Il Superuovo

Come vedi i gabbiani? Frah Quintale e Italo Svevo ci offrono due immagini differenti

Come vedi i gabbiani? Frah Quintale e Italo Svevo ci offrono due immagini differenti

Dal romanzo di Italo Svevo al brano di Frah Quintale, due differenti immagini che partono entrambe dall’atteggiamento dei gabbiani. 

Richard Bach definiva il gabbiano “un’infinita idea di libertà, senza limite alcuno”, e in effetti questi uccelli sono tanto affascinanti da avere più volte ispirato artisti diversi. I gabbiani, come gli altri volatili, hanno il privilegio di potersi elevare da terra per godere di un punto di vista privilegiato. In aggiunta a ciò, sono sempre collegati allo scenario del mare. Quale migliore immagine di libertà? 

“Gabbiani” di Frah Quintale

L’artista Frah Quintale nel suo ultimo brano riconosce nei gabbiani una certa sensibilità che in qualche modo sembra condividere, e invidia loro le ali con cui fuggono via dagli uomini, di cui si fidano poco: Ti stai chiedendo come mai avevo così paura e me ne sono andato, e adesso cosa te ne fai di tutte quelle briciole dentro la mano?” Il fuggire del gabbiano, nel momento in cui ci si avvicina eccessivamente, risveglia nell’artista la malinconia per un legame che si è spezzato forse a causa della diffidenza. 

Do da mangiare a dei gabbiani
anch’io vorrei avere le ali
anch’io non mi fido degli esseri umani
perché c’ho rotto fin troppi legami […]
Ti stai chiedendo come mai
avevo così paura e me ne sono andato
e adesso cosa te ne fai di tutti quegli schiaffi che non mi hai dato?
Tu non volevi farmi male ma io ho preferito fare un passo indietro
Se ora sono così lontano è perche ci siam fatti del male davvero.  

I gabbiani in “Una Vita” di Italo Svevo  

Nel capitolo VIII di “Una vita”, il primo romanzo di Italo Svevo, i gabbiani sono contrapposti ai pesci e paragonati a uno dei due tipi di persone che è possibile essere. Le eventualità per gli uomini, scrive Svevo, sono due: si nasce pesci o gabbiani, e i primi al momento della nascita sono già sottoposti all’ineluttabile destino di venire mangiati dai secondi.
Fatti proprio per pescare e per mangiare, — filosofeggiò Macario. — Quanto poco cervello occorre per pigliare pesce! Il corpo è piccolo. Che cosa sarà la testa e che cosa sarà poi il cervello? Quantità da negligersi! Quello ch’è la sventura del pesce che finisce in bocca del gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco, l’appetito formidabile per soddisfare il quale non è nulla quella caduta così dall’alto. Ma il cervello! Che cosa ci ha da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono mai più. Chi non sa per natura piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare. Si muore precisamente nello stato in cui si nasce, le mani organi per afferrare o anche inabili a tenere. 

“Una vita” è stato scritto da Italo Svevo nel 1888 e pubblicato a sue spese nel 1892. Al centro del romanzo c’è Alfonso, un giovane proveniente dalla provincia che si trasferisce a Trieste, dove in qualche modo mira alla promozione sociale. Ama la letteratura, lavora nella Banca Maller e frequenta il salotto del proprietario, dove conosce Annetta, la figlia di questo, e il giovane avvocato Macario. Reciproca è l’attrazione fra Annetta e Alfonso, che condividono gli stessi interessi, ma l’uomo è presto messo in difficoltà dal contrasto tra il fascino della donna e i sogni che aveva sempre immaginato in solitudine. Incapace di scegliere tra il matrimonio e i propri sogni, lascia Trieste per un periodo approfittando della necessità di stare vicino all’anziana madre, e al suo ritorno dopo la morte di questa scopre che Annetta si è fidanzata con Macario. Un equivoco porta Alfonso allo scontro con il fratello della ragazza, e secondo le consuetudini del tempo è necessario risolvere con un duello: Alfonso però, certo della propria inferiorità, decide di togliersi la vita prima di affrontare la sfida. 

Nasci pesce, se non nasci gabbiano

È Macario, il gabbiano della storia di Svevo secondo la visione dell’autore. Alfonso rappresenta il pesce, che per quanto possa cercare il riscatto è destinato per sua stessa natura a soccombere. La metafora dei due animali è descritta da Macario stesso, in un episodio del romanzo che vede i due in gita sul mare in tempesta.
“Ed io ho le ali?” c
hiede Alfonso, particolarmente impressionato dal discorso, e la risposta di Macario è breve e immediata: “Per fare dei voli poetici sì!” 

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