Il Superuovo

Non solo crisi sanitaria, ma anche crisi politica: un’attitudine tutta italiana che esiste dal 1946

Non solo crisi sanitaria, ma anche crisi politica: un’attitudine tutta italiana che esiste dal 1946

Da giorni nella maggioranza si litiga su diversi temi, e c’è chi pensa che possa esserci un rimpasto o una nuova maggioranza.

 

Da alcuni giorni sui giornali e nei programmi televisivi di politica si parla sempre più spesso della possibilità che l’attuale governo guidato da Giuseppe Conte possa essere sfiduciato da uno o più dei partiti che compongono la maggioranza, o che le pressioni dei partiti possano portare il presidente del Consiglio a decidere per il cosiddetto “rimpasto” del governo, con un ricambio di tutti o alcuni ministri.

Storia e definizione di crisi di governo

Per crisi di governo si intende generalmente il venire meno del rapporto di fiducia intercorrente tra il Governo e il Parlamento, a cui consegue l’obbligo di dimissioni da parte del primo (art. 94, co. 1, Cost.). Le crisi di governo attengono alla patologia del sistema parlamentare, ma, storicamente, esse si sono rivelate un indicatore assai prezioso del passaggio da una forma di governo monarchico-costituzionale a una parlamentare: gli studiosi tendono, infatti, a collocare la definitiva affermazione del sistema parlamentare in Inghilterra e nel Regno di Sardegna proprio a partire da due crisi di governo, che investirono, rispettivamente, il Gabinetto di North (dimessosi nel 1782, in quanto non riteneva di avere più la fiducia da parte della Camera dei Comuni) e il Gabinetto Cavour, che, proprio in virtù della favorevole soluzione della cosiddetta crisi Calabiana del 1855, finì per spostare definitivamente gli equilibri costituzionali a favore del raccordo tra Governo e maggioranza parlamentare, a scapito del Monarca. La crisi di governo può essere parlamentare o extraparlamentare. Si parla di crisi di governo parlamentare quando il Governo è colpito da una mozione di sfiducia da parte di una delle due Camere (art. 94, co. 5, Cost.), ovvero quando il nuovo Governo non riesce ad ottenere la fiducia iniziale da parte di queste (art. 94, co. 3, Cost.) o, infine, in caso di voto contrario da parte di una Camera quando il Governo abbia posto una questione di fiducia (art. 161, co. 4, reg. Senato; art. 116 reg. Camera). In tutti gli altri casi di dimissioni da parte del Governo, per il venir meno della maggioranza parlamentare, si parla di crisi di governo extraparlamentari. Generalmente, nel caso di una crisi di governo extraparlamentare, è prassi che il Presidente della Repubblica rinvii il Governo alle Camere, allo scopo di «parlamentarizzare» la crisi, ma è ben raro che la discussione parlamentare si concluda con un voto esplicito.

Le principali crisi di governo dal 1946

In totale sono state forse più di ottanta le crisi di governo dal 1946 ad oggi: alcune sono durate per pochi giorni, altre si sono dilungate per mesi. La più recente ha visto come protagonista un Governo mai nato, quello di Cottarelli che, ancor prima di nominare i ministri già sapeva di non godere della massima fiducia nel Parlamento. Stesso discorso per gli ottantotto giorni che si sono succeduti dalle elezioni del 4 marzo 2018 fino alla nomina del nuovo esecutivo agli inizi di giugno, a cui si aggiungono le dimissioni del Premier Renzi all’indomani del referendum popolare del 4 dicembre 2016. Andando a ritroso è facile ricordare la crisi del Governo Monti, nel 2012, sorta in un periodo di forte turbamento dei mercati economici internazionali, ma anche quella di Berlusconi, nel 2011, che fece da apripista al successivo Governo tecnico. Casi eclatanti furono le crisi dei due Governi Prodi, nel 2008 e nel 1998, entrambe dovute ad una mozione di sfiducia da parte del Parlamento, mentre la prima crisi in assoluto risale al 1946-1948 e ha coinvolto il Governo De Gasperi. In questo caso la crisi era dovuta all’esito del referendum popolare che vedeva la vittoria della Repubblica sulla Monarchia: il primo Governo De Gasperi fu nominato durante il Regno d’Italia, mentre subito dopo la II guerra mondiale il popolo italiano optò per la Repubblica Democratica. Fra le varie crisi di Governo che arricchiscono la nostra storia, ne esistono alcune che sembrano strane, come il caso del Governo “fotocopia” di Giovanni Spadolini. Costui, dimessosi il 13 novembre 1982, fu nominato nuovamente Presidente del Consiglio l’1 dicembre 1982 e scelse come ministri la stessa squadra che aveva formato l’esecutivo fino a due settimane prima. Con tanto di fiducia ottenuta sia alla Camera che al Senato. I dodici Presidenti della Repubblica che si sono succeduti fino ad oggi hanno assistito almeno ad una crisi di Governo, talvolta formale, spesso dovuta ai numerosi conflitti all’interno dell’esecutivo, ma alla fine ha sempre trionfato la democrazia.

Cosa ha scatenato questa crepa nella maggioranza

Ufficialmente si litiga sull’Europa e sul Mes (Meccanismo europeo di stabilità). Il che è pure vero, perché la maggioranza giallorossa non è riuscita ancora a trovare la quadra tra l’anima riformistica (filo-europea) e l’anima populistica (anti-europea). Ma non sbaglia chi indica nella faccenda delle nomine la vera patata bollente che può fare saltare il banco. Ma se si rompe sulle nomine, cioè sui nomi di governo e sottogoverno, nessuna ricomposizione è possibile. La temperatura politica è salita alle stelle, nelle ultime settimane, in seguito alle prime voci sui candidati (soprattutto top manager) alle varie cabine di regìa (su Recovery Fund in primis) che l’esecutivo intenderebbe attivare per ideare o realizzare gli interventi di contrasto ai disastri economici provocati dal coronavirus. Dunque, è in ballo la spartizione di una montagna di risorse. Il che ha comportato, come contraccolpo, l’intensificazione del pressing per cambiare la squadra di governo, comunemente detto “rimpasto”. E quando si comincia a discutere di rimpasto la terra sotto i piedi si fa più scivolosa di una pista innevata. Perché anche il rimpasto rischia di tramutarsi in una bomba ad orologeria.

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