Nuova legge in Alabama: la sindrome post abortiva è una limitazione alla libertà?

La legge abortiva in Alabama, la più restrittiva degli USA

Da quando Donald Trump è alla Casa Bianca  sono state introdotte leggi che restringono il campo dell’aborto in 28 Stati Usa e in 15 casi si è imposto il divieto di interruzione gravidanza dopo le 6 settimane. In data 15 maggio il Senato dell’Alabama ha approvato un disegno di legge e che vieta l’aborto in modo assoluto, anche in caso di stupro e incesto. Si parla della legge IVG (interruzione volontaria di gravidanza) più restrittiva. Una donna che abortisce per stupro avrà una pena peggiore dello stupratore – questo scrive Chiara Ferragni su twitter. L’unico caso in cui l’aborto è permesso? Quando gravidanza mette a repentaglio la vita, negli altri casi i medici rischiano 99 anni di carcere: è come dire ergastolo! Il messaggio è chiaro, con solo 6 voti contrari la legge arriverà presto alla Corte Suprema dando il via alla fine della “liberal culture” pro aborto disprezzata da Trump. 

La sindrome post abortiva esiste?

La donna sottoposta a pressioni e paure non è libera di decidere e può percepire l’aborto come una necessità. Più spesso di quanto si pensi si verifica un disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). Senso di colpa, in forma palese o nascosta, risentimento, ansia, angoscia, tristezza, senso di vuoto. Anche nei paesi in cui l’aborto supera il 50%, come l’Ucraina queste manifestazioni sono chiaramente presenti. L’idea è quella di lavorare sulla consapevolezza che, in ogni contesto, serve a dare speranza. Una consapevolezza piena prima di decidere se abortire e una consapevolezza dopo di ciò che è avvenuto.

Uno sguardo alla popolazione pro aborto

Verso la fine degli anni ’90 si aprirono le frontiere a nuove idee. Come primo punto è giusto notare che i casi di depressione in seguito all’interruzione di gravidanza, per meccanismi ormonali e fisiologici sono del tutto simili alla depressione post-partum. NON ESISTE UNA VERA DIFFERENZA! Inoltre vengono identificate nella popolazione persone più “fragili” che potrebbero (sia in caso di gravidanza che in caso di aborto) avere delle conseguenze psicologiche notevoli. Non si hanno conseguenze visibili o diagnosticabili se la paziente costretta a interrompere la gravidanza non si è ancora mai identificata come “madre del bambino”.

Una richiesta di libertà tutta femminile

La comunità scientifica ritiene che il termine di sindrome post-abortiva sia stato inventato dalla cerchia di studiosi cosiddetti “pro vita”. Se la preoccupazione è la salute mentale delle donne come non considerare l’idea di aprire centri di ascolto e aiuto gratuiti per le donne che terminano o no una gravidanza. Il caso più eclatante? Parliamo delle gravidanze interrotte a causa a situazioni che la donna di per sé non vuole affrontare. Sempre più casi riguardano aborti per volere di un uomo. In questi casi l’aborto va bene e si fa di tutto per “risolvere” una spiacevole situazione. Per non parlare delle disastrose conseguenze sia su madri che su figli di portare avanti una famiglia che non si è mai desiderata. Stiamo perdendo di vista il concetto chiave: la libertà. Libertà del corpo femminile che  va difesa su tutti i fronti. Approvare una legge che permetta alle donne di scegliere cosa fare della propria gravidanza è un piccolo passo verso la libertà sul proprio corpo e sulla propria vita.

Francesca Morelli

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