscuro dei delitti, quelli che avvengono nelle piccole strade di paese, al buio, invisibili alle autorità. Ma da cosa nasce questo comportamento sottomesso ed umiliante che i cittadini del sud (ma non solo) sono storicamente tenuti a rispettare?
Innanzitutto, è bene spiegare da cosa deriva tale necessità. Se come molti hanno teorizzato l’omertà deriva da un’antica forma di protesta, in cui i cittadini poveri coprivano l’embrionale fenomeno mafioso in cui vedevano l’unico vero Stato che si batteva per i loro diritti, oggi non può essere lo stesso. Parlare di semplice tradizione è sciocco e insensato, soprattutto se pensiamo ai danni effettivi dei crimini mafiosi e che i cittadini stesso sentono sulla loro pelle. Ciò che probabilmente fa nascere questo nuovo sentimento omertoso è, molto più ragionevolmente, da ricercare nell’insicurezza e nella paura della popolazione. Con l’ingigantimento delle organizzazioni criminali, il cittadino è inevitabilmente terrorizzato da possibili ritorsioni che queste possono rivolgergli in caso di denuncia. L’insicurezza dovuta a condizioni precarie ed umilianti porta i cittadini non solo ad avere paura del fenomeno mafioso, ma a vivere in un vero e proprio stato di depressione.
Un mondo in cui l’insicurezza oggettiva (dovuta all’effettivo numero di crimini nel luogo di residenza) e quella soggettiva (proveniente dalle proprie percezioni dell’ambiente) occupano due pesi ben diversi. In una società in cui la seconda ha il sopravvento, è innegabile notare un sentimento altamente negativo nei confronti delle autorità, e quindi della giustizia, unito ad un vero e proprio stimolo al laissez faire più o meno distruttivo.
In sostanza, assumendo dunque che è impossibile quantificare con esattezza qualcosa di fluttuante com’è il fenomeno criminale stesso, si evince l’impossibilità di una risposta, come si suol dire, nera o bianca. Tuttavia è possibile attuare un certo tipo di analisi per quanto riguarda la società che, salvo casi eccezionali, non smette mai di mutare la sua natura, anche davanti a situazioni apparentemente insignificanti.
Lorenzo Di Salvatore